Monthly Archives: January 2014

Cattiva e anche parecchio strafottente.

La spiegazione di questo post è che oggi è una di quelle giornate in cui mi sento cattiva. Cattiva e anche parecchio strafottente, del tipo “ti sfotto e ci rido pure di gusto”. Probabilmente se il diretto interessato di questo post fosse inspiegabilmente su wordpress e mi leggesse, si riconoscerebbe subito e sapete una cosa: ovviamente oggi non me ne frega un cazzo. Pensando a tutte le cazzate che mi sono capitate nella vita ho ripescato tra i miei ricordi un mio ex, tale A. Sono stata insieme a A. più o meno dai 16 ai 18 anni , lui romano io fiorentina. Ci eravamo conosciuti alle nazionali studentesche di pallavolo e io mi ero perdutamente innamorata di lui e delle sue spalle sotto le note di Iris dei Goo goo dools, in una sporca e affollata camera d’albergo. Sono stata innamorata di A. alla follia e lui era innamorato di me. Si sa che l’amore ti rende abbastanza mongoloide e soprattutto ti impedisce di vedere quello che realmente sta succedendo intorno a te o a te. A. era un tipo molto passionale e geloso, tanto che per esempio io avevo dovuto smettere di andare a ballare in discoteca con le mie amiche, cosa che a quella età mi pesava moltissimo. Ovviamente aveva i suoi lati buoni, ed erano probabilmente quelli di cui mi ero innamorata, ma più passava il tempo e più mi rendevo conto che nelle nostre litigate c’era qualcosa che non andava. Porte sbattute con tanto di maniglie rotte, pugni al muro con tanto di nocche sanguinanti, scenate di gelosia esorbitanti e discussioni che culminavano sempre con delle sue messe in scena di “simil-svenimenti” con “simil-aritmie cardiache” a terra e “simil-tremori involontari” di tutto il corpo. Ovviamente io mi rendevo conto che in tutto questo c’era della sana e neanche troppo elaborata recitazione ma come tutte le persone normali finivo la discussione abbracciandolo mentre lui era in preda ai suoi malori e magicamente tutto ciò si arrestava e tornava in perfetta salute. Una volta ricordo che guardandomi negli occhi mi disse: “Sono cieco da un occhio”. Io un pò perplessa non sapevo cosa rispondere e rimasi in silenzio cercando da sola di individuare l’occhio in questione. A quel punto a seguito del mio silenzio lui esordì con: “Ah ecco, allora vorresti dirmi che se sono cieco non mi ami più, non piaccio più allo stesso modo!” e io “No ma che dici, non mi condiziona in nulla” e lui “Non è vero non mi ami più”. Seguirono diversi non mi ami più e diversi non è vero prima di dirmi che ovviamente non era cieco da nessun occhio e che mi aveva solo messa alla prova. Comunque, la nostra storia andava avanti, molto spesso a suon di litigate. In cui, non si sa bene come, ero sempre io la colpevole e anche se magari la discussione la facevo partire io per qualcosa che non mi andava, ero io a chiedere scusa. Piano piano la mia mente da adolescente scema cominciò ad evolversi e queste stronzate mi stavano strettine. Un giorno lui si arrabbiò con me per qualcosa di cui, ovviamente, non c’era da arrabbiarsi e io decisi di non sentirlo più fino a che non fossi andata a Roma a trovarlo. A quel punto secondo la mia logica, o mi chiedeva scusa, oppure me ne sarei andata così come ero arrivata e per sempre. Arrivai a Roma e lui, sorpresa delle sorprese, fece esattamente finta di niente, cosa che mi fece ancora di più incazzare perchè stavolta non l’avrei lasciata passare. Mi disse “andiamo a casa con questo treno..” e io marmorea risposi “Io non vengo a casa con te, io torno a casa”. BAM. Subito dopo iniziò uno spettacolo che mai credo mi scorderò, un accaduto tanto ridicolo quanto spaventoso e irreale.

