Hai ragione, è colpa mia.

“Hai ragione, è colpa mia”

E allora com’è che non mi sento meglio? È strano è miracoloso: mentre si dorme passa tutto. E passa così bene che a volte quando ti svegli, ti sembra di rinascere. Passa così bene che a volte quando ti svegli non ricordi quasi più cosa hai pensato prima di addormentarti. Una gomma da cancellare ti passa insistente sul cervello e tu non te ne accorgi neanche.

“Anche se riuscissi a far andare bene le cose, alla fine lascerei indietro cose molto più importanti”

Tipo me, per esempio, stai dicendo. Non sai come aggiustare tutto. Non lo sai davvero. E non lo so neanche io, più di prestarti me stessa non posso fare. Riesco a fare solo questo.

Penso alle mie mani, a come erano belle qualche mese fa. Così curate, così egocentriche,  mani da mostrare, da non nascondere, da non vergognarsene. Sono cambiate anche loro, sono tornate brutte, distrutte, graffiate, ruvide. Sono mani da nascondere. È strano come si rifletta nel nostro aspetto quello che non riusciamo a dire a parole. Sono più bella, più curata, vestita meglio e più truccata di qualche mese fa: guardatemi,  sto dicendo,  io sono bellissima. Ma se ti fermi più vicino, se mi guardi davvero, allora le vedrai. Vedrai quelle mani che tradiscono. Tradiscono me ma non gli altri. Penso al mio lavoro e so che delle mie mani mi posso fidare. Vorrei che le persone si fidassero delle mie mani. Vorrei tu ti fidassi comunque delle mie mani e che ti ci lasciassi andare.

Continuo a tirare le lenzuola fin sopra la testa e a respirare il profumo dell’ammorbidente con la faccia spiaccicata su quella stoffa. Poi mi giro verso sinistra e spero di trovarci ancora qualcuno. Con le lenzuola tirate fin sopra la testa, a respirare il profumo dell’ammorbidente, con la faccia spiaccicata su questa stoffa, girato verso destra.

Un bacio per due euro.

Chissà se per esempio hai deciso quest’anno di fare uno strappo alla regola. Chissà se hai regalato a qualcuno un rametto di mimosa. A me la mimosa non me l’ha mai regalata nessuno, se non contiamo la volta in cui Andrea me ne regalò un ramoscello. La comprò quando eravamo fermi al semaforo e vide tutti i lavavetri che al posto dello spazzolone e del secchio si erano attrezzati con tanti piccoli mazzettini preconfezionati di mimosa. Si rese improvvisamente conto di che giorno era, abbassò il finestrino, diede due euro al lavavetri improvvisato venditore di fiori e mi porse la mimosa. “Auguri”, e mi stampò un bacio sulla bocca. Direi che la mimosa di Andrea non la facciamo contare. Ma chi cazzo la voleva quella mimosa, non mi conosceva abbastanza da sapere che a me i fiori piacciono ma poi non saprei che farmene. “Non saprei che farmene” perché in realtà a me i fiori non li ha mai regalati nessuno. E non lo dico con malinconia, lo dico con la consapevolezza che probabilmente, io non sono una ragazza per la quale di solito viene in mente di regalarle fiori. E a me va bene così. In effetti dei fiori ho sempre avuto un po paura. I fiori non sono mai solo fiori, sono messaggi. Eccezion fatta per la mimosa. Quello è solo un fiore e anche piuttosto bruttino. Una volta lo dissi ad alta voce nell’orto del pugliese, che aveva il pollice verde ed aveva piantato anche una mimosa. Mi sbucò da dietro sgridandomi “Non dirlo troppo forte che se la mimosa ti sente si offende”. Poi ultimamente ho visto troppe rose gialle per le strade. Le raffiche di vento a 200 km/h devono averle strappate dai giardini e portate proprio su i miei sentieri. Devo ammetterlo, sul momento mi sono un po inquietata: le rose gialle si sa, non sono simbolo di gelosia come la maggior parte della gente crede, sono simbolo di infedeltà. E allora mentre le fotografavo e cercavo di non credere ai fiori, mi sono domandata se ci fosse qualcosa in me che valesse la pena tenere e qualcosa invece che valesse la pena tradire già adesso. Subito. E quelle rose gialle mi dicevano Si, qualcosa in me vale la pena tradire. E anche i morsi allo stomaco alle 7 e mezzo di sera, che non distingui se sia fame o vuoto, che poi le due cose si mescolano sempre in effetti, non fanno bene se non vuoi soffrire. Non voglio soffrire e non so neanche che faccia farei se ricevessi dei fiori a casa o magari in macchina o al tavolo del ristorante. Insomma, chi dei fiori li ha ricevuti lo sa che faccia farà. Io so perfettamente che faccia farei se ricevessi un pacco di caramelle, una macchina fotografica, il biglietto di un concerto, ma non so che faccia farei se ricevessi dei fiori. Anche se, se ricevessi dei girasoli smatterei. Mi farebbero incazzare. Le rose le vorrei bianche e rosa mai. Rosse neanche, che l’amore rosso è il più effimero che c’è e invece bisogna trovare un posto comodo per i sentimenti. Forse pensandoci, non biasimo nessuno che non mi ha regalato, non mi regala o non mi regalerà dei fiori. Non so neanche che faccia farei se mi togliessi i vestiti davanti a lui e lui si togliesse i vestiti con me. Che faccia farei se mi guardasse negli occhi mentre ci perdiamo incastrandoci in modo perfetto. Non so che faccia ho mentre faccio l’amore. Ma con lui vorrei saperlo, vorrei vedermi. Vorrei fare l’amore con lui, non importa se non mi ha regalato dei fiori. Mi sono svegliata con questo pensiero e con la certezza che non farò l’amore oggi.  “Come sono belle le donne quando decidono di fare all’amore”. E come sono stupidi gli uomini che non se ne accorgono.

