Mozzarelline fritte

Sono seduta a questo tavolo e mi sento a disagio. Una sensazione che riconosco e che mi si schianta addosso come un Tir in superstrada. D’improvviso sento caldo alle guance, sento irrigidirsi i muscoli di gambe e braccia e anche la mia bocca si serra come un ponte levatoio richiamato in ritirata. Giro lo sguardo in modo compulsivo, senza una sequenza logica, ruoto i bulbi oculari a destra, a sinistra e più spesso in basso. Guardo te, sposto lo sguardo, guardo uno di loro, giro lo sguardo, ne guardo un altro, giro lo sguardo, guardo te, giro lo sguardo, guardo le mozzarelline fritte che stazionano nel mio piatto da un’oretta. Sono gelate ormai ma me le infilo in bocca una di seguito all’altra, facendomi cadere sulle cosce anche il latte che dopo il primo morso categoricamente sgorga fuori. Vabbe, tanto peggio di così.
Tu sei a tuo agio, come sempre. Parli, ridi, tieni in piedi conversazioni che altrimenti morirebbero in quell’atmosfera d’imbarazzo che accompagna le conversazioni destinate a morire giovani. Come in un tragico avvenimento improvviso. Ti porti le mani alla bocca, muovi le braccia, rimani seduto e tranquillo.
“Che hai?” Mi chiedi quando siamo finalmente soli e mi accarezzi il viso.
“Niente” e abbozzo un sorriso fin troppo recitato, ma mi lascio accarezzare le guance e chiudo gli occhi un attimo.
“Sono una frana” aggiungo.
“Perché, non è stato così male”
“Ah no? Non sono neanche riuscita a dire il mio nome”
“Che importa, lo sanno tutti chi sei”
“Si ma così avrei detto una parola. Il mio nome lo so. Una parola è una buona media per me”
“Non sei una frana, sei perfetta così. C’è tempo per certe cose. E poi meglio, almeno solo io e nessun altro, so come sei davvero. Sono geloso di come sei quando sei con me.”
Ma perché riesci a far sembrare tutto bello? Anche me. Non potrebbe essere tutto un pochino meno bello? Sarebbe più facile. Così è difficile da accettare. Sono difficili da accettare le alternative possibili, i rischi, le difficoltà, la sofferenza e la tua mancanza.

“Senti devo dirti una cosa”
mi interrompi mentre sto dicendo qualcosa di strano, come al mio solito, che tu mi dici sempre “solo tu sei capace di dirmi certe cose e farmele trovare interessanti”.
“Dimmi” per un attimo la mia voce tradisce un pò di paura, di cosa? Non ci è dato sapere, ma inconsapevolmente un poco sto stringendo i pugni e ho paura.
“Sto benissimo con te”
Mi sciolgo all’istante e sto per cominciare a parlare, a dire qualcosa di strano, senza freni. Ma tu mi blocchi e aggiungi “Volevo dirtelo, perché è una cosa che ha stupito anche me. Per me non è così automatico, per me è strano, non pensavo mi potesse capitare, di stare bene con una persona”
Sto zitta, lo abbraccio, lo bacio e rido. Sono felice. In questo momento sono felice. Camminiamo mano nella mano, al buio di un sentiero di campagna. Furtiva ti aggancio il piede con il mio e ti faccio lo sgambetto. Ridi. Mi agganci il piede con il tuo e mi fai lo sgambetto.

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Pornografia moderna

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All’improvviso si gira, fa quel sorriso che è un misto tra l’entusiasta e il provocatorio:
“Ci andiamo?”
“Ma quando?”
“Adesso!”
Mi sono sentita come quando a sedici anni pensavo di poter fottere tutti, soprattutto degli stupidi cancelli o delle stupide telecamere.
“Andiamo!”