A. cominciò a urlare nella stazione di Termini cose tipo “Non puoi! Non puoi lasciarmi altrimenti m’ammazzo!” E io rimanevo ferma sulla mia decisione. A quel punto A. iniziò a correre lungo il binario su cui ci trovavamo e mentre correva, attenzione, si spogliava. Si toglieva i vestiti e correva e io non sapevo se ridere o se piangere ma confesso, sotto i miei occhiali da sole neri, io stavo ridendo. Era una situazione surreale, lui che correva come un pazzo e si spogliava e io dietro che raccoglievo i vestiti. Arrivai in fondo al binario e lo trovai accucciato in mutande, mi avvicinai e gli misi una mano sulla spalla, lui mi tirò uno spintone e mi disse “M’ammazzo”. A quel punto prese i sassi dei binari e cominciò a passarseli sul braccio, senza evidenti risultati ovviamente. Gli tolsi i sassi dalle mani e gli chiesi di smetterla. Lui corse via. Io rimasi lì, inerme e stanca e anche parecchio sconvolta. Ad un certo punto tornò e mi disse con molta calma “Ti accompagno al treno”. Mi sentii sollevata, ma mi aveva teso una trappola: mi fece sedere su una panchina e cominciò il classico pippone dei miei pregi e dei pregi di tutta la mia famiglia comprese le gatte. Ok, potrebbe sembrare una cosa tenera, ma mettetevi nei miei panni: ero proprio sconvolta e soprattutto volevo solo tornare a casa. Quindi feci la risoluta e gli dissi “Ok, mi dispiace, ma adesso vorrei andare a prendere il treno”. L’ira funesta si scatenò di nuovo e A. cominciò inizialmente a urlare che mi odiava e in secondo tempo sperando che mi impietosissi si allontanò guardandomi e gridandomi “Addio” svariate volte. Ecco l’ultima immagine che ho di A. è lui che si allontana e con la faccia da Holliwood mi dice “Addio. Addio. Addio”. Inutile dire che sono seguiti sms minatori e infamate a non finire. Ma sapete una cosa, io quando ci ripenso mi viene sempre da ridere. Quindi grazie A. per avermi regalato questo ricordo che porterò sempre con me. E grazie per aver dimostrato che per l’ennesima volta in una coppia quelle con le palle sono le donne. Ma dai, un pò di contegno ragazzi.

ps. So per certo che A. sta molto bene ed è felicemente fidanzato, credo che come me sia cresciuto anche lui quindi non preoccupatevi.

pps. Vi avevo avvertito che oggi sono cattiva, quindi pregasi levarsi dai coglioni i moralisti e benpensanti.

Baci baci

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Scleri pomeridiani.

Nel mio trepidante pomeriggio noioso in attesa del ritorno a casa del mio fidanzato mi sono soffermata a riflettere su un argomento tanto inutile quanto ridicolo (e qui forse quale donna mi alzerà un polverone sul “ridicolo”): le fashion-blogger. Anzi, per esser precisa sulla fashion blogger del momento ossia tale Chiara Ferragni. A causa di link a caso sono finita sulla sua pagina Facebook e mi sono imbattuta in quello che dovrebbe essere il mondo della moda alla portata di tutte ma che in realtà non è affatto così. Ora, analizzando i fatti, sta tipa si è messa addosso qualche vestito a caso, qualcuno le ha fatto delle foto e ha iniziato a scriverci un blog. Un blog che teoricamente dovrebbe indirizzare le ragazze a vestirsi nel modo più giusto in ogni occasione. Va bene, tralasciamo il fatto che a lei i vestiti glieli regalano le grandi case della moda e che quindi, suppongo, non siano proprio proprio alla portata di tutte noi comune mortali. Ma non per questo ci si deve allontanare così tanto dalla cruda e fredda realtà che ci circonda. Cioè per esempio, se io a fine Gennaio vado in giro per la strada con una pelliccia, gli shorts e un paio di sandali minimo minimo mi fanno l’elemosina, oppure chiamano il 118 e ordinano un TSO, se prima non sono finita da sola in ipotermia. Della serie: devo andare al supermercato vediamo cosa posso mettere addosso, ma sì, questa gonnellina di lattex con questa camicia di pizzo e queste zeppe di Ferragamo vanno più che bene, mi faccio na foto e esco! In effetti pensavo che per il rientro del mio fidanzato, potrei andare ad aprire la porta con un bel paio di sandali alla moda, una minigonna elasticizzata e un top di strass. Sicuro quando mi vede chiama il circo e chiede di venirmi a riprendere. Certo, è vero che la donna non deve lasciarsi andare mai, deve sempre mantenere quel poco di sensualità e femminilità che non basta mai. Ma chi dice che non lo si possa fare anche con un bel paio di pantofolone calde ai piedi? Vedo le foto della fashion blogger e penso che io a Gennaio quando esco di casa sembro l’omino michelin, i capelli non hanno mai un suo perchè e le scarpe sono sempre sporche di fango o di pioggia. Eppure lei con i suoi 25 scarsi kg addosso riesce a resistere alle intemperie e a far finta che Gennaio sia Maggio o che Agosto sia Novembre. Una cosa mi consola, pensare che tra qualche anno quando quel fisico da fotomodella di sta ceppa e quei capelli da diva spariranno e le case di moda non se la cagheranno più di striscio, io sarò sul mio divano con le mie pantofole e lei con i suoi sandali firmati che per quanto mi riguarda a quel punto le serviranno a ben poco, se non per difendersi quando qualcuno si deciderà ad attivare un TSO.