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Abbiamo scelto l’inverno sbagliato per conoscerci.

Sbagliato perché non ci siamo preparati e chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così duro. Non ci siamo vaccinati e per certe cose forse un vaccino non basta neanche ma almeno attutisce. E per qualcosa aiuta. È l’inverno che non fa freddo eppure punge e ti entra nelle ossa e tra i tessuti dei maglioni. Un inverno sbagliato che non ci rende sicuri di volersi togliere questi vestiti, che ti fa chiedere se sia pericoloso. Abbiamo scelto l’inverno sbagliato per conoscersi nudi. Sbagliato perché non sarebbe il tempo dell’inverno eppure è prepotente, ci fa sballare il ritmo, che il ritmo andrebbe sempre ballato e non sballato. Come quella volta in macchina che facevamo finta di suonare la chitarra, non lo sapevamo fare eppure muovevamo le dita allo stesso modo. È l’inverno sbagliato per decidere di fare tardi la notte e di svegliarsi la mattina presto. Di quegli inverni che ti fanno sperare nella primavera, che Marzo se lo pronunci sembra quasi una preghiera. Anzi sembra di più, sembra una speranza. Marzo. M’arzo e cammino. Cammino dalla tua parte, la parte di strada illuminata dal sole di Marzo. È questa che è la primavera e tu sei come lei: la parte di strada che vai a cercare perché è illuminata dal sole e il sole sulla pelle a primavera è piacevole. È il sole da cui non ti nascondi. Non come il sole d’estate, che io a quello preferisco sempre l’ombra e il venticello fresco. E di questo inverno sbagliato tu riesci ad essere l’aria calda di un abitacolo, un bicchiere di rosso e una coperta di pile con dei disegni buffi sopra. E va bene perché so che quando arriverà la primavera io ti cercherò e tu sarai lì, dalla parte della strada che è illuminata dal sole e sulla quale, naturalmente, si vuole andare a camminare.

La musica buona.