Ci guardiamo intorno e aspettiamo che ci sia via libera. Ma soprattutto aspettiamo che quei lampeggianti blu si allontanino il più possibile dalla nostra visuale.
“Muoviamoci!”
Mi prende alla sprovvista e io non sono pronta, così rimango in mezzo alla strada come una stronza, mentre lui con un salto è già sparito dietro a un muretto.
“Cazzo, aspettami”
Con l’adrenalina addosso non penso troppo a coordinarmi per evitare che mi salga la gonna fino alla gola e salto di là.
“Ahia!”
“Vero, abbassa la voce!”
“Mi sono fatta male”
“Dove?”
“Guardami il culo”
“Ehi. Nessuna me l’aveva mai chiesto così” e ridi.
“Dai scemo, mi sono graffiata il culo”
“Dai muoviamoci, dobbiamo salire quelle scale a quattro zampe”
“Ma sono tantissime!”
“Ne varrà la pena”
Quando arriviamo in cima si apre di fronte a noi una vista onirica. Un’altra scalinata infinita nasceva sotto i nostri piedi, stavolta in discesa.
“Ci siamo”
“È grandissima. E bellissima”
Guardo dritto davanti a me, solo le luci delle stelle e della Luna di un caldissimo sabato sera sopra di noi.
“Te l’avevo detto.”
La sua voce mi riporta alla realtà, mi piace così tanto la sua voce. Ho sentito così tante voci che non mi piacevano, che quasi non mi sembrava vera la sua, la prima volta che la sentii.
“E adesso?” E spero già nella sua risposta, che mi arriva dritta e precisa, come la volevo sentire.
“Adesso tappati il naso e prendimi la mano”

Splash.

Tra Kawai e K-Way io preferisco sempre la seconda.

Mamma mia come non riesco a scrivere in questo periodo. Pensare tanto, continuamente direi. Ma scrivere proprio no. Sarà che la mia collega ha avuto la brillante idea di prendere ferie la settimana più calda di Maggio, che sicuro quando ci andrò io (si..quando?) verrà giù il diluvio universale e toccherà fare di nuovo il cambio dell’armadio. Comunque sarà che appunto lei è in ferie e io ho dovuto coprire anche i suoi turni, roba che tipo ho due piedi che sembro Hulk e dolori anche alle palpebre. Ok, ok, non dormo un cazzo ormai da circa 3 mesi ma dai, non ho mai avuto dolore agli occhi per questo. Devono c’entrare per forza gli infiniti straordinari.
Quindi perchè sto scrivendo? vi chiederete. Anche no, probabilmente, ma facciamo finta che ve lo state chiedendo. Diciamo che ultimamente mi sono interessata, e non che ne sia rimasta affascinata badate bene, in modo assolutamente distaccato dalla mia volontà diretta, a un argomento che mai e poi mai avevo neanche lontanamente pensato di prendere un giorno in considerazione e addirittura di documentarmi a riguardo.
Stiamo parlando di quegli esseri umani, uomini e donne senza distinzione (o meglio, distinzioni ce ne sono, ma nel caso ne parlerò più avanti) , che amano alla follia, adorano, idolatrano, si ispirano, osannano il Giappone.
I cosiddetti GIAPPOMINCHIA. Perchè vengono chiamati così da chi, come me (si, mi ci butto dentro anche io, facciamola sta pazzia, CAZZO CIOè RAGA BORDELLO SE NON MI CI BUTTO DENTRO SONO UN COGLIONE CIOè BORDELLO), proprio non riesce a concepire né tantomeno a sopportare il fenomeno in questione.
Facciamo chiarezza: per me la gente può essere appassionata di qualsiasi cosa, ho conosciuto qualcuno che collezionava le etichette dei prodotti che comprava al supermercato e ritagliandole con premura e sistemandole in eleganti inserti di plastica lucida. Si, insomma, ci può piacere il cazzo che ci pare e sia ben chiaro che questa non è un’invettiva contro i GIAPPOMINCHIA e neanche voglio alzare il ditino e puntarlo contro qualcuno pensando presuntuosamente che dietro a certe libertà espressive ci siano necessariamente dei problemi mentali.