ps. se volete scrivetemi il vostro OUTFIT di oggi!! 😛 il mio ovviamente comprende: tuta extralarge versione salotto, pantofole (le beneamate), sciarpa e il mio accessorio CULT è la borsina dell’acqua calda!

Ordinarie cronache di una serata al cinema.

Ok, il cinema. Ah, il cinema. Cinema, cinema, mio amato cinema.

A chi non piace andare al cinema? Se qualcuno si è risposto “A me” allora è pregato di andare a leggere qualche altro post in qualche altro blog. Io adoro il cinema, più o meno da sempre. Da quando i miei mi portarono a vedere il Re Leone della Disney e la sala era talmente piena che ci si dovette sedere sugli scalini, che allora ancora non esistevano i posti numerati. Ok, molti dei miei film preferiti non ho potuto vederli al cinema perchè sono troppo giovane, ma discutiamone: vedere un film al cinema ha tutto un altro sapore.

Serata perfetta per portarmi a letto: cenetta fuori e cinema. Credo che sarà un appuntamento fisso anche quando avrò un lavoro impegnativo magari, un marito magari, dei figli magari, dei nipoti magari. Dovrò diminuire un pò i termini di frequenza, va bene, invece che tutte le settimane almeno una volta alla settimana ridurrò a “almeno una volta ogni due settimane”. Oh, che volete, a chi lo stadio a chi il cinema.

C’è un però. Andare al cinema è sempre una (dis)avventura. Insomma non si può dire di andare al cinema e finita lì.

Andare al cinema vuol dire sempre più o meno questo:

Io: “Amore, stasera cinema?”

S.: “Certo, stasera cinema, guarda un pò gli orari, vogliamo andare a mangiare fuori?”

Io: “Si si per forza! Il film inizia alle 22:00. Partiamo un’oretta e mezzo prima così ce la facciamo con calma..”

Ore 20:30- Io: “Amore ti muovi? Altrimenti facciamo tardi”

*mugolii d’assenso dall’altra parte*

Ore 21:00 partenza- Ore 21:15 arrivo al parcheggio del cinema distante una cinquantina di metri dall’entrata-

S.: “Scendi dalla macchina e corri a fare i biglietti io intanto vado a parcheggiare”. Io scendo dalla macchina e si alza improvvisamente una bufera di vento, a volte anche di pioggia (in qualsiasi stagione ci si trovi) e io corro con relativi piedi infilati in tutte le pozzanghere presenti in quei 50 metri. Entro nel cinema e mi avvicino alla biglietteria. A questo punto la serata può prendere due strade:

Opzione 1) C’è coda alla biglietteria e le persone davanti a me sembrano sempre essere indecise su che film guardare. Qualcuno chiede consiglio al bigliettaro. Qualcuno deve prendere biglietti per 10 persone. Qualcuno non trova il codice di prenotazione del biglietto. Conseguenti imprecazioni mie e stress che sale in modo inversamente proporzionale col calare dei posti disponibili in sala che appaiono sugli schermi sopra alla biglietteria.