Dieci buoni motivi per uscire con un bravo ragazzo:
– A volte capita che sia pure bello e simpatico e, cazzo, con un lavoro fighissimo.
– Non cercherà di portarti a letto alla prima uscita e neanche alla seconda. E, udite udite, nonostante questo, non sparirà alla terza uscita.
– Ti guarderà con occhi sinceri. O comunque sinceramente espressivi.
– È capace ti tenerti tra le braccia se sei ubriaca, di accarezzarti i capelli, di prenderti la mano, anche se ancora non l’hai neanche mai baciato.
– Quando lo baci, ti terrà stretta e a volte ti guarderà sorridendo. Non ti bacerà senza guardarti e senza assicurarsi che tu sia davvero lì insieme a lui.
– Non riderà di te quando andrai al bancone di un american diner a chiedere degli stecchini per spiedini e li userai per giocare con lui a Shangai. Anzi, sarà libro al tavolo che ti guarda sorridendo e con una macchina fotografica in mano. Ma soprattutto, giocherà a Shangai.
– Ti rassicurerà senza troppi sforzi, senza troppi giri di parole, senza troppi gesti superficiali. Ma con una concreta, costante, essenziale presenza.
– Ti lascerà cantare nella sua macchina e ti lascerà dire “per i prossimi 4 minuti non ti ascolterò”, ti asseconderà nelle tue piccole stranezze, come sfanalare in modo ingannevole agli automobilisti, suonare il clacson davanti ai conventi, associare canzoni alle persone e colori ai giorni della settimana. E lo farà ridendo e dicendoti “come mi piacciono queste cose che fai tu”
– Nonostante il suo fighissimo e super impegnativo lavoro sarà sempre capace di uscirsene con frasi tipo “per la prima volta ho voglia di perdere meno tempo dietro al lavoro, per poterlo passare di più con te”
– Ti farà sorridere e stare tranquilla. Di quella tranquillità che ti mancavano tempo. Che ti fa vivere le cose per come vengono. Che non ti fa chiedere cosa è meglio o non è meglio dire. Cosa è meglio o non è meglio fare. Di quelle tranquillità che dici questa è la mia vita, la vivo io, sono io e questo è il mio tempo e lui è lì, c’è e mi sorride. Con una mano tesa e due braccia precise precise per incastrarsi con il mio torace.

Grazie, per ora. Per quel che vale. Per quel che è. Che io non lo so ma non me ne frega neanche un cazzo di sapere.

io non so neanche cosa sto dicendo.

La convalescenza ti porta irrimediabilmente alll’autolesionismo da pensiero compulsivo,  altre sì detto “seghe mentali a manetta”.

Mentre tutti erano impegnati nelle loro vite favolose e nei loro impegni di rilevante livello sulla scala dell’interazione sociale, io ero impegnata a guarire dalla polmonite.

SI, ho detto polmonite. No, non è stata debellata come il vaiolo e si, esiste ancora. Non che adesso io sia realmente guarita ma diciamo che sono ABBASTANZA guarita da decidere di voler scrivere.

Nel moto perpetuo delle mie paturnie,  mi sono concentrata su questa storia che la fortuna gira, che il karma non risparmia nessuno e che tutto si trasforma. E pensandoci ho realizzato di quanto io ultimamente sia sfigata.

Probabilmente la mia mente è talmente deviata da permettersi di pensare che qualcosa possa andare FINALMENTE bene, senza tener conto che per me NO, NON POTRÀ MAI ANDARE BENE, CAZZO. Trovi un lavoro che ti piace? Avrai la polmonite ed entrerai in malattia dopo due settimane di lavoro col rischio che a fine mese decidano di buttarti fuori. Per dirne una eh. C’è n’è sarebbero delle altre, tante altre. Ma non voglio ammorbare nessuno. La verità è che non so neanche perché sto scrivendo. La sincerità paga si è vero, allora sappiate che non neanche che cazzo io stia dicendo e perché lo stia facendo. Un tempo oggi sarei stata qua a scrivere qualcosa di interessante, di divertente o di personale. Oggi invece sono qui che mi chiedo che cazzo sto facendo. Sono qui che leggo quello che scrivono gli altri e che mi chiedo da dove tirino fuori tutte queste belle idee, tutte queste belle frasi, queste belle parole, queste belle immagini. Tutte cose che vorrei avere anche io in questo momento. E invece guardo e non ho niente. Di nuovo. Solo un paio di pugni che vorrebbero schiantarsi contro il muro senza se e senza ma, soprattutto senza punti di domanda. Mi guardo allo specchio e ancora mi chiedo se sarà possibile risorgere come quel raccomandato di Gesù,  che lui dalla vita ne è uscito vivo che non so se è un bene davvero, ma almeno è un’altra possibilità.  Mi guardo allo specchio e non mi vedo neanche lontana, neanche adesso che lo specchio ce l’ho fisso davanti al letto. Mi chiedo se di me ne sarà qualcosa di diverso da un pacchetto di delusione e una bottiglia di vino, che adesso porta troia mi manca da morire. Ne sarà qualcosa di diverso da una che cerca sostegno? Da una che dà sempre mille e ne riceve dieci e le va anche alla grande? Da una attanagliata da tanti dubbi che le tremano le gambe e ha paura di non farcela da sola che nonostante tutto vorrebbe solo essere ancora una volta, un pochino, solo un poco, un pizzico felice?

