Monthly Archives: March 2014

Non vorrei mai scoprire di essere un tulipano.

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Non so cosa vorrei scoprire di essere un giorno. Ma spero di non scoprire di essere un tulipano. I tulipani sono bellissimi e hanno dei colori favolosi, ma fioriscono in un attimo e spariscono anche più velocemente. Un attimo di gloria e poi niente. Rimangono vivi solo finchè ci saranno le cipollotte sotto. Dipende tutto da loro, le cipollotte. Un fiore bellissimo che da solo non esiste e non resiste. Ho letto un libro sui fiori e sapevo gran parte dei loro significati che poi ho voluto dimenticare perchè succedeva che magari mi veniva regalato un fiore solo perchè era un bel fiore ma io lo guardavo e sapevo cosa portava con sè e non ne rimanevo mai soddisfatta. Un girasole non è solo un girasole, sono false ricchezze. Ma i girasoli piacciono. Invidio tantissimo i negozianti di fiori perchè cosa c’è di più bello? “E tu che fai?” “Vendo fiori”, bellissimo. Perchè se qualcuno li vende, vuol dire che qualcuno li regala. Ma mai e poi mai vorrei scoprire di essere un tulipano un giorno. Piuttosto vorrei scoprire di essere una parmigiana di melanzane, che è l’unica cosa che mi ha fatto quasi riuscire a credere all’esistenza di Dio. Oppure vorrei scoprire di essere una torta al cioccolato, di quelle che però non vengono a noia e che non puoi tenere da parte per la colazione del giorno dopo perchè è già finita. Ma spero proprio di non scoprire di essere un tulipano.

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Se le persone sono così piene di sé come faranno a lasciare un po’ di spazio a qualcuno da tenere dentro?

La premessa deve essere ben chiara: ho bevuto e fumato. Allora mi stavo chiedendo una cosa: se le persone sono così piene di sé come danno a dimostrare, come faranno a lasciare un pò di spazio per qualcuno da tenere dentro, con sé? Se parlano sempre in prima persona, senza tralasciare mai un io, come faranno a immaginare un noi? I pensieri di coscienza mi sono sempre piaciuti. Li ho sempre ammirati. E li ho sempre condivisi. Le mezze parole, dette o scritte volontariamente a metà, le metafore banali per sembrare intelligenti, le frasi ad effetto per riempire il proprio ego quando poi sono seguite da sguardi d’ammirazione, queste cose proprio non riesco a mandarle giù. E si sa come va a finire con certe persone, alla fine si sa dove andranno a parare, perchè sono fastidiosamente scontate e inquadrabili. Di certe persone si immagina facilmente come possano essere le tette o il culo o il resto di tutti i generi genitali perchè va a finire che hanno fretta di farteli vedere quando hanno finito di dire le loro cazzate. Però è così chiaro che quasi mi fa incazzare. Altre volte ridere. Ma stasera mi fa incazzare.

Mi sembrava di vivere in tutto l’universo che serve.

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Ieri sera mio padre ha tirato fuori tutta una serie di vecchie fotografie. Sono diventata in un minuto una sovragitata, sembravo pazza, fotografavo le foto con una smania eccessiva. Le sfogliavo, le sceglievo, le ho scelte quasi tutte, ma principalmente le più vecchie. Sono legata al mio passato, forse troppo. Guardo le foto e sembra tutto bello e probabilmente lo era. Sembro sempre felice e probabilmente lo ero. Non avevo ansie. Non ero ipocondriaca. Non mi sistemavo i capelli per sembrare più carina. Non cercavo di capire i perchè di quello che mi circondava, perchè bastava semplicemente che mi circondasse. Non trovavo scuse, non pensavo al futuro, pensavo al presente e me lo godevo. Non mi mancava mia sorella perchè si svegliava con me, faceva colazione con me, giocava con me, mangiava con me, giocava ancora con me, dormiva con me. Era con me. Non mi sentivo sola mai, perchè c’erano ancora tutti, c’erano anche tutti i nonni. Mi sembrava di vivere in tutto l’universo che serve. Dove sei adesso, cosa fai, a cosa pensi. Mi pensi ogni tanto e ti chiedi come sto. So che lo fai. Certo, sentirti una volta o più al giorno non è la stessa cosa di allora. Non vedere il tuo musino dolcissimo la mattina mi fa sentire proprio grande e triste. Adesso, proprio adesso, vorrei averti qui con me. Sapresti sempre farmi tornare il sorriso con qualche scusa. Sapresti spostare l’attenzione da me a te e mi andrebbe bene. Sapresti abbracciarmi come tu sai fare e io morirei tra le tue braccia magre, mi lascerei soffocare dal tuo petto, sprofonderei dentro al tuo torace e mi incastrerei tra le tue costole. Solo allora mi sentirei al sicuro.

Natale 2009

Alla fine il post lo sto scrivendo, la contraddizione vivente. Ogni tanto Veronica, prova a fare la stessa cosa che pensi invece di fare l’esatto opposto. Così eh, per evitare di spappolarti il cervello ogni 3 minuti e per qualsiasi cosa. Comunque stanotte ho dormito veramente poco, mi sono addormentata alle 5 e svegliata alle 8. Ho provato a dormire di nuovo ma ci avrò messo un’oretta e mezzo buona. Comunque poi ho tirato a diritto fino a mezzogiorno con qualche intervallo. Ovviamente ho pensato di stare male e mi è entrato il panico. Quando a mezzogiorno mi sono svegliata mi è venuto in mente un racconto che mi regalò per un lontano Natale, forse era Natale 2009, mia sorella. Scritto da lei non da qualcun altro. E’ bravissima a scrivere ed è bravissima soprattutto a scrivere racconti e a imprigionare le storie delle persone. Ma la cosa che sa fare meglio e farle sentire proprie. Questo racconto mi fece felice come non mai perchè l’aveva scritto per me. Pensando a me. Ero io quel racconto e lei era riuscita a farlo diventare così bello. Mi sembrava una cosa magica. Conservo ancora quel racconto e l’ho riletto spesso. L’ho fatto anche stamattina.