Opzione 2) La biglietteria è vuota. I bigliettari stanno uno al bar a bere il caffè, uno ci sta provando con la donna delle pulizie, uno parla al telefono sulla sedia accanto e non accenna a smuoversi da lì per cambiare posto, uno fa finta di dover fare qualcosa per perdere tempo e per non dover venire a sentire cosa vuoi (cosa vorrò mai, un big mac?!). Improvvisamente un bigliettaro barbuto e molto molto indispettito si avvicina al vetro e al microfono mi dice: “Un attimo e arrivo”. Accende il pc, armeggia al pc, sistema il microfono, controlla la stampante, si tira su i pantaloni e poi finalmente mi fa i biglietti.

Ore 21:30- Arriva S. dal parcheggio, bello tranquillo con le mani in tasca

S.: “Fatti i biglietti?”. Io spettinata e rossa in faccia quasi gli urlo “Si! Adesso però li tieni te in tasca!” (Come se tenerli in tasca fosse una punizione cattivissima che gli renderà pan per focaccia). Lui guarda i biglietti ed esclama: “Ma la fila 5?! Ma scusa io non ci voglio stare in fila 5, ci sono quasi tutti i posti liberi e ti sei fatta mettere in fila 5!”.

Silenzio. Con calma torno dal bigliettaro barbuto, picchio sul vetro e gli chiedo “Scusi perchè mi ha messa in fila 5?” e lui “Perchè in questa sala si vede bene anche in fila 5, poi me lo ridici” e io “Ok”. Torno con la mia spiegazione da S. che non sembra esserne molto soddisfatto e poi ci ricordiamo che dobbiamo ancora cenare. E la scelta limitata ci fa ricadere sul Mc Donald’s. Coda alla cassa del Mc Donald’s. Tutte le volte io e S. cerchiamo di capire un modo per far intendere ai cassieri del Mc Donald che vogliamo il menù piccolo. “Non è piccolo è medio” “Ok allora ci dia quello medio”, e poi ci ritroviamo con quello enorme nel vassoio. Comunque, ci ingozziamo al Mc Donald’s senza neanche dirci Buon appetito, dal momento che il tempo non è nostro complice e rischiamo di perdere il film. Come due sconosciuti mangiamo senza respirare e ingurgitiamo Coca-Cola come se non ci fosse un domani. Buttiamo via i vassoio nello “scarica-vassoi elettrico”, che tutte le volte che si apre rischio una sincope per il puzzo che mi investe, e corriamo verso il banco dei pop-corn.

Ore 21:55- S.: “O prendiamo i pop corn enormi o non si prendono”. Eh si, tanto ho ancora il pollo del Mc Chicken che mi scorrazza nello stomaco, ma va bene.

S.: “Vai amore prendili te, prendi anche l’acqua. Io vado a sentire se nella nostra sala fanno già entrare…” Io penso che *già entrare* sia un concetto molto approssimativo ma senza protestare vado a prendere la roba.

Ore 22:00- S.: “Corri amore che inizia il film, dai che ci devono strappare i biglietti!!” Si, corro, spinta dalla passione per il cinema e impaziente di sedermi e godermi il film. Corro amore, arrivo, aspettami. Corro. Mi cade mezzo cestello di pop corn per terra e sento da lontano “I pop cornnnnnnnnn, li stai facendo cadere tuttiiiiiii”. Arrivo all’entrata della sala e S. quasi innervosito per la perdita dei nostri amici pop corn mi guarda e mi fa “La prossima volta li reggo io però eh!”. Faccio finta di niente e col fiatone entriamo in sala, già buia. In qualche modo riusciamo ad arrivare ai nostri posti ma…toh! Ci sono due anzianotti seduti sopra.

“Scusate avete sbagliato posto, questi sono i nostri posti”

“Ah si scusate, un minuto che ci spostiamo”……………………………..cappotti……………borse………………..pop corn…………coca cola……..”uh il cappello!”.

Finalmente ci sediamo e sono pronta a godermi il film, ho fatto una corsa per essere qui prima dell’inizio. Adesso inizia. Pubblicità. Adesso inizia. Pubblicità. Adesso inizia. 20 minuti di pubblicità. (?!) Ok, non voglio pensarci, voglio solo vedere il film. Il film finalmente inizia.