Se non la posso ballare allora no, non è la Rivolta.

Non t’amerei senza perdere i denti.

Quante volte avrei voluto scrivere. Poi succedeva sempre qualcosa di estremamente doloroso o di estremamente, non dico bello, divertente. E quindi son passati i giorni da quel giorno in cui mi ero proposta di scrivere e ho perso il tempo, il tempo giusto. Sono fuori tempo e scoordinatissima. Forse ubriaca, chissà. Maldestra, sicuramente.
Mentre il sole faceva il giro diverse volte è finito l’anno e ne è iniziato un altro, per quello che vale. Tirare le somme. Mai stata brava, ho perso fiducia nella matematica da quando accanto ai numeri ci hanno messo le lettere.
Nell’anno che mi son lasciata dietro mi hanno detto “Ti amo” e mi hanno detto “Ti odio”. Mi hanno detto “Non sei tagliata per questo posto” e mi hanno detto “Tu puoi fare tutto quello che vuoi”. Mi hanno detto “Stronza” e mi hanno detto “Cara”. Mi hanno detto “Adesso che sei grande, sono più tranquillo di allora, che eri solo una bambina” e mi hanno detto “Se dovrò lottare, lotterò ancora. Come ho fatto già.” e mi hanno detto “Stai tranquilla”.
Ho finito e iniziato talmente tante cose che ho perso il conto. Ho più finito che iniziato. Sono molto brava a finire, ehi!
Mi sono mancate diverse cose, e forse, queste, sono mancate dall’inizio alla fine.
Ho fatto l’amore. Poche volte rispetto agli altri anni. Che volete, c’è crisi. E io sono diventata una sociopatica del cazzo. Probabilmente le mie aspettative, purtroppo o per fortuna, si sono alzate di livello. L’ipocondria non è andata via, è sempre qua con me Ipy. Mi sembra di aver fatto dei passi avanti e questo per me rappresenta una vittoria. Quando avverto le persone, sembrano sempre non crederci. Sembra sempre che esagero quando parlo delle mie paure e delle mie insicurezze.
Mi hanno detto “Non ti facevo così”. Così come? così fragile? così umana? così scassacazzoallastragrande?
Ho ascoltato buona musica e visto bei film. Necessità. Stupore. Nutrirsi di stupore. la necessità di nutrirsi di stupore.
E di sentimenti. Perchè se c’è una cosa che nonostante tutto, non è cambiata in questo anno, è la mia capacità di cercare del sentimento di qualsivoglia genere in ogni cosa.
Anche negli automobilisti che quando ti incrociano per strada, ti avvertono sfanalando che c’è un posto di blocco poco più avanti. Anche nella cassiera del supermercato che ti da pezzi interi e non miliardi di monetine. Anche nel barista, che ti avvicina lo zucchero, appena ti appoggia la tazzina sul banco. Anche nel Buongiorno dell’altoparlante delle Ferrovie dello Stato.
Capacità di cercare sentimenti. Che prima di tutto esplico in me. Capacità di cercarmi dei sentimenti. Di trovarmeli con speranza. Dentro, non lontano e neanche in qualcun altro.
E poi l’anno che è finito ha segnato il primo compleanno di questo posto intimo qua. Il mio blog. Che volenti o nolenti dovrete ciucciarvi anche per il prossimo anno.
Tanti auguri a me e alla voglia di scrivere che è tornata da un anno. Grazie a certe persone, di una delicata importanza. Che in punta di piedi, e prendendomi per mano, hanno fatto in modo che questo anno passasse, qui. C’è una ragazza che è tanta Roba e che ha le braccia lunghe tanto da farle sentire, una londinese acquisita con cui berrei volentieri una, ma che dico, anche 5 birre di seguito, un ragazzo che ha deciso di spostarsi in Olanda perchè è uno che ha le palle ed un fottutissimo genio a parer mio, un ragazzo che adesso è felice e che in questo modo rende felice anche me, un ragazzo che del gatto ha tutto compreso la pazienza e che possiede quella che noi amanti del cinema chiamiamo Luccicanza, un ragazzo che sa farmi ridere quando ne ho bisogno senza doversi neanche sforzare, che è forte come un albero di Frassino e che tengo stretto e vicino, precisamente in mezzo al petto leggermente spostato a sinistra. E poi ci sono tutti gli altri, che davvero staremo qui ad annoiarci fino all’anno prossimo.
E non il 2015, intendo il 2016.