No.
Comunque, se non vi va di leggere basta cliccare quella X rossa che trovate in alto a destra del vostro monitor (nel caso abbiate Windows) o quel pallino rosso in alto a sinistra (nel caso abbiate un Mac).
I GIAPPOMINCHIA non sbagliano mai: parlano del Giappone. No, mi esprimo male, parlano SOLO del Giappone. Anche quando sembra che il discorso stia prendendo una piega diversa (volesse Iddio), in realtà non lo sta facendo davvero: stanno sempre parlando del Giappone. Anche quando provi insistentemente a fargli capire che sì, il Giappone è una nazione interessantissima ma che dedicargli un quarto d’ora sia abbastanza, loro non sentono cazzi: si deve parlare del Giappone. Perchè il Giappone è come il prezzemolo: sempre nel mezzo. Perchè il Giappone è come un giacchetto nero: sta bene su tutto. Tranne che con un vestito blu scuro o marrone scuro, con quelli non sta bene, ma come glielo spieghi a dei GIAPPOMINCHIA?
I GIAPPOMINCHIA non leggono libri, leggono MANGA. E a me i manga piacevano, giuro. Quando ero un attimo più piccola ok, ma li trovo molto belli. Però provate a parlare di qualcosa che anche solo lontanamente può essere ricollegata a un manga con un GIAPPOMINCHIA. No, non ci provate. I GIAPPOMINCHIA non guardano film, guardano ANIME. Che per chi non lo sapesse sono i classici cartoni animati giapponesi (eh, chiaro, e di dove sennò?!). Belli anche gli anime, ma soltanto fino che se ne parla per quello che devono essere presi: dei cartoni animati. No, i GIAPPOMINCHIA devono parlare delle sigle, iniziali, mediane, finali, prima stagione, seconda stagione, millesima stagione, millesimo capitolo, la storia, il disegno, la storia dietro la storia, la storia del disegnatore, la collezione di dvd, ebay, amazon, streaming. No, streaming no, che non c’è gusto sennò si perde tutto il bello.
Si, ripeto, bello. Concediamogli altri dieci minuti per manga e anime ok. Ma dieci.
Il viaggio della vita dei GIAPPOMINCHIA è l’Australia. Ah, no. Il Giappone. Quasi tutti i GIAPPOMINCHIA sono stati di riffa o di raffa, a costo di dormire per strada, in Giappone almeno una volta. Dico ALMENO una volta perchè una volta sola per uno spirito giappominchione non è assolutamente abbastanza per soddisfare la propria fame di Giappone. Inutile dire che sarà stato il viaggio più bello della loro vita, che la popolazione giapponese è la più figa del mondo, che altro che Europa w il Giappone. Nessuno sta dicendo che tutto questo non sia vero eh, attenzione. Non lo so se è vero o no, io in Giappone non ci ho mai vissuto. In ogni caso, dico io, CHEPPALLE. Passiamo dunque alle distinzioni di sessi.
Le ragazze GIAPPOMINCHIA sono molto peggio dei ragazzi GIAPPOMINCHIA. Le ragazze giappominchia, assumono atteggiamenti a dir poco fraintendibili e facilmente preda di prese di culo e di interrogativi di tipo psico-pedagogico. Infilano parrucche colorate, mettono grembiulini con grossi fiocchi fiocchini e chincaglierie varie, mollettine vistose e esuberanti su i capelli e lenti a contatto colorate. Tutto ciò per emulare quelle che in Giappone sono assunte in bar caratteristici sotto mentite spoglie di cameriere. In realtà fanno le troie. Non davvero, cioè in qualche Maid Cafè (così si chiamano) si, ma nella maggior parte devono solo fare le rizzacazzi stupidine oink oink.
Comunque oltre a tutto il travestimento caratteristico, è importante per una vera GIAPPOMINCHIA, abbinargli un movimento delle mani che si battono a pugno sincronizzato con parole random tipo PUM PUM, TUN TUN, CIN CIN. Ah, no, con l’ultimo mi sono confusa.
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Fate CIAO CIAO a questa simpatica Maid

Le ragazze GIAPPOMINCHIA, collezionano robe UTILISSIME quali portachiavi di animaletti non bene identificati di plastica tossica SUPER PUCCIOSI, adesivi di ogni genere che accumulano sulla scrivania senza mai utilizzare PERCHè GLI DISPIACE USARLI, penne super fashion con cupcake attaccati sopra o ricoperte di panda CCCCARINISSSSSIMI, parrucche ovviamente e tutta un’altra serie di roba chiaramente MADE IN CHINA.
Si esprimono generalmente con onomatopee, tipo “OOOOOOOOOOUUUUUUUUUUUIIIIIIIII” per dire “Mamma mia che carino”, “NGUE NGUE” per dire “Sono triste”, “IEIIIIIII” per dire “Sono felice” e “PUM PUM” per dire..no, questa non la so.