Accanto a noi una di quelle coppie che NON SA ANDARE AL CINEMA. Parlano, ridono in momenti inopportuni e in modo sguaiato, fanno domande stupide, pomiciano in modo assurdo, urlano nelle scene di tensione, si prendono in giro. Li odio. Li odio.

Ma nonostante tutto questo, io amo davvero il cinema. Deve essere amore per forza perchè altrimenti, col cazzo proprio.

 

Se potesse parlare la mia gatta direbbe.

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Avere 3 gatte in famiglia non è cosa da poco. Avere 3 gatte come le mie in famiglia è un numero da circo. Le mie 3 gatte nella loro vita precedente erano sicuramente 3 fighe pazzesche. Ognuna col suo carattere, diversa dalle altre. Ma sicuramente 3 fighe.

La prima si chiama Eva, e non a caso, perchè è la prima donna di casa. E anche la più vecchia, quasi biblica direi, dal momento che ha 20 anni. Praticamente siamo cresciute insieme. E’ la gatta più buona del mondo. Adesso che fa invidia anche a Matusalemme è sorda, dorme sul divano e risparmia le energie per mangiare. E per la sua inderogabile dose quotidiana di coccole. Se fosse donna probabilmente sarebbe un’anziana allettata. Invece se potesse parlare probabilmente starebbe zitta. Silenziosa. E chiamerebbe solo mio zio, “Lucianoooo!” (con la stessa potenza di mia nonna quando ha bisogno d’aiuto), per farsi aiutare a scendere e salire dal divano e per chiedere da bere e da mangiare. Stop.

La seconda è la mia preferita, Lea. Anche perchè è la gattina mia e di mia sorella. La portò lei a casa due anni fa da una cucciolata di Torino. Quindi fece il viaggio in treno con lei e sbarcò in terra fiorentina. E’ una stronza nata. E’ bella e stronza. E anche piena di carisma. Se fosse donna sarebbe una di quelle ragazze che se la tirano un sacco, ma che ti piacciono per forza, che ti lasciano e poi ti prendono, bellissime e misteriose, ma soprattutto che fanno male. Se invece potesse parlare sicuramente avrebbe qualcosa da dire. Per esempio sono sicura che direbbe che mia madre e mio padre cadono ai suoi piedi, e potrebbe fare di loro tutto quello che gli passa per la testa, se volesse. Oppure di mia sorella direbbe che è  una rompipalle che si prende troppa confidenza, e che tutte le volte deve fare i conti con le sue idiozie e le sue paroline stupide. Di me sono sicura che direbbe che può definirmi un’amica. Non un’amica strettissima, ma una persona con cui ci si può stare bene e ci si può litigare da esseri normali. Insomma ci capiamo io e lei.

L’ultima, Pepita, è anche l’ultima arrivata. Un’anno di gattona stile leopardo. Enorme e famelica. E soprattutto menefreghista. E’ la gatta di mia sorella maggiore anche se non se la caga di striscio. Vive nel suo mondo e vorrebbe fare amicizia anche con le farfalle (ora che ci penso ai ragni ci è già arrivata). Fa capitomboli e, nonostante sia un gatto, la sua mole la rende estremamente goffa e buffa. Se fosse una donna sarebbe una di quelle ragazze un pò svampite, borderline per l’autismo, che ogni tanto ti illuminano la giornata con le sue uscite originali e divertenti. Se potesse parlare sicuramente canticchierebbe canzoncine buffe e vorrebbe bene a tutti, ma col distacco necessario che si prendono questi tipi con il resto del mondo. Come se non gli appartenesse mai fino in fondo.

Una cosa la so, sicuramente un gatto nella mia vita ci sarà sempre.

E so anche un altra cosa, da due anni le mie gattine giovani hanno completamente rincitrullito i miei genitori. Targhette di legno con incisi i nomi, collarini di ogni tipo per ogni occasione, copertine personali, cibo a volontà, parole d’affetto e nomignoli ad alta voce, ricerche nel cuore della notte per riportarle a letto, giochini e conversazioni univoche molto molto bizzarre.

Ecco azzardo che forse, ma solo forse, e solo azzardando, ho l’impressione, ed è un’impressione buttata lì, che abbiano bisogno di nipotini.

