Monthly Archives: December 2013

Vi presento la mia amica Ipocondria.

E’ arrivato il momento di parlarvi di una compagna di vita. Una presenza inseparabile di cui non posso fare a meno e la quale non può fare a meno di me. Insomma culo e camicia, pappa e ciccia, cacio e pera.

Io e la mia amica Ipocondria.

Ipy non mi abbandona mai ormai da tanti, tantissimi anni. Si è vero, ci sono stati periodi in cui ci siamo allontanate e non abbiamo condiviso più molte cose. Ma poi è sempre successo che ci siamo ritrovate, più legate di prima e sempre con tante cose da dirci. Come ci capiamo io e Ipy!

E’ incredibile come lei condizioni così fortemente la mia vita da quando è al mio fianco. Io sono assuefatta dalla sua presenza, così forte, così prorompente. E’ ovvio che nella coppia io sono quella che si fa convincere. C’è sempre uno dei due che è quello che si fa convincere. Che cede per primo. Che un pò si sottomette sempre. Ed è ovvio appunto che sono io. Riconosco che il mio rapporto con Ipy logora anche i rapporti che ho con le persone che mi circondano e mi vogliono bene. E’ un tipo geloso probabilmente. Chi ci rimette di più sono la mia famiglia e il mio ragazzo. Sono esasperati e io non riesco a farci nulla perchè non riesco a staccarmene. L’unica persona da cui Ipy si fa sopraffare è mio padre. Di lui a timore, si fa mettere i piedi in testa e quando mio padre la tiene a freno succede che si allontana a volte per qualche ora, alla meglio per qualche giorno. Ma poi torna sempre. La vedo da lontano la riconosco subito. Il cuore comincia a galoppare, la mente a correre, la fantasia a volare e la paura a crescere. E’ pericolosa e mi distrugge la ragione. Perdo il senno quando sono con lei e vedo e ascolto solo lei. Mi dà allucinazioni, visive, tattili, uditive e olfattive. Fa crescere in me fobie e false convizioni, che sembrano così reali però. E così corrispondenti alla realtà. In un attimo un dolore a una gamba diventa un trombo. Un bollicino diventa un fungo della pelle. Un dolore al petto diventa un cancro della mammella. Un pò di tosse diventa tubercolosi. Gli occhi pesanti diventano miastenia gravis. Un pò di infiammazione alle gengive diventa piorrea. Mal di stomaco diventa appendicite. E io ci credo. E tutti i giorni, tutti i santissimi giorni Ipy ne ha una diversa per me.

Devo trovare un modo per liberarmi di Ipy ma non so se esiste. Forse devo solo trovare un modo per conviverci bene. Credo che le persone che mi amano, mi amino davvero tanto per riuscire a farlo dividendomi anche con Ipy.

Forse però Ipy mi salverà un giorno.

O forse mi ucciderà.

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Siamo qualcosa solo se si è insieme.

La cosa che più mi fa incazzare è che nessuno ti insegna mai a essere preparato alla morte. Alla morte degli altri intendo, perchè forse per la propria siamo sempre preparati. Ma quando si tratta degli altri, tu rimani senza di loro, senza sapere che fare. Senza sapere come sarà la vita dopo. Senza sapere come farai a fare tutte quelle cose che riguardavano anche loro.

Come farai a uscire in giardino, girarti verso gli ulivi rigogliosi e non vederlo lì, a tirare giù le olive. Come farai a non vederlo uscire dal bagno esterno con l’accapatoio addosso d’estate. A non vederlo indossare più quel cappellino blu con la visiera, a non vederlo fare manovra con la sua Opel Agila grigia nuova di zecca per uscire dal piazzale. Con quelle mani di chi lavora una vita intera, con quelle mani piegate dalla fatica ma forti forti come il suo amore. A non essere baciata sulla guancia con una forza assurda quasi mi volesse passare tutto l’affetto che ha sempre avuto per la nostra famiglia.

Semplicemente non ci sarà più niente di questo e nessuno mi preparerà mai a questo tipo di cose. Semplicemente ti svegli una mattina alle 7 e scopri che il giorno prima hai baciato per l’ultima volta una persona, gli hai parlato per l’ultima volta, l’hai visto sorridere per l’ultima volta, gli hai visto il colore degli occhi per l’ultima volta, l’hai visto muoversi tra le sue cose per l’ultima volta.

Come si fa a essere preparati? spiegatemelo perchè io non me lo spiego.

Siamo così Niente. Siamo così fragili. Non abbiamo libero arbitrio sulla morte. Non hai assi nella manica da sfoggiare. Non ci sono compromessi o vie di mezzo.