Salti o no

Da uno che si chiama Giulio non ci si poteva che aspettare l’andamento di una vita del tutto regolare. Come se gli fosse già stato prefissato anagraficamente.
Ed effettivamente la vita regolare lui si che ce l’aveva avuta.
Scuole esclusivamente private. Esclusivamente clericali. Esclusivamente esclusive.
Voti ottimi a partire dalla prima elementare. Per continuare poi con le medie.
Le superiori non fecero altro che confermare ciò aveva iniziato cosi bene e diligentemente.
Un diploma da ragioniere. Che altro sennò?
Abitava a Firenze e l’università aprì a lui, come a tutti, bene o male, un nuovo mondo.
Dove se facevi capolino rimanevi impigliato, ma se ti tuffavi buttavi a terra tutto.
L’architettura non era, come si suol dire, quello che “aveva sempre desiderato”. Anzi forse non aveva nemmeno desiderato poi cosi tanto. O per lo meno, se glielo avessero chiesto non avrebbe saputo che rispondere.
Tutto procedeva regolare. Scandito. Da calendario.
Gli fecero una proposta lavorativa a Bologna. Bologna. Non troppo lontano ma nemmeno troppo vicino. E poi la sua vita era qua. 
Comunque decise di accettare. Avrebbe fatto il pendolare e non sarebbe stato poi cosi faticoso. Era solo un’ora. E avrebbe potuto leggere.
Cosa che nell’ultimo periodo non era più solito fare. Alla fine, si disse, si devono fare delle scelte nella vita. Scelte che te la cambiano in meglio o che te la cambiano in peggio. Ad ogni modo. E’ impossibile saperlo prima no? Per cui si sceglie e basta. Con la sola volontà di farlo.
Giulio aveva 24 anni.
Una vita del tutto regolare. Regolare.
Birra, amici, sesso, Bologna.
Non necessariamente in questo ordine.
Però c’erano sempre tutte e non ne saltava mai una.
A volte capitavano periodi bui e il sesso veniva a mancare però tirando le somme. C’erano tutte.
Anche i viaggi erano regolari. Stazione di Firenze. Un’ora piena di gallerie e buio. Stazione di Bologna.
Un giorno, non si sa bene il motivo, cosa o chi lo spinse, ma mentre era immerso in Hesse alzò lo sguardo.
Dopo molto tempo che faceva continuamente e regolarmente quel viaggio provò a guardare oltre sè stesso e la pagina 34 sulla quale poneva tutta la sua attenzione.
Cosi la vide.
Non l’aveva mai vista, ma forse perchè, come ho detto, non si era mai posto il problema di guardare.
Era una ragazza più giovane di lui. Di poco comunque. Forse 21, 22 anni al massimo. Leggeva anche lei, ma era distratta. Era più attratta dal finestrino. Il chè sembrò a Giulio molto strano dal momento che erano in piena galleria.
Poi capì che non stava guardando fuori.
Semplicemente stava guardando sè stessa attraverso il vetro del finestrino.
Si guardava gli occhi e si toccava il volto. Poi, forse un pò più triste di prima, tornava sul suo libro.
Da quella angolazione non riusciva a vedere cosa lei stesse leggendo, però doveva essere un classico, vista la copertina. Questo lo fece sorridere perchè non pensava che esistesse ancora qualcuno apparte lui ad apprezzare i classici.
La sconosciuta alzò lo sguardo. Giulio guardò frettolosamente verso Hesse sotto di sè, ma già cominciava a sentire una vampata di calore irradiarsi dall’interno alla cute del volto. Stava forse arrossendo? Si stava imbarazzando?
Alzò lo sguardo. Lei era tornata a guardare il classico. Ma gli sembrava, si gli sembrava proprio, che stesse sorridendo.
Il giorno dopo Giulio si sentiva come quando lo aveva invaso quella vampata di calore. Forse perchè si stava mettendo più profumo del solito e aveva dato uno sguardo in più verso lo specchio prima di uscire.
Si nutriva la vana e insensata speranza di ritrovarla su quel treno, a quell’ora, su quel vagone.
Aveva pensato a lei e a quanto strana poteva essere questa situazione. Non sapeva minimamente chi fosse, o cosa facesse. Per quanto ne sapeva lui poteva anche essere un’assassina o una ladra.
Una madre. Una puttana. Che scendeva a Bologna. Come lui.
Però non gli importava. Sperava solo di rivederla e magari anche di farla sorridere.
Lei quel giorno sul treno non c’era.
La sera per la prima volta Giulio scappò presto dal solito pub. Non aveva assolutamente voglia di bere o ridere perchè non ne aveva motivo. E si sentiva terribilmente stupido. Arrivò persino a pensare che se la fosse inventata quella ragazza e alla fine, se ne convinse pure. Cosi non ci pensò più molto.
A distanza di una settimana rialzò sempre senza motivo lo sguardo. E lei era li. Con un automatismo inspiegabile era sempre tornato al solito vagone, al solito posto.
Quindi non se l’era inventata o immaginata. La ragazza che leggeva i classici era li. Ogni tanto alzava lo sguardo al finestrino come sempre. Ogni tanto, quando lo scopriva a guardarla, sorrideva davvero.
Giulio si alzò e si mise nel posto davanti a lei.
Questo cambio improvviso la fece sobbalzare per un secondo. Ma poi, con estrema tranquillità, cosa che sembrava atraversarla dalla testa ai piedi, tornò a leggere il libro.
“Guerra e Pace eh?”. Adesso lei lo guardò con fermezza, perchè questo passo se lo aspettava.
“Molto più realista di Hesse”. “Dici? Conosci anche Hesse?” “Mi piace solo Demian. Ma perchè un mio gatto si chiamava cosi”.
Adesso sorrise lui. A questo, sorrise anche lei. Ed era sincero. Sembrava contenta di parlare con qualcuno. Non con lui in particolare, semplicemente, parlare.
“Parli con tutte le ragazze che leggono un libro?” “No solo con quelle di cui non leggo il titolo”. E lui le sorrise.
Parlarono. Parlarono per tutto il viaggio senza fermarsi un attimo. Eccezion fatta per i soliti momenti che lei passava con lo sguardo al finestrino.
Quelli proprio non li capiva. Come se si stesse cercando continuamente e vedendosi si ritrovava.
Bologna. “Allora ci vediamo Giulio” “Si ma io non so nemmeno come ti chiami..” Era già scomparsa tra la folla.Ed una ragazz come lei è facile da perdere. Per questo, pensava Giulio, andrebbe tenuta stretta.
Era felicità allo stato puro. Il Big Bang nello stomaco. L’armata nucleare al completo.
Non importava quando o come. Si sarebbero rivisti. Lo aveva detto lei. Che non aveva neanche un nome. Che però era reale. Come l’acqua che si beve, come una ferita sulla pelle,
A distanza di una settimana lei era ancora là. Ferma. Che lo guardava. Allora Giulio prese posto davanti a lei. Cominciarono a parlare come la volt precedente. Senza un filo logico, senza un perchè.
“Quali sono i tuoi sogni Giulio?”
“Come?”
“Si..avrai dei sogni..sai quelli che stanno nei cassetti insieme alla biancheria sporca o pulita.”