Shine on- che poi è anche una bella canzone dei The Kooks.

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Ammetto la mia ignoranza sulla questione. Giuro di essere riuscita a capire cosa comportava una nomina allo Shine on Award solo dopo aver fatto zapping tra vari blog che avevano ricevuto la stessa grazia 🙂

A proposito della nomina! Grazie mille a http://ecoarcobaleno.wordpress.com  e a http://idiosincrasiequotidiane.wordpress.com (non so neanche inserire i link, faccio cagare!!), nomine tanto inaspettate quanto gradite!

Siccome però sono talmente novellina in questo mondo che non sarei in grado di fare altrettanto (nominare e selezionare blog per il premio), mi limiterò a rispondere alle 7 domande di rito 😉

1) Perchè hai iniziato questo blog?

Per un bisogno personale di organizzare i miei pensieri. I quaderni finiscono, l’inchiostro pure, e poi si sciupano e si dimenticano da quella o dall’altra parte. Il blog lo raggiungo ovunque io sia, volendo, e non si sciupa mai.

2) Qual’è la cosa più importante nella tua vita?

La serenità, la mia famiglia, la curiosità.

3) Il cibo di cui non puoi fare a meno?

La pizza e le melanzane alla parmigiana!

4) Il tuo posto del cuore?

Siena, per tutto il bello che mi ha portato.

5) Come ti vedi nei prossimi 10 anni?

Il problema è che non riesco ad avere ora come ora una visuale in senso figurato.

6) Tre cose senza le quali non esci di casa?

Una penna, gli occhiali da sole e l’ mp3.

7) Una citazione che ti caratterizza?

“Abbiamo nuotato nel fango della nostra gioia. Io avevo le gambe bagnate di facile sottomissione”.

Besitos!! :*

Io da sola non riesco a cantare.

Avete presente quelle persone che senza non sareste gli stessi, che senza non sareste niente anzi? Che non avrebbe senso la vostra vita e che sarebbe assolutamente vuota? Io si, ne ho una e ho passato insieme a lei i 25 anni della mia vita. Il mio amore viscerale e smisurato per lei nasce con me. Anzi nasce prima di me e sicuramente prima che io me ne ricordi. Non so se avete presente, crescere insieme a qualcuno. Io so che nei miei ricordi lei è sempre accanto a me. E’ un legame involontario e del tutto spontaneo, ma di cui non posso fare a meno. Mia sorella, la mia gemella, nasce insieme a me in una lontana calda estate. Da quel momento non ci siamo più lasciate. Sono convinta che dentro quel pancione di nostra mamma ci siamo scambiate un sacco di cose, magari io ho il suo fegato e lei il mio intestino, io magari la sua milza e lei il mio femore. Sicuramente ha preso il mio cuore, perchè è sempre con lei. Crescere insieme significa vedere il mondo con 4 occhi, i colori si amplificano, i rumori prendono diverse forme, la vita diventa più grande di quello che è. Potrei parlarvi dei suoi nei, disegnarvene una mappa, così bella che parrebbe la volta celeste. Potrei descrivervi i colori della sua pelle, come cambia secondo il suo stato d’animo. I movimenti che fa per truccarsi. Come cambiano le sfumature dei suoi occhi secondo il tempo che c’è. Saprei dirvi esattamente quali sono le sue espressioni che precedono il riso, il pianto, l’incazzatura, l’imbarazzo, la sbronza. Io la amo, la amo tutta, e mi manca da morire. Sento la sua assenza nel mio lettino a una piazza, che anche se aveva il proprio dormivamo sempre insieme. D’inverno e d’estate a costo di farci crescere le cozze addosso. Sento la sua assenza la sera mentre guardo un film, senza poterne discutere con lei, o senza semplicemente poter dividere con lei la copertina di pile. Mi mancano i sussurri, le frasi dette e non dette, che a noi basta anche solo uno sguardo. Mi manca il suo urlare dal bagno il mio nome per farmi capire che devo raggiungerla. Mi manca andare insieme a mangiare un panino dall’indiano, il caffè al bar, perchè io e lei da sole ci bastiamo. Mi mancano le nostre canzoni stonate nei pomeriggi noiosi, io da sola non riesco a cantare. Mi manca andare al cinema con lei, che è come me: una di quelle persone che sanno andare al cinema. Perchè non tutti ci sanno andare, ma questa è un’altra storia. Sono sempre stata la più forte, lei è sempre stata la più fragile, la più sensibile e sentimentale. Ma senza di lei affondo come un sasso nell’acqua. Ricordo i mille scherzi che le ho combinato quando eravamo piccole, tante cicatrici che ha addosso le ho provocate io sentendomi sempre una merda. Ho pianto 3 giorni quando l’hanno ricoverata per un’appendicite all’ospedale e io non potevo entrare perchè ero troppo piccola. 3 giorni di pianto, ero viola in viso. Le comprai una macchinina da collezione e un portagioie, e le feci personalmente un braccialetto con i fili di lana. Mi annullerei x lei, le darei tutto, la mia vita. Complici a scuola, sorelle all’anagrafe, amiche nella vita. Per me lei è la Primavera, è così ombrosa la mia vita da quando non è con me. E lei è così bella con i colori del sole. Nessuno potrà mai capire quello che ci unisce. Nessuno conosce questo tipo di amore. Quando mi manca così tanto, penso a noi, io e lei, come allora: sedute sul divano della nonna che guardando per l’ennesima volta quel film alla tv ascoltavamo quella che sarebbe diventata poi la canzone della nostra vita. Questa canzone. La nostra canzone. E piango come una scema.