W il Giappone.

Non so se ci andrò mai, se mai sarà io ci andrei sicuramente per roba tipo questa:
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hanami

Poi,boh, fate voi.

Tutti i colori del cielo dopo che ha piovuto.

Sapessi descrivere quello che ho in testa come qualcuno che sa scrivere bene fa, direi che sei tutti i colori del cielo dopo che ha piovuto. Hai presente? Quella luce perfetta. Quell’odore di bagnato. Quei colori accesi circondati dal grigio. T’ho guardato il viso e l’ho baciato. Non subito, ci ho messo un pò. C’è stata una volta in cui ti ho guardato che ero seduta su una poltroncina rossa del cinema e tu stavi comprando i pop corn, quella volta che t’ho guardato e mi sono chiesta cosa ci facessi lì insieme a te. E’ stata l’unica volta in cui mi sono fatta una domanda simile, poi ci siamo messi a correre e io non ti stavo dietro perchè ero appena guarita dalla polmonite. O forse semplicemente perchè sei più veloce di me. Ma questo ancora non ho avuto il tempo di scoprirlo. T’ho guardato il viso e ci ho visto la notte, il giorno, la sera e la mattina. Ma non solo, le ho viste in tutte le stagioni, la mattina presto, la mattina è buio, il tramonto alle 9 e alle 5 i lampioni accesi, le stelle di San Lorenzo e il violaceo della notte coperta, il piumino e il cappello di lana, le camicie di jeans e i costumi colorati. T’ho guardato ieri sera che erano più o meno le 1 di notte e credo di averti sorriso, non lo so davvero, non presto mai abbastanza attenzione, sono lì che ti guardo e se tu quando mi vedi girare l’angolo sorridi allora io chiudo gli occhi, mi aggrappo al tuo collo e ti bacio.

“Cosa vuoi fare?” E mi baci. E mi abbracci. Mi stringi. Mi ribaci. Non riesco a pensare, non riesco a parlare. Con te perdo completamente il controllo.
“Non lo so” E mi baci. E mi tiri a te. Mi abbracci. Mi baci. Mi baci. Mi baci. E io sento la tensione dei miei muscoli, di tutti i miei muscoli, sparire d’un colpo. Ho quasi paura di svenire o che non mi reggano le gambe. Puoi fare tutto quello che vuoi. E io voglio che tu faccia tutto quello che vuoi.
Devi ammetterlo, siamo inusuali. Due persone inusuali insieme sono capaci di molto e di niente. Sono capaci di stare in silenzio, un’ora intera, guardandosi intorno. Sono capaci di prendersi per mano e far come se non ci fosse nessuno intorno. Sono capaci di ballare uno sopra all’altra delle sentimentali canzoni anni 80, sono capaci di baciarsi tenendo le mani sopra agli occhi, di rimanere chiusi in una stanza al buio toccandosi i muscoli delle spalle, della faccia e del collo per capire quali sono. Di uscire solo quando fuori già è giorno e dirsi “A domani” senza sapere se sarà vero ma credendoci.
“si sta comodi qui”
“qui dove?”
“qui. tra la tua spalla e il tuo collo”
“mi fido, non potrò scoprirlo mai”
“in ogni caso è un posto prenotato, ci ho scritto sopra il mio nome.”
“va bene, è il tuo posto. possiamo dormire così? io ci riuscirei”
“anche io ci riuscirei”
Il fatto è che due persone inusuali insieme non dormono mai, ci provano, fanno finta, chiudono gli occhi un minuto e poi li riaprono affamati.

Le nostre vite.

“Quindi ti piaccio”

“Mi piaci, mi piaci tanto. E poi stasera sei particolarmente bella”

“Devo scordarmi di pettinarmi più spesso allora”

“Devi stare tranquilla”

“Ma sono così lontana dal tuo mondo. Ho una vita così diversa dalla tua.”