“Si certo. I sogni. Beh molti li ho già realizzati. Poi vorrei farmi una famiglia non so..”
“Cosa?”
“Cosa che?”
” Il discorso della famiglia”
“Si beh penso sia normale. Vorrei avere qualcuno a cui pensare quando torno a casa dal lavoro, non so se mi spiego
” Oh si ti spieghi benissimo purtroppo” 
“Che vuoi dire?”
“La famiglia non è un sogno. La famiglia è qualcosa con cui condividere i tuoi sogni. Non puoi mettere insieme le due cose. Non è una prospettiva, un qualcosa che cerchi di raggiungere. Quella viene o non viene. Non te la puoi andare a cercare, non te la puoi andare a prendere. Non è un sogno. Punto.”
“Sei strana, lo sai?”
“Si lo so”.
Risero di gusto e continuarono a prendersi in giro.
“Ti piace il gruppo A Day To Remember?”
“Beh, non so nemmeno chi siano..”
“A me piacciono molto. Dovresti ascoltarli. Soprattutto l’ultimo album.Homesick. Anzi facciamo una cosa.”
“Cosa?”
“Ascoltatelo e poi dimmi quale canzone ti piace di più”
“Bah, Ok. Poi sono io la strana”
“Come ti chiami ragazza?”
“Ha cosi tanta importanza?”
“Beh, direi di si. Avrai un nome. Una referenza. Una data di nascita. Un qualcosa. O vuoi forse dirmi che sei un’aliena?”
“No che non sono un’aliena anche se sarebbe logico pensarlo. Solo che..credo che non abbia importanza, ora,”
Bologna.
“Come vuoi. Sappi che se scopro che sei una serialkiller non esiterò a denunciarti!”
La sua risata fu l’ultima cosa che sentì per quella mattina. Avrebbero potuto recitargli la divina commedia a memoria. Non l’avrebbe sentita, non ci avrebbe fatto caso.
Si nutriva di quei dialoghi cosi senza senso ormai da più di un mese. Si nutriva di quelli e solo quelli bastavano.
Si sentiva attratto da lei non fisicamente o in senso passionale.
Più esattamente cose una calamita al ferro.
Si attraggono solo perchè devono farlo, solo perchè sono stati creati per venire attratti l’uno all’altro. Nonl’hanno scelto. Non l’hanno chiesto. Però non ne possono fare a meno. Nemmeno se non vogliono, nemmeno se cercano di non farlo.Si trovano sempre e comunque uniti. Basta trovare le giuste angolazioni.
E lei si, le aveva sempre. Ogni parola era quella che lui si voleva sentir dire. Ogni sguardo era quello che voleva avere. Ogni movimento delle mani, della testa, ogni cosa disegnava un’armonia perfetta con tutto il resto. Con tutto il mondo.
A lui bastava. E meno male che c’era Guerra e Pace.
Un giorno Giulio decise di seguirla. Se lei non voleva mostrarsi, avrebbe fatto tutto da solo.
Alla fermata della stazione di Bologna fece per andare verso la sua uscita. Si voltò. Verso di lei. E la seguì.
Lei prese un autobus. Lui un taxi. “Segua quell’autobus per favore”.
E cazzo se era spaventato. Se l’avesse detto la maggior parte delle persone che conosceva gli avrebbero sputato nel viso.
Cosa stava facendo? Per cosa poi? Perchè aveva scelto di seguire una persona che nemmeno conosceva?
Prima sul treno le era sembrata..No, era bella come al solito. Solo un pò più elegante del solito. Quando le aveva chiesto il motivo di una così velata e poco appariscente eleganza gli aveva risposto ” Oggi è un giorno importante”. Poi era tornata nella sua solitudine e nel suo silenzio. Non gli rivolse più la parola. E non lo salutò nemmeno. Era passato un anno dal loro primo incontro e quella era la prima volta che non si salutavano.
Intanto la corsa dell’autobus era finita e per fortuna la vide scendere in tempo per fermare il taxi.
Strano. Erano all’ospedale di Bologna. Quello grande. Lui non c’era mai stato.
Gli cominciò a girare la testa e ontemporaneamente doveva stare attento a non farsi vedere mentre la seguiva nell’ingresso.
Piano piano gli passavano davanti tutti i reparti. E ogni volta sperava di non doversi fermare a nessuno di questi.
Finchè. Oncologia. E Chirurgia Onologica.
Lei svoltò in una stanza e non ne uscì più.
Giulio si mise ad aspettare, anche se non sapeva bene cosa. O chi.
Mentre ogni pensiero possibile ed immaginabile continuava a martellargli il cervello.
Che ci faceva li. Lei. Ma anche lui. Il suo capo continuava a chiamarlo. Effettivamente non si era presentato a lavoro e non aveva nemmeno una buona spiegazione da dargli.
“Pronto..”
“Ma dove diavolo sei Fantoni?? Che fine hai fatto?? Ti aspettavamo per il congresso, dimmi dove cazzo sei!”
“Senta è una storia lunga, adesso sono all’ospedale
“Si sente male forse??”
“No, certo che no, però..”
“E allora se non ha un buon motivo per stare li se ne vada subito e venga qua altrimenti la licenzio!!Capito??La licenzio! Scelga pure cosa fare”
Un millesimo di secondo. Nulla più.
“E allora se ne vada a fanculo, lei e tutta la sua baracca di burattini, io me ne sbatto!Non posso andarmene!”
Ragganciò.
Soltanto qualche minuto dopo si rese veramente conto di quello che aveva fatto. Cioè. Ricapitolando.
Aveva seguito una sconosciuta, probabilmente psicolabile in un ospedale. Stava aspettando da circa due ore non sapeva cosa. Aveva mandato a fanculo il capo e con questo il lavoro.
Per cosa? Cosi, aveva scelto. Ed è vero. Non si può sapere prima cosa ti aspetta. E’ come quando salti da uno scoglio molto alto. Guardi giù, ma è troppo alto. Hai paura. Prendi la rincorsa, poi ti blocchi. Torni indietro. Riprendi la rincorsa, stavoltà più lunga. Poi salti. Senza sapere cosa ti aspetta giù finchè nn ci arrivi davvero.
E la vita è davvero scandita dai battiti delle scelte. Un treno perso, un treno preso, Una paroa detta, una copertina di un libro. Un autobus o un taxi. Un lavoro o no.
La notte passò e non se ne rese nemmeno conto. Accanto solo mille bicchierini di plastica vuoti con gli ultimi residui di caffeina.
Finalmente quella porta si aprì.
Uscirono medici con camici verdi e mascherine, una barella e solo dopo, dopo tutto e dopo tutti, dopola paura e dopo il risveglio, dopo gli occhi annebbiati dal sonno e dallelacrime, lei.
Non era più con i vestiti eleganti con i quali era partita. Aveva una tunica bianca, le ciabatte e una cuffia in testa.
Mi vide.
Era completamente stupita. Aveva due occhi grandi. Grandi. E lo guardavano. Poi sorrise. Era un sorriso di consapevolezza, stanchezza, rassegnazione.
Era verso di lui. Che ancora non capiva, O faceva finta di non farlo.
Mentre la distendevano loro continuavano a guardarsi.
Finchè lei non aprì bocca.
Lui non la sentì veramente, non sentiva assolutamente niente,
Ma era sicuro, anzi, più che sicuro di aver letto le sue labbra.
“E’ If It Means A Lot To You. La canzone.”
Poi scomparve dietro le porte tasparenti.