E siccome, gli anni passano ma io rimango sempre una signorina per bene, chiudo con una perla del Ceccherini che mi pare alquanto adeguata:
Vi amo! Vi amo! Vi.. vi tromberei tutti!”

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Vivamus, mea Lesbia, atque amemus.

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,

ed ogni mormorio perfido dei vecchi

valga per noi la più vile moneta.

Il giorno può morire e poi risorgere, 

ma quando muore il nostro breve giorno,

una notte infinita dormiremo. 

Tu dammi mille baci, e poi cento,

poi dammene altre mille, e poi ancora cento,

e quindi ancora mille, e poi cento.

E quando saranno tante migliaia,

nasconderemo il loro vero numero,

che non getti il malocchio l’ invidioso

per un numero di baci così alto.

(Carmina, V_Catullo)

Le pagine consumate che si ritrovano mettendo a posto la libreria.

Due diti in gola e via.

Sono così piena che ogni tanto ho bisogno di vomitare, senza pudore né ritegno, senza qualcuno che mi tenga la fronte e i capelli e che mi dica “Andrà tutto bene”. Sono le persone che mi fanno questo effetto, che mi fanno venire questa voglia irrefrenabile, questo voltastomaco molto peggiore del post-sbronza la domenica. Le persone, oh dio, se ci penso, quanto sono scontate. Sono scontate più dei maglioni di lana di H&M durante i saldi a Luglio. Non tutte le persone, ovvio. Le persone di cui parlo io, sono essenzialmente sole. Che di per sè non vuol dire nulla di sbagliato. Ma non c’è niente di più brutto e triste delle persone che fanno di tutto per nascondere la loro solitudine. Godetevela la vostra solitudine. E invece no, collezionano persone come fossero figurine dell’album Panini. Sempre con le stesso frasi, sempre con le stesse immagini, sempre con le stesse rappresentazioni distorte di quello che sono, ma che in realtà è quello si sono volute costruire perchè, ehi! Funziona! Funziona davvero crearsi un personaggio, enfatizzare mali di vivere, fare i finti intellettuali del cazzo, i misteriosi attanagliati dalla vita e dalla banalità della vita. Si giocano sempre le stesse carte vincenti, gli assi nella manica, le mosse provate e comprovate che sanno attirare l’attenzione solo per il gusto di attirare, appunto, l’attenzione. Ci sono persone, signori e signore, capaci di stare al mondo solo per attirare l’attenzione, che hanno bisogno, per stare al mondo, di tutte le attenzioni possibili. C’è la necessità di piacere, di piacere forte e di piacere in modo ossessivo alla gente. Non importa a Chi, non importa se quelli a cui vogliono piacere gli piacciono a loro volta, l’importante è avere l’esclusiva, l’importante è esserci, l’importante è avere per gli altri una posizione privilegiata. Per cosa poi? per gongolarsi il sabato sera davanti a una birra? per farsi tirare su il morale un Lunedì pomeriggio di pioggia quando non si sa dove sbattere la testa? per convincersi di avere il talento di cambiare le persone? Ma dai! La banalità risiede in chi pretende di non essere banale, in chi non sa più da che parte girarsi perchè ormai tutto è familiare, in chi non riesce a essere se stesso semplicemente perchè sa come fare a essere qualcun’ altro, qualcuno di successo. Alla gente piace pensare di valere la pena. Alla gente piace pensare di essere irresistibile. Alla gente piace pensare di essere diversa, di essere migliore, di essere interessante. Purtroppo per loro sanno benissimo di essere così estremamente finiti, definiti, categorizzati, prigionieri delle loro carte vincenti, così tanto che quando si tratta di tirare fuori se stessi poi si ritirano, rinunciano, non sanno scoprirsi per paura che quello che c’è sotto non piaccia. E fanno bene. Perchè chi finge, chi si impegna per costruirsi, poi alla fine deve sempre fare i conti con qualcuno che vorrà conoscerli davvero per quello che sono. Ma certe persone, fanno sempre in modo di non arrivarci a quei punti, fanno sempre in modo di fermarsi prima, prima di doverlo farlo, di doversi spogliare. Tremano al pensiero del momento in cui dovranno farlo, del momento in cui gli altri vorranno altro, vorranno il vero. Ecco perchè si parla di collezioni. Collezioni di persone. Come medaglie al valore, da appendere alle proprie personali bacheche. Come in una competizione senza fine, utile solo a gonfiare il proprio spropositato ego. Contenti voi. Contenti tutti. Son due giorni che mi dico adesso vomito, adesso scrivo. E poi ho lascio perdere. Ma oggi no, oggi mi son ficcata due diti in gola e ho vomitato. E spero sinceramente che un pò vi sia finito sulle vostre belle scarpette, care personcine egocentriche e poverette de sto cazzo.