“È quello che voglio. Credimi è meglio. Io la vedo la gente che fa parte del mio mondo e non voglio accanto nessuno così.”

“Ma sarebbe molto più facile. Sai, fare le stesse cose, portarti dietro qualcuno che parla la lingua dei tuoi collaboratori,  magari lavorare a qualcosa insieme”

“Non ho bisogno di qualcuno che lavori con me. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga distante dal mio lavoro, che mi faccia stare bene, che mi mostri la vita che c’è oltre”

mi zittisco finalmente e ti abbraccio forte. “Abbracciami”. Mi abbracci forte.

“Promettimi che stai tranquilla”

“Si”

“Dio, quanto vorrei baciarti”

“Ti bacio io.”

E ti avvicini alla mia bocca senza sfiorarmi.

“Ti bacio io quando lo decido io” e ti guardo severa.

Tu ridi. “Con cosa la cambio io una sera calda d’aprile, un tavolino all’aperto, una schiacciata salsiccia e stracchino, un bicchiere di coca cola, la tua mano nella mia e tu che ti arrabbi se non dormiamo insieme?”

Ridiamo insieme adesso, ti stringo forte come a dirti Sto tranquilla.

Coglione. Coglione. Coglione. Coglione. Coglione. Coglione.

La scena era più o meno questa: eravamo entrambi ubriachissimi, io e il mio ex intendo. Quando ancora non eravamo altro che due studenti universitari che cominciavano a conoscersi la notte, principalmente bevendo insieme. Strano come io, le cose più intense, le riesca a vivere solo la notte. Come se anche il resto del giorno non fosse importante.
Comunque, dicevo, eravamo io e lui ubriachi nel salotto di casa mia al buio. Avevamo passato le ultime 3-4 ore a parlare della vita, dell’amore, dell’arte e del cinema. Forse avevo parlato solo io e lui si era limitato ad ascoltarmi. Dopo 3-4 ore di conversazione su i massimi sistemi lui se ne esce con una frase tipo: “Fammi toccare le tette”.
Io ovviamente feci per scansarmi e rimasi di stucco per la facilità con cui era riuscito a rovinare e cancellare 4 ore di bellissima conversazione. Non potevo credere che l’avesse detto davvero eppure me lo ripeté con più veemenza: “Dai, fammi toccare le tette!”.
A quel punto me ne andai dal salotto di casa mia ma non prima di avergli detto: “Sei proprio un coglione”.
Ecco, sono arrivata al nocciolo della questione, che non è come si potrebbe erroneamente pensare che mi si può chiedere di toccarmi le tette ed uscirne comunque vincitori dato che poi è diventato il mio ragazzo (ma anche ex-ragazzo, ergo..). Il nocciolo della questione è la mia capacità di dire a qualcuno con assoluta sincerità e noncuranza che è un coglione.
Ricordo la sensazione che provai: tranquillità. Zero preoccupazioni, Zero paranoie, Zero domande. Solo un autentico senso di libertà nel poter dire cosa volevo e come lo pensavo. Gli avevo dato del coglione e non me ne fregava un cazzo di cosa ne pensasse lui. Della sua opinione a riguardo.
Adesso non ci riesco più. È come se mi si parasse davanti la faccia di Padre Maronno che mi dice “E se poi te ne penti?!”. Così finisco col dire cose come: “Certo che sei proprio poco furbo eh” quando invece vorrei dire:”Certo che sei proprio un coglione del cazzo eh”.
Sono cresciuta forse, sono anche piena di cicatrici che all’epoca ancora non avevo. Forse si è sviluppata in me una forma di salvaguardia involontaria che mi ha reso diversa per certi versi. Debole, per altri.