La vita è scandita dai battiti delle scelte. Un treno perso, un treno preso. Una parola detta, una copertina di un libro. Un autobus o un taxi. Un lavoro o no.
Poi salti. Senza sapere cosa ti aspetta giù finchè non ci arrivi davvero.

Buon Natale a tutti.
Ma questa storia è il mio regalo per Te.

http://www.youtube.com/watch?v=PoHxWmv5XhY

Volevo scrivere un post e so che non lo farò, comunque.

“Noi stiamo bene insieme. Anche se è un pò di tempo che non ci si vede per tutte quelle cose che non contano niente, per tutte le vacanze rimandate per sempre. Infondo sai che noi stiamo bene insieme. Perchè spiegare quello che la gente non vede? L’amore porta a stati di allucinazione. Il romanticismo tende all’autodistruzione. Per questo io ti amo molto di più di ciò che puoi pensare. Molto di più perchè tu sei speciale. Ti amo molto di più, del mio cane. Io credo che ho solo un pò bisogno di te e il resto non è importante. Credo che ho solo un pò bisogno di te e il resto non è importante. Credo che ho solo un pò bisogno di te. Noi stiamo bene insieme. Perchè parlare quando puoi lasciare cadere le cose sopra a chimiche e rivoluzioni? L’amore crea disordini e complicazioni. Per questo io ti amo molto di più perchè ogni cosa ha un costo. Molto di più quando mi salti addosso. Ti amo molto, di nascosto. Io credo che ho solo un pò bisogno di te e il resto non è importante. Credo che ho solo un pò bisogno di te e il resto non è importante. Credo che ho solo un pò bisogno di te. Ti amo solo se mi ami tu. Ti amo solo se mi ami tu. Anche se ho giurato di non dirtelo mai più.”

Pietro era un bambino che tutti chiamavano Peto.