Siamo qualcosa solo se si è insieme. Quando non si è più insieme succede che tutti muoiono un pò.

Poche ma fondamentali passioni.

Una delle poche sicurezze della mia vita è un ragazzo particolare. La cosa più strana e affascinante della mia vita.

Si insomma, non siamo una di quelle coppie che va a fare parapendio, che segue corsi di ballo latino-americani, che va in palestra, che va a fare le maratone per beneficenza, che fa viaggi zaino in spalla e tenda a seguito. Intrepidi avventurieri. La pigrizia è una cosa che ci accomuna. Non so se definirla pigrizia o semplice godimento nel non fare niente di particolarmente originale o trasgressivo.

Condividiamo poche ma fondamentali passioni: mangiare, dormire, fare l’amore, il cinema, la musica e il buon vino. Tutto questo ci basta per vivere felici e spensierati. Abbastanza da scordarci del resto del mondo e della vita quando siamo insieme. Io di solito sono quella che cerca un significato in tutto, lui quello che non lo cerca in niente. Io sono quella che pensa al peggio, lui quello che pensa al meglio. Io sono quella che dice le cose, lui quello che le fa capire e basta. Sembriamo due esseri incompatibili così a guardarci, ma c’è un click che scatta silenzioso tra di noi e d’un tratto tutto sembra essere esattamente come dovrebbe essere in senso assoluto.

Un giorno forse scriverò delle mille volte in cui ci siamo conosciuti e innamorati, e poi ancora conosciuti e amati. Ma per adesso scrivo di lui, cioè scrivo quello che scrissi di lui diverso tempo fa e che gelosamente ho custodito senza leggerlo neanche a lui per paura che scoprisse tra le mie parole quanto davvero valga, e che di conseguenza scoprisse che io non ne sono all’altezza.

Lui è silenzioso e se mi dice qualcosa significa che è importante ma soprattutto che è sincera. Perchè per difetto e per pregio Lui è l’incarnazione della sincerità. Ama il verde. Il verde smeraldo per esser precisi ma per inclinazione mentale più che altro. Vive con 3 fratelli, sua madre, suo padre, suo nonno, 3 gatti, 1 cane e tante galline. E’ un uomo coraggioso. Mi infastidisce quasi per quanto sia coraggioso e sicuro di sè perchè io d’altro canto faccio fatica a tenere a bada l’ansia, sono un’eterna insicura e ho paura del mondo e delle persone. Lui le guarda dall’alto le mie paure e le spazza via con un sorriso. Mi bacia e le prosciuga. Perchè secondo lui non serve complicarsi la vita, la vita è già tutta qui. E mi guarda con quegli occhi neri, profondi come un abisso. E come un abisso, più li guardo e più guardano me e mi spogliano l’anima fino a renderla leggera. E le sua ossa sporgenti e spigolose del bacino sembrano toccarla quell’anima. Mi fa sentire parte di qualcosa. Quando non sono con lui è una sensazione di completo smarrimento. Odio questa sensazione. E’ come se le strade diventassero tutte a senso unico e non so più da che parte andare. Senza di lui. Che odia tenermi la mano, ma che mi abbraccia come nessuno ha mai fatto. Gli dissi un giorno, e non so se lo ricorderebbe ancora, che sarei voluta annegare, sprofondare nella sua cassa toracica, in quell’abbraccio, così sincero. Come lui. Non dice che mi ama, ma io lo so che il nostro è amore perchè se non lo fosse non so davvero come potrebbe o dovrebbe essere l’amore. Mi ha insegnato a fare l’amore, e mi ha insegnato che è un buon momento per spogliarsi anche delle proprie insicurezze. Non gli interessa il giudizio di nessuno, o quasi, perchè fondamentalmente lui va bene così. Ovunque e comunque. E’ perfettamente in armonia con i colori del mondo. Io chiudevo gli occhi quando l’ho incontrato e vedevo tutti questi colori e continuo a vederli nel modo in cui cammina, nel modo in cui si arriccia i capelli quando non sa che fare, quando si morde il labbro inferiore perchè è pensieroso, quando arriccia il naso per prendermi in giro, quando si gira dall’altra parte per dormire e poi sento il suo abbraccio nel cuore della notte, quando beviamo insieme e lui assaggia per primo il vino dicendo sempre la stessa cosa, quando mi chiama con tutti quelli strani nomignoli il più delle volte dispregiativi, quando mi dà la buonanotte con la voce più dolce e più bella del mondo, quando si riempie di sabbia al mare e poi mi sporca tutto l’asciugamano, quando mi bacia la bocca e mi fa sentire come aggrappata al salvagente più sicuro che esiste. Perchè lui è il mio porto sicuro. E dovunque io vada, la strada porta sempre da lui.