“Insomma a che ore parti?”
“Ma quando?”
“Dai, domani. A che ore vai?”
“No, non ci vado”
“Ma che dici dai, a che ore parti?”
“No, guarda che non ci vado davvero. Troppo complicato, troppi impegni, troppo poco tempo. Meglio di no, non ci vado, aspetterò qui.”
“Stai attenta”
“Perché? ”
“Perché io ti vedo, ti ascolto, ti guardo da fuori”
“E?”
“E stai attenta. Sei andata, hai spiccato il volo, ti si vede negli occhi e si sente quando parli”
“Ed è necessariamente un male?”
“No, certo che no. Ma io sono più vecchio di te, ti conosco e ti consiglio di tornare con i piedi sulla terra”
“E come si fa?”
“Si fa”
“Ma come? A me non riesce, non sono capace”
“Se si vuole, si fa. Respira, mettiti dritta con la schiena, rilassa i muscoli, pensa. Razionalizza. Guarda le cose esattamente per quelle che sono. Tornerai fra di noi.”

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Mi manca mia sorella. Lei saprebbe cosa fare. Lei saprebbe come aggiustare. Con il mio cuore in mano e un cacciavite fa miracoli.

Alle 10 sotto da me.

“Sono qua sotto”
“Scendo”

Mi guardo allo specchio, non ho messo il rossetto e ho gli occhi rossi di chi ha già vissuto un po’ troppo per essere solo le 10 di sera. Prima di uscire sorrido alle ragazze che sono piantate sul divano, non riesco a trattenere questo sorriso. Sarà il fumo, il vino, sarà che tu sei sotto che mi aspetti. D’improvviso l’ora e mezzo che ho impiegato a mettermi e togliermi di dosso vestiti diversi non conta proprio più un cazzo. D’improvviso potrei avere addosso uno di quei pigiami a sacco senza preoccuparmi di essere bella e attraente.
A passo svelto entro in macchina. Ancora non riesco a trattenere il sorriso. Mentre sorrido penso che probabilmente sto sembrando un’ebete ma continuo a non riuscire a smettere di ridere e sorridere. Per colpa di questo sorriso del cazzo ho perso il momento giusto. Vorrei riaprire la portiera, mettermi vicino a te e baciarsi sulla bocca senza paura di sembrare una scema.
“Hai già deciso che non vuoi più baciarmi?” Allora ti ringrazio, non davvero, ma lo faccio.

“Devo andare via” e lo dici con la voce di uno che sta per essere preso a fucilate nello stomaco. O forse è quello che ci voglio vedere io.
“Sì, mi sposto dai”
“No. Rimani. Rimani.”
“Ma tu devi andare”
“Ma non ci riesco. Perché sei così?”
Non so dire niente adesso, non so mai dire qualcosa di giusto allora finalmente me ne sto zitta.
“Vieni con me domani”
“Non sarebbe carino”
“No, è vero. Vieni con me a casa.”
“Non posso”

Dici di dover andar via altre 5, 6, 7 o anche più volte. E tutte le volte mi hai chiesto di rimanere. E io sono rimasta. Fino alla mattina. Fino a che ha fatto giorno.
“Sai cosa pensavo?” Ti dico poi.
“Cosa?”
“Che io e te non ci siamo mai visti alla luce del giorno. Dove finisce la notte, finiamo anche noi. E un giorno non comincia mai davvero, è solo la continuazione di una notte lunghissima che si esaurisce.”

E così s’innamorò come s’innamorano tutte le donne intelligenti: come un’idiota.

Ma tu lo ascolti l’oroscopo alla radio?