Adius.

Premi play che dammi retta, ne vale la pena.

Il tuo viso esiste fresco, mentre una sera scende dolce sul porto.

Tu mi manchi molto. Ogni ora di più.

La tua assenza è un assedio, ma ti chiedo una tregua prima dell’attacco finale.

Perchè un cuore giace inerte, rossastro, sulla strada, e un gatto se lo mangia tra gente indifferente.

Ma non sono io, sono gli altri. E così…

Vuoi stare vicin(o)? No?!

Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

Son quarant’anni che ti voglio dire Ma vaffanculo. Ma vaffanculo, te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo.

Ma come!Ma sono secoli che ti amo. Cinquemila anni. E tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? Va – ffan – culo. Te, gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo. Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?

Perché io sono bell(a), sono bellissim(a), e dove vai?!

Ma vaffanculo. E non ridere. Non conosci l’educazione, eh? Portami una sedia, e vattene.

Guardia alta e pugni chiusi.

Entro in sala determinata e più sorridente del solito, nonostante abbia assolutamente poca voglia ma soprattutto pochi motivi per farlo. L’arte del paradosso. Sistemo l’asciugamano, tolgo i due anelli che porto alle dita, gli unici due a cui tengo davvero e li sistemo nella tasca interna della mia borsa. Mi tiro su i capelli e indosso i guantoni.
“Prendete i sacconi e sistemateli al centro”, ci dice il coach.
Buffo, il mio saccone è più pesante delle altre volte, oppure sono io ad essere più debole.
Mi fermo un secondo e vedo il ragazzo nuovo che sposta il mio saccone, senza dire neanche una parola.
“Grazie” gli dico. Neanche una parola e sposta anche il suo, accanto al mio.
Destro Sinistro
Mi manchi
Destro Sinistro
Perché?
Gancio Montante Gancio
Come ci siamo arrivati qui?
Gancio Montante Gancio
Eppure doveva essere niente. Doveva essere una cosa semplice.
Destro Sinistro Calcio alto
Cosa sono io?
Sinistro Destro
Cosa stiamo facendo?
Sinistro Destro
Non voglio star male. Non vale. È un gioco che non mi piace.
Sinistro Destro Ginocchiata bassa
Vorrei colpirti forte e sentirmi libera di piangere un pò.
Guardia alta
Invece adesso, colpisco questo saccone, colpisco il saccone e invece adesso, colpisco me.
E invece, sei tu che colpisci me.