Mi è venuto in mente come ero da bambina. Mi piacevo alla fine, ero una bambina normale, né troppo né troppo poco. Socievole e molto allegra. Non facevo fatica a scherzare e parlare con le persone. Credevo fermamente nell’amicizia. Mi piacevano i giochi di gruppo, sono sempre stata abituata a non essere mai sola, avendo due sorelle. E loro spesso mi bastavano per creare il mio gruppo. Siamo cresciute in campagna, tra galline, margherite, gatti e oche. E piscine gonfiabili. I miei ricordi più belli sono legati a una piscina gonfiabile in giardino e a una fetta di cocomero d’estate. E quando eravamo troppo grandi per la piscina gonfiabile allora sono legati a una canna dell’acqua e a dei secchi. Oppure a quando in macchina cercavamo dai finestrini le macchine arancioni, gialle o rosse, perchè erano quelle che si vedevano meno in giro. O quando mio padre infilava la musicassetta di Battisti e noi a 6 anni cantavamo a squarciagola, continuando a farlo anche ora. I miei ricordi più brutti sono legati all’asilo. E’ strano lo so, ma per me l’asilo è stato uno dei periodi più brutti della mia vita. Mi svegliavo la mattina piangendo. Tutte le mattine. E non perchè vedevo mia madre allontanarsi e avevo paura che non tornasse più (quello è successo solo la prima volta), ma proprio perchè dovevo andare all’asilo. Avevo una maestra che tutti i giorni ci leggeva le storie della Pimpa. Già all’epoca trovavo quelle storie veramente stupide e ritenevo il momento della Pimpa un’emerita perdita di tempo. Aspettavo i biscotti, ho assaggiato all’asilo per la prima volta i Pan di Stelle e forse per questo sarò sempre grata all’asilo. Accanto a me, mentre la maestra ci leggeva “La Pimpa e il frigoferifera” seguita da “La Pimpa e Armando”, c’era Pietro. Pietro era un bambino che tutti chiamavano Peto invece di Pietro. Poverino, ma se lo meritava quel nomignolo perchè faceva sempre le puzzette e io capitavo sempre tra lui e Filippo. Filippo invece aveva sempre il moccio verde attaccato al naso e a me vi confesso mi faceva molto senso. Cercavo di stare molto lontana da Filippo. Quando le maestre non ci leggevano la Pimpa ci facevano disegnare. A me piacevano due bambini, il primo aveva un cognome che non scriverò ma vi dirò che io storpiavo in Triangolo. Per me era Simone Triangolo, e nei miei disegni lo ritraevo sempre col corpo a triangolo. L’altro bambino era il fidanzatino della mia amichetta del cuore, Nicoletta. Che potevo farci se mi piaceva il suo fidanzatino? Ma non mi sono mai fatta avanti, lo giuro, non ho rovinato niente. Anzi, Nicoletta, nonostante la giovane età, aveva uno spiccato senso della stronzaggine e per farmi rosicare prendeva la mano di lui e la alzava portandola in trionfo guardandomi dritta negli occhi come a dirmi: “LOOK AT THIS BITCH!”. Ma lei era l’amichetta del cuore mia e di mia sorella gemella. Ok, più di mia sorella che mia. Loro erano una gran coppia. Comunque eravamo un trio. Il nostro gioco preferito era fare i Power Rangers. Ovviamente Nicoletta era quella rosa, mia sorella quella gialla, 3 amici erano i Power Ranger maschi. E io? Le femmine erano finite e non sembrava che per gli altri fosse un problema. Per me però si e quando esponevo il problema, Nicoletta con tutta tranquillità mi rispondeva: “Tu farai quella viola”. Come non lo sapessi che quella viola non esiste. Credeva pure di potermi prendere per il culo e io mi facevo prendere per il culo perchè alla fine facevo sempre quella viola. Un altro gioco che ci piaceva fare era mascherarci e travestirci. C’era un gran baule mi ricordo, con dentro vecchi vestiti da grandi, costumi di carnevale e di teatro, poca roba ma veramente bella. Nicoletta arraffava sempre il costume da principessa. Mia sorella riusciva ad accaparrarsi quello da signorotta borghese. E a me non rimaneva che un lenzuolo bianco, da aggrovigliarmi addosso, mi impegnavo per farlo sembrare un bel vestito. Ho una foto a casa che ci ritrae vestite così e io ho un broncio che non me lo tiro dietro. La recita scolastica poi è uno dei più brutti ricordi che mi legano all’asilo. Vi chiederete come mai. Ve lo dico. Praticamente era la recita di Natale, dovevamo raccontare la storia della nascita di Gesù, la capannina, il bue e l’asinello e tutto il resto. A Nicoletta e a mia sorella vennero assegnate le parti degli angioletti, avevano un bel vestitino di raso rosa, due ali da angelo e un aureola d’oro in testa. Erano veramente bellissime. A me fecero fare la broccaia. La chiamavano così, in realtà era una stracciona con una brocca in testa. Ho dovuto tenere per due ore una brocca in testa. Avevo una pezzola in testa da zingara e un vestito col grembiule bruttissimo. Per non bastare mi avevano messo accanto a una ragazzina che aveva molti problemi psicologici che non faceva altro che riempirmi di pizzicotti proprio sotto al braccio che doveva star fermo a reggere la brocca. Il giorno dopo avevo molti lividi su quel braccio. Piansi un sacco e fissai gli angioletti mentre cantavo Tu scendi dalle stelle, invidiosa come non mai. Ecco perchè ho odiato l’asilo. Perchè è stato un pò il preludio della mia vita.

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Tristezza va. Una canzone il tuo posto prenderà.

Fregata da un Gloria Patri.

Sono fermamente convinta che se mai ci sarà un inferno o un paradiso, io sono sicuramente destinata al primo. Se non altro per il mio complicatissimo rapporto con le figure clericali. Spero che nessuno se ne offenda davvero, ma alla fine questo è il mio blog e quindi STI CAZZI.

Partiamo dal presupposto che io sono una di quelle tipiche persone che hanno ricevuto tutti i sacramenti (tutti tranne il matrimonio e l’estrema unzione ovviamente) ma che non frequentano la chiesa. Anzi che hanno un’intolleranza conclamata verso l’istituzione Chiesa e tutto ciò che ci gira intorno. Sono la tipica persona che non ha fiducia nella figura “prete” o “suora” che sia, anzi diciamo proprio che provo una profonda antipatia. Ok, sono una peccatrice. Ok, non credo alla chiesa. Ok, non so neanche se credo a Dio. Ma d’altra parte mio padre mi ha cresciuta ripetendomi una cosa tipo: “E’ importante credere in qualcosa. Non deve essere per forza Dio. Puoi credere nella musica, nell’arte, nei gatti, nelle conchiglie o nei formaggi. L’importante è credere in qualcosa”. Quindi se per questo dovrò andare all’inferno, bè vorrà dire che me lo merito. Comunque un avversione nei miei confronti la mostrano anche loro eh, non sono l’unica ad essere dalla parte del torto!

Durante la mia vita, volente o nolente, ho avuto svariate disavventure con le figure clericali. Quando ero al Liceo il mio professore di religione era un prete. Attenzione, mi piaceva il mio professore di religione, era giovane e molto aperto mentalmente, era piacevole discutere con lui. Ma credo che tra me e mia sorella gli abbiamo fatto sudare sette camicie in 5 anni scolastici. Alle sue lezioni eravamo le Bastion Contrarie della situazione, sempre a controbattere, a litigare, a far volare “per sbaglio” preservativi, oppure a istigarlo proponendo argomenti come l’aborto, il divorzio, l’omosessualità, il sesso. Il nostro prof-prete si vede che era un tipo intelligente e a posto perchè non si è preso mai sul serio e ci ha sempre tenute su un piedistallo, come se fossimo molto più interessanti e astute di tutti gli altri alunni, o forse semplicemente perchè aveva ben chiaro il destino che ci sarebbe stato riservato e quindi ci trattava come si trattano un pò i pazienti in ospedale. Comunque giuro che sulla Bibbia c’è scritto che chi pratica la sodomia sarà destinato all’inferno e dannato, ma lo stesso destino è riservato anche a chi mangia i crostacei, giuro c’è scritto. Quindi io non sono omosessuale ma non sono neanche uno stinco di santa, anche solo per il fatto che adoro i crostacei.

