Monthly Archives: February 2015

La musica buona.

Dieci buoni motivi per uscire con un bravo ragazzo:
– A volte capita che sia pure bello e simpatico e, cazzo, con un lavoro fighissimo.
– Non cercherà di portarti a letto alla prima uscita e neanche alla seconda. E, udite udite, nonostante questo, non sparirà alla terza uscita.
– Ti guarderà con occhi sinceri. O comunque sinceramente espressivi.
– È capace ti tenerti tra le braccia se sei ubriaca, di accarezzarti i capelli, di prenderti la mano, anche se ancora non l’hai neanche mai baciato.
– Quando lo baci, ti terrà stretta e a volte ti guarderà sorridendo. Non ti bacerà senza guardarti e senza assicurarsi che tu sia davvero lì insieme a lui.
– Non riderà di te quando andrai al bancone di un american diner a chiedere degli stecchini per spiedini e li userai per giocare con lui a Shangai. Anzi, sarà libro al tavolo che ti guarda sorridendo e con una macchina fotografica in mano. Ma soprattutto, giocherà a Shangai.
– Ti rassicurerà senza troppi sforzi, senza troppi giri di parole, senza troppi gesti superficiali. Ma con una concreta, costante, essenziale presenza.
– Ti lascerà cantare nella sua macchina e ti lascerà dire “per i prossimi 4 minuti non ti ascolterò”, ti asseconderà nelle tue piccole stranezze, come sfanalare in modo ingannevole agli automobilisti, suonare il clacson davanti ai conventi, associare canzoni alle persone e colori ai giorni della settimana. E lo farà ridendo e dicendoti “come mi piacciono queste cose che fai tu”
– Nonostante il suo fighissimo e super impegnativo lavoro sarà sempre capace di uscirsene con frasi tipo “per la prima volta ho voglia di perdere meno tempo dietro al lavoro, per poterlo passare di più con te”
– Ti farà sorridere e stare tranquilla. Di quella tranquillità che ti mancavano tempo. Che ti fa vivere le cose per come vengono. Che non ti fa chiedere cosa è meglio o non è meglio dire. Cosa è meglio o non è meglio fare. Di quelle tranquillità che dici questa è la mia vita, la vivo io, sono io e questo è il mio tempo e lui è lì, c’è e mi sorride. Con una mano tesa e due braccia precise precise per incastrarsi con il mio torace.

Grazie, per ora. Per quel che vale. Per quel che è. Che io non lo so ma non me ne frega neanche un cazzo di sapere.

Advertisements

io non so neanche cosa sto dicendo.

La convalescenza ti porta irrimediabilmente alll’autolesionismo da pensiero compulsivo,  altre sì detto “seghe mentali a manetta”.

Mentre tutti erano impegnati nelle loro vite favolose e nei loro impegni di rilevante livello sulla scala dell’interazione sociale, io ero impegnata a guarire dalla polmonite.

SI, ho detto polmonite. No, non è stata debellata come il vaiolo e si, esiste ancora. Non che adesso io sia realmente guarita ma diciamo che sono ABBASTANZA guarita da decidere di voler scrivere.

Nel moto perpetuo delle mie paturnie,  mi sono concentrata su questa storia che la fortuna gira, che il karma non risparmia nessuno e che tutto si trasforma. E pensandoci ho realizzato di quanto io ultimamente sia sfigata.

Probabilmente la mia mente è talmente deviata da permettersi di pensare che qualcosa possa andare FINALMENTE bene, senza tener conto che per me NO, NON POTRÀ MAI ANDARE BENE, CAZZO. Trovi un lavoro che ti piace? Avrai la polmonite ed entrerai in malattia dopo due settimane di lavoro col rischio che a fine mese decidano di buttarti fuori. Per dirne una eh. C’è n’è sarebbero delle altre, tante altre. Ma non voglio ammorbare nessuno. La verità è che non so neanche perché sto scrivendo. La sincerità paga si è vero, allora sappiate che non neanche che cazzo io stia dicendo e perché lo stia facendo. Un tempo oggi sarei stata qua a scrivere qualcosa di interessante, di divertente o di personale. Oggi invece sono qui che mi chiedo che cazzo sto facendo. Sono qui che leggo quello che scrivono gli altri e che mi chiedo da dove tirino fuori tutte queste belle idee, tutte queste belle frasi, queste belle parole, queste belle immagini. Tutte cose che vorrei avere anche io in questo momento. E invece guardo e non ho niente. Di nuovo. Solo un paio di pugni che vorrebbero schiantarsi contro il muro senza se e senza ma, soprattutto senza punti di domanda. Mi guardo allo specchio e ancora mi chiedo se sarà possibile risorgere come quel raccomandato di Gesù,  che lui dalla vita ne è uscito vivo che non so se è un bene davvero, ma almeno è un’altra possibilità.  Mi guardo allo specchio e non mi vedo neanche lontana, neanche adesso che lo specchio ce l’ho fisso davanti al letto. Mi chiedo se di me ne sarà qualcosa di diverso da un pacchetto di delusione e una bottiglia di vino, che adesso porta troia mi manca da morire. Ne sarà qualcosa di diverso da una che cerca sostegno? Da una che dà sempre mille e ne riceve dieci e le va anche alla grande? Da una attanagliata da tanti dubbi che le tremano le gambe e ha paura di non farcela da sola che nonostante tutto vorrebbe solo essere ancora una volta, un pochino, solo un poco, un pizzico felice?