Le luci soffuse di questo locale non rendono giustizia alle linee del tuo volto. Alle ombre che formano i tuoi zigomi disegnati, le tue arcate sopraccigliari ponti invisibili tra due mondi di oceani sommersi, di abissi profondi, profondi e neri. Neri come i tuoi occhi, che all’inizio ci metto sempre un pò a guardare dritti, che abbasso lo sguardo e penso alla mia fronte e alle mie cicatrici. Che ti parlo guardandomi intorno, che poi finisce che mi accorgo di tutto e non mi accorgo di niente, come quando mi sono spaventata perché un pitbull mi ha annusato la mano, mentre gesticolavo con le mani tentando di spiegarti perché mi trovavo lì con te. Queste luci non ti rendono giustizia e facciamo finta di niente mentre ordinò due birre e scelgo io per te, che a te i menù ti mandano sempre un pò in bambola. Chissà perché poi, sei così bravo a scegliere per te. Tranne che io, hai scelto me e questa volta non so se hai fatto bene. Ma mi interrompi scuotendo la testa, mi sembra di parlare più di quanto non abbia mai fatto ancora con te. Di solito tu parli e io ascolto, e questo già è un miracolo che neanche Lucio Dalla saprebbe suonare. Ok, forse lo saprebbe fare. Tu scuoti la testa e cerchi di dire qualcosa, ma io ti ripeto ferma e decisa che “no. Ancora non puoi parlare. Devo finire”. Alla fine ho finito davvero e credo di aver detto la stessa cosa in cerchio come gli indiani per un quarto d’ora buono.
“Io voglio stare con te. Ma ti farò male, tu mi urlerai che sono una testa di cazzo, succederà e succederà di nuovo e non so se tu riuscirai ad accettarmi. Funziona così con me, le persone si allontanano. Lo farai anche tu”
“Non prendere decisioni al mio posto. Sono io che decido se sono contenta. Che decido se vale la pena. Adesso devi solo rispondermi, ho bisogno di sentirmelo dire. Capisci? Ne ho bisogno.”
“Si per me ne vali la pena.”
“Non deve essere per forza per sempre adesso. Adesso è solo adesso.”
“Non mi sopporterai”
“Vorrà dire che ti manderò a fanculo.”
“Io non mi sopporterei se stessi con me”
Per un attimo mi fermo a pensare a quello che hai detto, come se stessimo insieme davvero, come se fossimo un verbo al plurale. E mi chiedo se è così davvero, ma a te non lo chiedo perché non voglio saperlo e quindi ti rispondo decisa e spavalda.
“Io mi innamorerei follemente di me”
“Come hai detto?”
“Che mi innamorerei di me.”
“Ah” e forse lo dici con un Po di delusione, che un Po mi fa piacere e un Po mi spaventa.
“Magari non mi sopporterai tu”
“Magari”

Sto tremando come una foglia, come tutte le foglie che possono tremare tutte insieme e che fanno casino. Sto tremando e faccio strani versi con la voce. Un vizio del cazzo che ho da sempre, quando tremo, come se poi cambiasse qualcosa. Divento un soprano e tu ridi. Come se non fossimo mai stati in quel posto, a quel tavolino, accanto a un cesso senza carta e senza maniglia alla porta.
Mi infilo la cintura che ancora sto gorgheggiando e tu mi dici “vieni qua”. C’è un tempo infinito tra un esortazione e l’esplicazione di essa, un tempo che si materializza in uno spazio vuoto, creato dalla cintura di sicurezza. Non la sgancio ma mi aggrappo, come se non aspettassi altro. Faccio partire la macchina e tu parli. Sembri tornato su questo pianeta, ma a me parevi bello anche sull’altro ad essere sincera. Tu parli e io scrivo, che poi si dice che si scrive quando non si sa parlare e i miei quarti d’ora di soliloqui fraintendibili penso che sono la prova. Ecco perché quando mi dici che io dico la verità poi penso che chissà che verità Hai sentito dire tu, non hai mai letto niente di mio. E se scrivo perché non so parlare è per poter dire cose come queste, che guardando i tuoi occhi neri io non saprei dire mai.
“5 minuti dai”
“Ok. 5 minuti”

“Spero di non farti incazzare troppo” e parli come se ci fosse un futuro per noi. C’è? Perché mi parli così? Perché alimenti in me speranze che forse, puntualmente, verranno distrutte?
“Spero di non farti incazzare troppo” Ti dico anche io in un orecchio, come se fossimo uguali, come se pensassimo insieme.
Ma forse non è così davvero. Perché tu lo ascolti l’oroscopo delle 7 e mezzo di mattina alla radio mentre vai a lavoro? Lo ascolti stando attento al tuo segno e al mio e modellando le parole di un ciarlatano a tua immagine e somiglianza come se ci credessi davvero? Lo aspetti il cancro come io aspetto l’acquario? E a chi te lo chiede, lo dici che è un segno bellissimo, che forse qualcosa ci azzeccano davvero perché tu sei un creativo e un sognatore?
Mi sto lanciando dentro un fosse e mi ci infilo con tutte le gambe. Lo sento il fondo del fosso, lo sento quando alzo il volume mentre passa l’oroscopo alla radio alle 7 e mezzo di mattina.