Vi è mai capitato che il parroco del paese vi chiamasse a casa per avvertire che tal giorno alla tal ora ci sarebbe stata la benedizione delle case? Bè, a me è capitato ed è andata più o meno così: “Pronto?” “Si, pronto, salve sono il parroco, volevo dirle che..” . TU TU TU TU TU TU TU. Si, ho riattaccato come una stronza. Però poi, per essere ancora più stronza, ho rialzato la cornetta sentendomi in colpa e ho avuto il coraggio di dire “E’ ancora lì?”. A proposito di benedizione delle case, dovrebbero darmi una targhetta ed eleggermi Miglior evita-benedizioni. Che io ne abbia memoria sono riuscita ad evitarle tutte, a discapito di altre persone che erano in casa. Perchè io non è che le evito perchè mi trovo fortuitamente fuori casa, no. Io sono in casa. E’ lì che sta il genio e probabilmente anche la condanna. Una volta ricordo che mia madre venne da me e mi disse “Veronica, vedi che oggi pomeriggio viene il parroco a benedire la casa, non nasconderti dentro a qualche armadio come al solito, non farmi fare figure di merda” “No, mamma, al massimo mi nasconderò in bagno” “Se lo fai mi incazzo”. Bene, a casa mia c’è il brutto vizio di fare la popò e la pipì in bagno con la porta aperta perchè non abbiamo niente da nascondere e non abbiamo mai ospiti improvvisati a casa, ci facciamo sempre avvertire, e poi sinceramente, saranno cazzi nostri insomma. Comunque io stavo facendo la popò in bagno normalmente, finchè sento aprire la porta di casa con scampanellii, cantici e la fastidiosissima voce del parroco del mio paese che avverte che è arrivato (MA DAI?!). Ok, con le mutande abbassate sono andata di corsa a sbattere la porta del cesso, cosa che mia madre ha sentito benissimo. Inutile dire che sono rimasta chiusa lì dentro finchè non hanno preso la bustarella e se ne sono andati. E inutile dire che mia madre mi ha fatto una mega-cazziata convinta che l’avessi fatto un altra volta volontariamente, da cattiva miscredente. L’ultima volta stavo in camera e l’ho sentito entrare in casa di mia nonna, 87 anni, questa volta accompagnato da un bambino categoria chierichetto. Li sentivo chiacchierare e pregare dalla camera, il prete esortava mio zio e mia nonna a fare domande interessanti al chierichetto e non ho sentito domande più interessanti di “Quanti anni hai?”. Ma il top si è rasentato quando il prete ha obbligato il bambino a dare un bacio a mia nonna. Il bacio di Giuda, ho pensato. Sarei quasi voluta uscire brandendo una spada e gridare “NON L’AVRETE MAI!”, ma mi sono trattenuta per mantenere viva la mia personalissima tradizione, portata avanti con sacrificio per tutti questi anni. Ho detto già che non sopporto il parroco del mio paese? Al funerale di mio nonno chiese se qualcuno volesse dire qualcosa. Non eravamo preparati e mia nonna stava malissimo. Al che gli ho risposto in malo modo facendogli capire che forse non era il caso e lui ebbe il coraggio di rimproverare mia nonna perchè non aveva voluto dire nulla. Mio cugino è divorziato e da moltissimi anni ha una compagna, e una bimba. Al momento di doverla battezzare, all’incontro col parroco, lui chiese a mio cugino perchè mai non tornasse con la ex e, indicando l’attuale compagna, che cosa avesse QUESTA di più dell’altra.

Poco tempo fa ho dovuto confessarmi. Ero stata scelta dalla mia cuginetta come sua madrina per la cresima. Ahia. Non mi confessavo dalla mia, di cresima. Ma questo non gliel’ho detto al prete, anche perchè non me l’ha chiesto. E anche se me l’avesse chiesto avevo già escogitato un piano diabolico: se mi avesse chiesto “Da quanto non ti confessi, figliuola?”  gli avrei risposto “Mah..saranno due mesetti..” poi al momento di dover esporre i miei peccati il primo sicuramente sarebbe stato “Sono una bugiarda”. Taccc, e il gioco era fatto. Comunque non me l’ha chiesto. Innanzitutto potevamo scegliere tra 4 preti diversi, tutti demograficamente e anche etnicamente diversi. La scelta era ardua, dovevo scegliere il confessore più celere e indolore. Avevo scelto l’asiatico, mi sembrava simpatico. Ma una signora dietro di me mi smontò subito sconsigliandomelo perchè, cito, “ha l’alito che puzza di aglio”. Ok, quindi la scelta si riduceva e io ho fatto l’errore di associare il più anziano al meno rompicoglioni. Sono andata da lui. Prima di tutto mi ha tirata a sè e mi ha stretto le mani troppo per non sembrarmi inopportuno e per non risultarmi altamente fastidioso. La prima domanda è stata “Quanti anni hai?” seguita immediatamente da “Sei madre?” e alla mia risposta negativa è seguito un “Bene” che mi ha lasciata un pò perplessa. Non entrerò nei particolari, mi limiterò a dire che durante tutta la confessione, quando dicevo una cosa che non gli andava bene lui faceva il gesto di tirarmi un cazzottone nel capo e diceva cose tipo “Ma guarda, io ti ammazzerei a te!” , sempre molto imbarazzanti. Alla fine, forse per benedirmi non so, mi ha dato una grattata di testa allucinante, mi ha fatto malissimo, ho pensato che mi avesse fatto uscire il sangue e non ho potuto trattenere un “Ahi, mi ha fatto male!”. La sua risposta è stata sibillina è inequivocabile: “E’ quello che ti meriti!”. E mi ha mandata a posto esortandomi a dire due Ave Maria, un Padre Nostro e un Gloria Patri. Devo premettere che con mia sorella avevo riso poche ore prima chiedendomi che cosa avrei fatto se mi avesse detto di dire delle preghiere che ignoravo. Ecco appunto, il Gloria Patri. Scusatemi, sono pessima, ma non avevo idea di che cosa fosse. Sono andata a posto un pò preoccupata, per sicurezza ho detto 2 Ave Maria e 2 Padri Nostri sperando così di sopperire alla mia mancanza. Non so se vada bene lo stesso.

Andrò sicuramente all’inferno.

Un pò di rossetto e un paio di belle mutandine.