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L’evoluzione della nobile arte della scrittura.

Allora, analizziamo la scrittura. Cosa ha significato per me la scrittura in questi 25 anni. Sapete, credo di aver iniziato a scrivere qualcosa di abbastanza sensato verso gli 8 anni, con i “diari segreti”. Prima di allora non ero esente da scrittura. Anzi, avevo un quaderno, sul quale ho partorito numerosi capolavori poetici. Poesie. Casuali direi. Senza nessun tipo di metrica, figure retoriche o qualsiasi altra cosa poetica si voglia. L’unico elemento poetico presente erano le rime. Avevo la distorta convinzione che “se ci sono rime allora è poesia”. E quante ne scrivevo, con dediche annesse. A volte ne scrivevo anche 3 in un giorno, perchè volevo riempire il quaderno. Ho dedicato una poesia al mio pesce rosso, alla mia pianta preferita, al mio albero di natale e anche a tante persone casuali.

Ero così orgogliosa del mio quaderno di poesie. Ma credo di esserne ancora più orgogliosa adesso, dopo tanti anni. Perchè è sottinteso che io quel quaderno lo conservi ancora con premura e che ogni tanto me lo rilegga. All’epoca la scrittura mi serviva per sentirmi un’artista, e gli stessi scritti mi servono adesso per ricordarmi di che cosa il mio cervello è capace.

Comunque, dicevo, forse ho iniziato a scrivere di me intorno agli 8 anni. I diari segreti. Quelli che senza lucchetto non valgono un cazzo. E che le chiavi dei lucchetti son tutte uguali alla fine. Scrivevo tutti i giorni. Per circa 5 o 6 giorni. Poi i miei pensieri tornavano su carta a intervalli mensili circa. Come se avessi avuto di meglio da fare. E mi piace pensare che fosse così, anche se non ricordo perfettamente. Erano delle cronache, più che dei pensieri. Insomma poco di personale. Ma meglio di così non sapevo fare e io nei diari segreti ci credevo davvero. Mi rivolgevo a loro dandogli del Tu e chiamandoli per nome. Che gli attribuivo ricercandolo in qualche angolo della copertina o sul retro o tra le pagine. E così i miei diari finivano per chiamarsi Pigna, Made, Lire. Ma io sapevo che erano i loro nomi perchè ce li avevano scritti addosso. Dopo un pò di tempo mi stancavo dello stesso diario, così senza terminarlo ne compravo un altro, e mi sentivo sempre un pò in colpa per quello che riponevo nel cassetto, come se avessi tradito un amico. Mi succedeva anche con le cose, gli oggetti. Avevo l’ossessione di conservare i pupazzi per esempio, e ogni tanto di rivolgere una carezza o una parola a tutti, per tranquillizzarli del fatto che per me avevano ancora lo stesso valore.

Comunque conservo ancora tutti i diari segreti della mia vita, che a un certo punto come è ovvio che sia hanno smesso di moltiplicarsi.

Ho iniziato a scrivere davvero intorno ai 18 anni più o meno. Avevo un blog. E credetemi, prendevo molto seriamente il mio blog. Lo curavo in ogni minimo dettaglio, scrivevo a intervalli regolarissimi e ravvicinati tra di loro, commettendo però degli errori. Pensavo principalmente a coloro che avrebbero letto, piuttosto che a me. E quindi i pensieri e le mie cose venivano smussate e adattate, alla fine prendevano una forma che non era mai la stessa di quella che avevo in testa. Però ero piena di idee. Ma di poco entusiasmo. Era un periodo strano della mia vita, la scrittura mi aiutava a liberarmi, a vomitare. Un periodo triste di solitudine e di salti a destra e a sinistra in cerca di serenità. Quando si è alla ricerca di qualcosa siamo sempre un pò un fremito. Siamo smaniosi, sembra sempre di essere in movimento perchè se ne ha bisogno. Chi si ferma muore. Ecco. Ero una ragazza triste e anche con un pò di manie di grandezza. Insomma un bel surrogato di fascino. Scrivevo di amore principalmente. Anzi di Non-Amore, vista la mia mentalità all’epoca. Ero piena di convinzioni sulla vita e sugli uomini, anzi sui rapporti sentimentali in genere. Praticamente tutta la mia linea di pensiero si può riassumere in: si può amare solo la persona giusta per noi-ma sulla terra siamo circa 6 miliardi di persone-non si può pretendere di avere la persona giusta vicina, nello stesso stato, regione o addirittura paese-non si può designare una persona come giusta se non si sono testate tutte le altre alternative-impossibile trovarla-nessuno è la persona giusta-l’amore non esiste.