Bisogna attrezzarsi per momenti così.

Siamo fermi in macchina con l’aria calda accesa e sono le 6 di mattina.
“Metti un cd buono che non sia uno dei miei”
“Proviamo questo” e infili un dischetto nello stereo.
Rimaniamo in religioso silenzio, senza respirare quasi, in attesa di quello che non sappiamo ancora aspettarci. Un pò come me e te, siamo noi davanti a questo stereo.
Ad un certo punto parte un pianoforte familiare e caldo come l’abitacolo della tua macchina. E come le mie guance e le mie labbra.
Mi giro verso di te con l’espressione contenta di chi ha indovinato la combinazione giusta per aprire una cassaforte. Come me e te, siamo noi che indoviniamo la combinazione di una cassaforte.
Forse ho la bocca leggermente aperto mentre sorrido, con l’espressione buffa che mi viene naturale e gli occhi grandi spalancati. Mi guardi e ridi anche tu, ti infili un paio di occhiali da sole e me ne passi un paio anche a me. “Quanti ne hai?”, rido mentre li indosso. “Bisogna attrezzarsi per certi momenti, sono necessari”. Non rispondo perché penso che hai ragione, che hai indovinato la combinazione, che devo star tranquilla perché lo stereo passa musica buona. Non rispondo e in silenzio, con gli occhiali da sole addosso, stiamo ballando scatenati, vicini, senza toccarci, sotto al cielo delle 6 del mattino.

Si è scaricata la batteria della macchina.

Mi è parso così naturale. Tu mi parlavi ormai da dieci minuti di problemi seri, di rompimenti di palle che la vita purtroppo ci propone quotidianamente e che a me adesso mi sembra di poter combattere. Tu parlavi da dieci minuti, io avevo la testa appoggiata allo schienale della tua macchina e ti guardavo, poi ho iniziato a ridere. Tu ti sei fatto serio serio e mi hai chiesto che cosa ci trovassi mai da ridere. E a me è sembrato naturale risponderti “Rido perché non ti sto più ascoltando da almeno 5 minuti”

“Ah, ottimo. E cosa stai facendo?” “Aspetto che mi prendi in braccio”

Tu tiri indietro il tuo sedile e mi fai posto, a me è parso così naturale aggrapparmi al tuo collo e salire sulle tue gambe, così magre che avevo paura di spezzarle. “Adesso ci sei”

“Tu profumi di buono” “L’ho rubato a mia mamma, io profumi non ne ho” “No, intendo tu. Sei tu che profumi di buono”. Poi mi scosti appena la sciarpa e mi dai un bacio sul collo. E a me è parso naturale chiudere gli occhi, incastrare la testa tra la tua spalla e il tuo collo e starmene lì in silenzio.

“Cosa stai facendo?” Mi chiedi, ma non perplesso. Me lo chiedi con curiosità mentre ti accarezzo e disegno i contorni della tua faccia. “Ti sto imparando a memoria”. Sorridi, anzi ridi e mi baci.

“Dovresti morire per imparare la lezione. Tanto poi rinasci gatto.” “Anche tu rinascerai gatto. Ma saremo dei gatti…” “…fighi”, ti suggerisco. Tu ridi “No, intendevo due gatti di casa” “Ma no, saremo randagi, ci arrangeremo” “Promettimi che non mangerai lucertole. Quelle fanno dimagrire” “te lo prometto. ”

“Scrivilo qua, sul finestrino. Cose da fare prima di morire: chiedere una sigaretta a Radio Montecarlo” E io scrivo. Scrivo anche una cosa mia: piantare un arancio. “Io vorrei piantare un ciliegio giapponese” e lo aggiungo sul vetro. “Io vorrei costruire un muretto” Mi guardi: “iintendi con mattoni e cascina? ” “si, un muretto” “Anche io vorrei costruirne uno” E io ti bacio.

“Vero, si è scaricata la batteria della macchina. Torniamo a piedi” Tornerai domani a prenderla. Oppure oggi. Che sono già le 5 e mezza del mattino. Ti saluto e tu mi dici “Ci vediamo stasera?” “Certo.”

Splendido.

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