C’eravamo tanto odiati.

Io e il mio attuale fidanzato, S., ci siamo conosciuti tra i banchi dell’università e tutti e due eravamo due studenti fuori sede. In realtà, devo dirlo, lui aveva molta più confidenza con il mio ragazzo dell’epoca che, tra le altre cose, frequentava il nostro stesso corso universitario. D’altronde eravamo in circa 20 persone in quel corso quindi era impossibile non conoscersi tutti. Però era evidente che S. avesse molta più simpatia per il mio ex piuttosto che per me. Sono sempre stata abituata a cercare di andare d’accordo con tutti, quindi era normale per me dispiacermi per la palese antipatia che S. provava per me. Non ci rivolgevamo la parola. Non ci interessavamo l’uno dell’altra. Se ci ritrovavamo insieme da qualche parte eravamo stati invitati dalla stessa persona ma senza sapere della presenza dell’uno o dell’altro. Ok, mi ero arresa alla realtà che io e S. non saremmo mai diventati amici, colleghi forse, ma amici mai.

Questo tipo di rapporto tra di noi dura per circa un anno e mezzo. A Febbraio del secondo anno di università io e il mio ex ci lasciamo, cioè lo lascio io ormai diventata intollerante anche solo alla sua presenza (la realtà è che l’avrei dovuto lasciare circa 8 mesi prima ma ero troppo codarda e avevo preferito tradirlo reiterate volte per trovare una scusa plausibile, cosa di cui tra parentesi mi vergogno un sacco). Insomma, ero libera e felice. Una ragazza con tanta voglia di recuperare. E tanta voglia di bere. Quell’estate, verso Giugno, il mio rapporto con S. cambiò. Non radicalmente, solo un pochino. Cominciammo a rivolgerci la parola, alle volte ci scappava anche qualche battuta e qualche risata, rasentavamo il top quando ci scrivevamo qualche cosa sulla bacheca di Fb. La situazione non rimase statica evolse, in peggio. Che succede quando due persone che si stanno sul cazzo e si ignorano diventano due persone che si stanno sul cazzo e acquisiscono confidenza? Si fanno del male. Ecco, le cose peggiorarono quando io e S. cominciammo davvero a parlare tra di noi, a uscire insieme ai nostri amici e a spararci battutine e frecciatine cattive addosso, preferibilmente di fronte ad altre persone. Io e S. cominciammo a farci del male in pubblico: cocktails tirati in faccia, cenere delle sigarette nel vodka lemon appena acquistato, messe in ridicolo di fronte alla ragazza che trovava carina, accendini e documenti universitari buttati nei tombini. Se lui me ne combinava una, io ne combinavo una grave il doppio. Passò l’estate e la passammo lontani essendo io Fiorentina e lui Campano. Arrivato il momento di tornare all’università notai di avere una certa frenesia di rivederlo e di divertirmi insieme a lui. Passavano i giorni e ogni sera speravo che ci fosse. Se non c’era mi mancava e le mie serate non erano le stesse. Ma non collegavo questi sentimenti a un interesse diverso nei suoi confronti, per me era assurdo perchè non lo trovavo attraente e lo trovavo anche piuttosto stronzo, il più delle volte ci prendevamo a parolacce e finivamo per litigare. Cominciammo a ignorarci nella realtà e a instaurare infinite conversazioni quando tornavamo a casa, ognuno seduto nella propria stanza, parlando al pc. Erano conversazioni che si prolungavano fino anche alle 6 del mattino, dormivamo