Questo era il motore dei miei scritti fondamentalmente. Tante, tantissime seghe mentali post-adolescenziali, prodotte probabilmente da un serio bisogno di scopare in modo regolare.

Ho abbandonato quel blog quando i miei pensieri sono iniziati a cambiare, poco più di 3 anni fa. Non c’è stato un colpo di scena, non ho fatto una scoperta incredibile, non ho trovato le risposte alle mie domande. Ho trovato qualcuno che la pensava come me quindi non ha cercato di farmi cambiare idea, e in mezzo alle nostre insicurezze e assurde infondatissime convinzioni mi sono sentita a casa. Forse perchè + per + fa + e – per – fa ancora +. E ho cominciato a scopare in modo regolare oltretutto.

Forse è proprio questo che è l’amore. Sentirsi sempre a casa.

Ma questa è un’altra storia. Comunque se è quello che vi state chiedendo: non ho smesso di fare sesso in modo regolare per fortuna, ma la disoccupazione aiuta a sviluppare le passioni nascoste dentro di noi, che ci servono per andare avanti nel migliore dei modi.

E di sicuro la scrittura per me è una di queste.

Questo non è niente.

Questa è una delle tipiche giornate che solitamente adornano la mia vita. O meglio, che adornano la mia vita da quando sono disoccupata. Esattamente sono sul divano di mia nonna, con mio padre accanto che cerca di far funzionare la radio di un telefono cellulare nokia modello super-vintage. Io guardo la televisione consapevole che a fine giornata avrò gli occhi un pò rossi. E penso a un modo per occupare il mio tempo. E ci riesco quasi sempre grazie alle mie non-sempre-utilissime passioni generiche. Cinema,musica,fotografia,letteratura,scrittura,disegno,moda,gatti,amore,amici. E’ quasi Natale però, e il mio umore sta di giorno in giorno peggiorando come tutti gli anni. E’ una delle poche feste per la quale mi impegno nel vestirmi decentemente anche se non andrò da nessuna parte e il massimo percorso che farò sarà dividermi in equo modo tra il divano e la tavola. Ma questo non è un problema, perchè succede che il giorno di Natale mi piace tutte le volte. Ma è quello che viene prima che mi mette di cattivo umore. Cose tipo l’albero di natale, palline e lucine sparse in giro senza nessuna apparente sequenza logica, coppie innamorate che si scervellano in cerca di un regalo “degno” del loro amore (e sentirli ripetersi che niente sarà mai abbastanza), per non parlare dei bambini e delle loro letterine a Babbo Natale, i biscotti e il latte caldo lasciati vicino alla porta di casa e i genitori che firmano letterine di ringraziamento con un B puntato e un N puntato. Ma quello che più in assoluto mi sdegna è lo scambio dei regali di Natale. Mi affatica e mi annoia dover pensare a chi secondo me mi farà un regalo e quindi di conseguenza a chi devo farlo io per evitare brutte, anzi imbarazzantissime figure. Ecco che il tempo tutto a un tratto sembra sempre poco. Anche perchè io ho la tendenza a distrarmi, non sono una di quelle che corre dritta alla meta. Penso una cosa e poi ne penso altre cento, tutte diverse e questo mi ostacola un bel pò. E per non bastare sono pigra. Quindi di solito va a finire che non concludo mai niente. Anche perchè io odio lo shopping. Oh si. E’ opinione comune che per noi donzelle lo shopping sia terapeutico. Per me è un’ulteriore fonte di stress/ansia. Chi è che va al centro commerciale col proprio fidanzato e finisce per esplorare solo reparti maschili perchè così può gironzolare senza cercare qualcosa? Bè io. Lo shopping a tempo perso mi fa questo effetto. Così per oggi avevo poche opzioni:

  • Fare l’albero di Natale.
  • Fare una doccia lunga almeno un paio d’ore.
  • Andare al centro commerciale a cercare qualche regalo obbligatorio di natale.
  • Stare sul divano a guardare la televisione.

Per il primo non saprei da dove iniziare, sono troppi, troppi anni che non ho un albero di natale in casa. La seconda l’ho slittata a domani (non fare oggi quello che puoi fare anche domani), si perchè sono così pigra che anche una cosa come la doccia mi stressa, ma tranquilli, la faccio regolarmente, solo non chiedetemi di esserne entusiasta. Sul divano per oggi ci sono stata già abbastanza. Quindi, la scelta obbligatoria ricade sulla terza opzione.

Accompagnata da qualche parolaccia.