Questo post nasce da una frase ad effetto che una volta mi disse mia nonna: “Ad una donna, per conquistare un uomo, servono solo un pò di rossetto e un paio di belle mutandine”. Mai cosa mi ha trovato più d’accordo. Non sottovalutate mai il potere del rossetto. E non sto parlando del vostro fidanzato che vi dice “Oddio, ti sei messa il rossetto, col cazzo che ti bacio” oppure “No, zero, non ti faccio fumare perchè attacchi il rossetto sul filtro” o ancora “Noooo adesso che mi hai dato un bacio sulla guancia mi hai sporcato? Toglilo, TOGLILO, TOGLILOOOO” (come se si fosse delle untrici di peste). Sto parlando della conquista. Per la conquista, e non necessariamente passionale o sessuale, è obbligatorio un pò di rossetto. Scegliete quello che più vi piace, se posso darvi un consiglio i toni del rosso sono i più appropriati. Nella mia borsa personalmente un rossetto non manca mai e vi dirò di più se per caso ricordo di metterlo, poi mi sento subito per magia più attraente e figa. Anche se poi il resto della faccia e del mio corpo non è cambiato, il rossetto e TAC. Funge un pò da Bicchiere di vino della situazione: più spigliata, più attraente, più sorridente. Per non parlare dell’effetto Trash che fa il rossetto dopo un bacio di quelli potenti. E’ lì a ricordarti che prima c’era e adesso c’è e non c’è, o comunque, adesso fa cagare. Però per un valido motivo, insomma è lì a ricordarti che te la sei spassata alla grande. Quindi nonna, sul primo punto siamo al top.

Ora, passando alle belle mutandine. Io lo ammetto, non sono mai stata contenta di spendere tanti soldi in completini intimi sexy o meno. Infatti non l’ho mai fatto. Il mio meccanico ragionamento funziona così: se poi una volta messi 1) non si vedono perchè generalmente vado in giro vestita e 2) generalmente se si scoprono vengono tolti velocemente e cagati zero (tante grazie per aver apprezzato il nostro sforzo), perchè devo spenderci pure dei soldi?!. Quindi ammetto le mie mancanze in materia: io sono fissata con le mutandine carine e comode.

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Tipo queste. (ATTENZIONE: quelle non sono le mie mutande!).

Sinceramente non me ne frega un gran che di cosa potrebbero pensarne gli uomini. Ma mi interessa un sacco quello che potrebbe pensare mia nonna. Quindi gliel’ho chiesto. Mia nonna mi ha promossa a pieni voti e ha aggiunto anche qualcosa alla sua bellissima frase ad effetto: “Io non so come certe donne possano portare quelle mutande che vanno dentro a i’culo o quelle co’ que’ filo tramezzo alle mele”. Quindi suppongo che le mie mutande vadano benissimo. Anche perchè la mi nonna bellissima conquistava gli omini co queste:

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O meglio, ha conquistato il più bello, ovvero i mi nonno.

“Oh”

Ragazzi lo so che aspettavate questo momento da Lunedì. Ma ho potuto accontentarvi solo adesso. Ho dovuto attraversare diverse fasi: Disperazione-Rabbia-Depressione-Elaborazione. Il ciclo non finisce qui perchè inutile dire che dopo sono automaticamente tornata alla fase Rabbia, presente tutt’ora. Di cosa sto parlando? Ma dell’ultima puntata di The Walking Dead ovviamente.

Ammazzatemi. Uccidetemi brutalmente. No, non è come sembra: la puntata mi è piaciuta. Molto meglio delle ultime due, per fortuna. La puntata mi è piaciuta, partiamo da questo presupposto. Sapete già di cosa parlavo: Beth. Il quadretto si fa sempre più tendente al patetico. Il povero cucciolo di figo Daryl e il suo cagnolino da compagnia Beth trovano una casa abbandonata- non abbandonata non si sa. Cioè non si vede nessuno ma magicamente è piena di roba, di provviste, è pulitissima, è perfetta per la loro nuova vita da coniugi. Difatti Daryl e Beth flirtano alla grande: Beth utilizzando le sue infallibili tattiche da bambina autistica, ossia cantando canzoncine da chierichetto, e Daryl utilizzando le sue infallibili tattiche da uomo delle caverne, ossia mugolando e grugnendo. Però, l’hanno capito tutti che quando Beth gli chiede “Come mai credi che esistano ancora buone persone?” e lui la guarda arrapato, intende comunicarle che s’è innamorato (purtroppo) di lei. E Beth, rullo di tamburi, cosa fa?! Gli salta addosso, si spoglia, gli dice che è quello che prova anche lei, lo ringrazia per averla tenuta con sè per tutto quel tempo anche se la sua presenza aumentava esponenzialmente il rischio di venir uccisi. Ah, no scusate questo è quello che avrei fatto io. Beth dice “Oh”. Dice “Oh” !!!! Ma vi rendete conto?! Non c’è speranza, non capisce un cazzo. Potrebbe essere paragonata agli zombie dal momento che secondo me le funziona solo il tronco encefalico. Comunque sembra proprio che la loro vita da novelli sposini stia iniziando (trovano anche un cane-ciclope che Daryl vuole tenere con loro nella capanna d’amore) finchè PER FORTUNA vengono attaccati dagli zombie. Ovviamente Beth è ferita ad un piede perchè facendo la ganza con la balestra finisce in una trappola da cacciatori. Non mi nascondo che in quel momento mi sono fatta una sonora risata. Non ne combina una giusta. Essendo ferita Daryl decide di farla scappare mentre distrae l’orda di zombie rischiando di morire. Gli ordini che da a Beth sono pochi e molto chiari: scappa verso la strada e aspettami lì. Niente. Anche questa volta Beth riesce a farsi infamare. E’ talmente inetta che riesce a farsi rapire (voglio sperare che l’abbiano rapita e non che se ne sia scappata) dal primo stronzo con la macchina che passa. Mi vien voglia di tirarle uno scappellotto e urlarle: MA TE VOI DA NA SVEGLIATA, CRETINA?! Il resto della puntata mi è piaciuto molto: Bob, Sasha e Maggie sono un gruppo fantastico. Per non parlare della tenerezza che mi fa la nascente storia d’amore tra Bob e Sasha (io l’ho sempre saputo!). Posso solo aggiungere: cosa aspettano a farli arrivare tutti al Terminus?! Ho paura che nella prossima puntata creperà la bambina normo-dotata cerebralmente, sacrificata dagli altri per salvarsi da un’orda di zombie. La durezza e la freddezza della nuova Carol si intravedono nella preview. Tyreese-MissioneTata sembra rimanere solo (forse è la su fortuna). Insomma raghiz, sto bramando Lunedì! 😉

MAI FIDARSI DEI BESTSELLERS.

