Ma tu lo ascolti l’oroscopo alla radio?

Le luci soffuse di questo locale non rendono giustizia alle linee del tuo volto. Alle ombre che formano i tuoi zigomi disegnati, le tue arcate sopraccigliari ponti invisibili tra due mondi di oceani sommersi, di abissi profondi, profondi e neri. Neri come i tuoi occhi, che all’inizio ci metto sempre un pò a guardare dritti, che abbasso lo sguardo e penso alla mia fronte e alle mie cicatrici. Che ti parlo guardandomi intorno, che poi finisce che mi accorgo di tutto e non mi accorgo di niente, come quando mi sono spaventata perché un pitbull mi ha annusato la mano, mentre gesticolavo con le mani tentando di spiegarti perché mi trovavo lì con te. Queste luci non ti rendono giustizia e facciamo finta di niente mentre ordinò due birre e scelgo io per te, che a te i menù ti mandano sempre un pò in bambola. Chissà perché poi, sei così bravo a scegliere per te. Tranne che io, hai scelto me e questa volta non so se hai fatto bene. Ma mi interrompi scuotendo la testa, mi sembra di parlare più di quanto non abbia mai fatto ancora con te. Di solito tu parli e io ascolto, e questo già è un miracolo che neanche Lucio Dalla saprebbe suonare. Ok, forse lo saprebbe fare. Tu scuoti la testa e cerchi di dire qualcosa, ma io ti ripeto ferma e decisa che “no. Ancora non puoi parlare. Devo finire”. Alla fine ho finito davvero e credo di aver detto la stessa cosa in cerchio come gli indiani per un quarto d’ora buono.
“Io voglio stare con te. Ma ti farò male, tu mi urlerai che sono una testa di cazzo, succederà e succederà di nuovo e non so se tu riuscirai ad accettarmi. Funziona così con me, le persone si allontanano. Lo farai anche tu”
“Non prendere decisioni al mio posto. Sono io che decido se sono contenta. Che decido se vale la pena. Adesso devi solo rispondermi, ho bisogno di sentirmelo dire. Capisci? Ne ho bisogno.”
“Si per me ne vali la pena.”
“Non deve essere per forza per sempre adesso. Adesso è solo adesso.”
“Non mi sopporterai”
“Vorrà dire che ti manderò a fanculo.”
“Io non mi sopporterei se stessi con me”
Per un attimo mi fermo a pensare a quello che hai detto, come se stessimo insieme davvero, come se fossimo un verbo al plurale. E mi chiedo se è così davvero, ma a te non lo chiedo perché non voglio saperlo e quindi ti rispondo decisa e spavalda.
“Io mi innamorerei follemente di me”
“Come hai detto?”
“Che mi innamorerei di me.”
“Ah” e forse lo dici con un Po di delusione, che un Po mi fa piacere e un Po mi spaventa.
“Magari non mi sopporterai tu”
“Magari”

Sto tremando come una foglia, come tutte le foglie che possono tremare tutte insieme e che fanno casino. Sto tremando e faccio strani versi con la voce. Un vizio del cazzo che ho da sempre, quando tremo, come se poi cambiasse qualcosa. Divento un soprano e tu ridi. Come se non fossimo mai stati in quel posto, a quel tavolino, accanto a un cesso senza carta e senza maniglia alla porta.
Mi infilo la cintura che ancora sto gorgheggiando e tu mi dici “vieni qua”. C’è un tempo infinito tra un esortazione e l’esplicazione di essa, un tempo che si materializza in uno spazio vuoto, creato dalla cintura di sicurezza. Non la sgancio ma mi aggrappo, come se non aspettassi altro. Faccio partire la macchina e tu parli. Sembri tornato su questo pianeta, ma a me parevi bello anche sull’altro ad essere sincera. Tu parli e io scrivo, che poi si dice che si scrive quando non si sa parlare e i miei quarti d’ora di soliloqui fraintendibili penso che sono la prova. Ecco perché quando mi dici che io dico la verità poi penso che chissà che verità Hai sentito dire tu, non hai mai letto niente di mio. E se scrivo perché non so parlare è per poter dire cose come queste, che guardando i tuoi occhi neri io non saprei dire mai.
“5 minuti dai”
“Ok. 5 minuti”

“Spero di non farti incazzare troppo” e parli come se ci fosse un futuro per noi. C’è? Perché mi parli così? Perché alimenti in me speranze che forse, puntualmente, verranno distrutte?
“Spero di non farti incazzare troppo” Ti dico anche io in un orecchio, come se fossimo uguali, come se pensassimo insieme.
Ma forse non è così davvero. Perché tu lo ascolti l’oroscopo delle 7 e mezzo di mattina alla radio mentre vai a lavoro? Lo ascolti stando attento al tuo segno e al mio e modellando le parole di un ciarlatano a tua immagine e somiglianza come se ci credessi davvero? Lo aspetti il cancro come io aspetto l’acquario? E a chi te lo chiede, lo dici che è un segno bellissimo, che forse qualcosa ci azzeccano davvero perché tu sei un creativo e un sognatore?
Mi sto lanciando dentro un fosse e mi ci infilo con tutte le gambe. Lo sento il fondo del fosso, lo sento quando alzo il volume mentre passa l’oroscopo alla radio alle 7 e mezzo di mattina.

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