un’ora e poi eravamo svegli di nuovo per andare all’università e ignorarci. Erano conversazioni ricche, di pensieri, sogni, racconti, eravamo in pace, avevamo bisogno di quelle conversazioni. Non importava dormire o mangiare, era importante creare il nostro mondo parallelo. Un giorno S. smise di parlarmi. Smise di parlarmi nella realtà e anche al pc. Un mese di silenzio che mi martellava in testa. Cosa era successo? Perchè mi aveva voluto togliere quel ritaglio di felicità e di libertà? Glielo chiesi alla fine. E lui mi rispose che aveva semplicemente capito che se non mi poteva avere accanto sempre, non mi voleva accanto mai, neanche come amica. Non so perchè aveva quella convinzione. In quel momento capii che si sbagliava. Da quel momento abbiamo iniziato a vederci di nascosto da tutti, senza che succedesse mai niente, neanche un bacio, ma eravamo così felici. Ci vedevamo dopo essere usciti insieme ai nostri amici comuni, facevamo finta di tornare a casa io, di andare a prendere l’autobus lui e alle 2 di notte cominciava la nostra serata. A volte abbiamo fatto colazione insieme, dopo aver parlato fino alle 5 al pc, uscivamo di casa e ci incontravamo per prendere la prima colazione del bar in apertura. Altre volte ci vedevamo per cena, e decidevamo di passare la notte insieme. Nel senso letterale non metaforico, volevamo stare fuori, per strada, insieme, fino al giorno dopo. E l’abbiamo fatto tante volte. Ricordo quell’inverno molto freddo, era l’inverno delle grandi nevicate, e noi due tra la nebbia alle 4 di mattina a giocare a nascondino nella piazza principale della città, deserta. Andavamo avanti così, senza sfiorarci mai ma sentendoci legati come mai nessuno prima. Due anime sperdute che si erano scoperte complementari. Una sera di Dicembre era una di quelle sere, della notte insieme, e cominciammo la serata in un locale dove suonava un gruppo dal vivo. Non so come ma diventammo l’attrazione della serata, facemmo amicizia con tutti compreso il barista che continuava ad offrirci cocktails diversi per farci capire il grado della sua bravura, e il batterista della band ci regalò le bacchette. Quella sera litigammo. Io tornai a casa ubriachissima e lui mi seguì ubriachissimo. Facemmo l’amore per la prima volta e ci addormentammo sul divano di casa. Ci svegliò la mia coinquilina la mattina dopo preoccupata per me perchè non aveva idea di chi fosse il ragazzo steso insieme a me. Da quel giorno è iniziata la nostra storia segreta. Ci amavamo, eravamo pazzi l’uno dell’altra ma in mezzo alle persone che ci conoscevano ci ignoravamo. Non so precisamente il motivo. Siamo due persone strane. Forse gelosi della nostra intimità, di quel mondo che nasceva quando eravamo insieme. Siamo andati avanti così per mesi. Stavamo insieme, ma nessuno lo sapeva. Litigavamo, ci incolpavamo a vicenda di quella situazione, di non riuscire a “mostrarci”. Alla fine l’abbiamo praticamente urlato. Fatto sta che da quella sera di Dicembre di più di 3 anni fa ci lega un filo invisibile che non riusciamo a districare. La mia vita dopo S. è cambiata, sono felice, sono strana, insieme a una persona strana, felici della nostra storia strana e del nostro amore strano.

Non so perchè ho scritto tutto questo. Stasera mi manca da morire e ho freddo.