Tempo di recensioni. Allora, ho da poco finito di leggere un libro che mi sono mangiata nel giro di 3 giorni. Se dovessero categorizzarmi in una qualche specie aliena sarei sicuramente una “divoratrice di libri”. Che poi, non ho un genere preferito. Passo proprio dai libri trash, ai grandi classici, ai bestsellers, ai libri rosa, ai gialli, ai libri storici, ai libri-documentari, ai fumetti. Insomma, di tutto! Ultimamente non ne sbagliavo uno. Erano perfetti e bellissimi a modo proprio tutti quelli che sceglievo di leggere a occhi chiusi. Ma non l’ultimo. Oh no. Non l’ultimo. Almeno per me, intendiamoci. E’ un libro che si intitola “Uno splendido disastro”, non so se qualcuno lo conosce. Mi ha subito incuriosita perchè è nato da una storia raccontata proprio su un blog, che è diventata un successo e l’autrice ha deciso di pubblicare un libro. Quindi mi sono detta: dai, carina l’idea. La storia da subito mi è parsa una delle più classiche e banali: la ragazza carina e intelligente che non si caga nessuno che scappa dalla proprio città per via di un “segreto inconfessabile” che diventa la preda del bullo della scuola fighissimo che può avere qualsiasi donna ma che vuole lei, che fa finta di non volere lui ma che in realtà lo vuole e tanti cazzi e mazzi. Ecco, solo che pensavo che la banalità della storia avesse una svolta a un certo punto. Invece la situazione peggiora: i due diventano migliori falsi amici e passano ogni minuto delle giornate insieme. Addirittura lei si trasferisce nell’appartamento di lui che riesce a mantenersi grazie a degli incontri di boxe clandestini alla Fight Club. E ovviamente lui è il campione imbattuto, non lo stende nessuno a sto macho. Ma rimangono entrambi in una Friend-zone stabile, cioè se fanno sesso a vicenda ma non se move na mosca. Finchè, colpo di scena, lei comincia a uscire con un figo super interessante che le piace (ma non quanto il bullo). Ovviamente il bullo si ingelosisce a quel punto e lotta per avere la sua bella. E senza fare neanche troppi sforzi ci riesce. E comincia la loro banalissima storia d’amore fatta di scenate di gelosia, pugni a destra e a manca, lei che diventa improvvisamente una calamita di sesso verso tutti gli altri maschi, sesso selvaggio, parole casuali e altamente fantascientifiche ecc. Ma rasentiamo il top quando si scopre “l’inconfessabile segreto”: la ragazza è la figlia di un famosissimo giocatore di poker che l’ha cresciuta a pane, shottini di Tequila e poker e dal quale è voluta scappare per evitare di finire nel baratro di quella vita con lui. Ma come una novella Rain-Girl per pareggiare un debito del padre è costretta a partire per Las Vegas un fine settimana e vincere migliaia di dollari come se fossero pisellini verdi. Certo, ok. Ma la storia non finisce qui: tra una banalità e l’altra, tra un lascia e rimetti, i due protagonisti tornano a Las Vegas per sposarsi. Fine. La vita non va proprio così:

  • Le ragazze non scappano di casa andando a fare l’università chissà dove senza far sapere niente a nessuno e senza nessun tipo di fonte monetaria per mantenersi.
  • I super fighi di solito non hanno niente da dire e non corrispondono proprio all’immagine del bullo del quartiere di cui tutti hanno paura.
  • I superfighi-superbulli di solito le ragazze (anche se carine) anonime, intelligenti e simpatiche non se le cagano di striscio.
  • La prima volta di una donna non è quasi mai un’esperienza entusiasmante.
  • Quando un ragazzo decide di intraprendere una relazione con una ragazza, se la relazione è sana non deciderà mai di regalarle un anello di diamanti dopo pochi giorni.
  • I fight-club, ok, esistono pure ma non credo siano frequentati da liceali in piena fase ormonale con ragazzine arrapate a seguito e soprattutto non credo che fruttino così tanti soldi da riuscire a farti mantenere: una casa, una macchina, una moto, un cugino, la ragazza di tuo cugino, un cane, la tua fidanzata, viaggi a Las Vegas, anelli di diamanti.
  • Le scenate di gelosia con scazzottate annesse non hanno mai portato a nulla di buono, a me per esempio farebbero scattare tantissimi campanelli d’allarme e probabilmente grazie anche alla mia ipocondria mi autoconvincerei di stare con un potenziale serial-killer psicopatico e che prima o poi matematicamente finirei affettata a pezzetti da un ascia e avvolta in un telo di plastica per poi esser buttata in un cassonetto.
  • Nessuna ragazza, e intendo nessuna ragazza che abbia un pò di amor proprio, riesce a bere 20 shottini di vodka liscia e a mantenere contemporaneamente il proprio sex-appeal, ma che dico, a mantenersi su due piedi ballando a ritmo di musica. Io, personalmente subirei una metamorfosi spaventosa, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore invece finirei in coma etilico.
  • In nessuna famiglia del proprio fidanzato troverai 4 fratelli superfighi e muscolosi che ti adorano quasi quanto lui e che ti chiamano “sorellina”.
  • Nessuno a 13 anni è in grado di giocare professionalmente a poker fregando tutti i massimi esponenti della categoria.

Eddai. Ma mi chiedo come sia possibile che tante persone abbiano voluto fortemente che sta storia nata su un blog diventasse un libro. Ma davvero credete ancora alla favola bella che ieri c’illuse che oggi c’illude?

Fatemi un favore: NON FIDATEVI MAI DEI BESTSELLERS, la maggior parte della popolazione di libri non ci capisce una beneamata.

Ciao raghiz!

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Tipica ragazza anonima che non fa perdere la testa ai superfighi e ai superbulli.