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Tutti i colori del cielo dopo che ha piovuto.

Sapessi descrivere quello che ho in testa come qualcuno che sa scrivere bene fa, direi che sei tutti i colori del cielo dopo che ha piovuto. Hai presente? Quella luce perfetta. Quell’odore di bagnato. Quei colori accesi circondati dal grigio. T’ho guardato il viso e l’ho baciato. Non subito, ci ho messo un pò. C’è stata una volta in cui ti ho guardato che ero seduta su una poltroncina rossa del cinema e tu stavi comprando i pop corn, quella volta che t’ho guardato e mi sono chiesta cosa ci facessi lì insieme a te. E’ stata l’unica volta in cui mi sono fatta una domanda simile, poi ci siamo messi a correre e io non ti stavo dietro perchè ero appena guarita dalla polmonite. O forse semplicemente perchè sei più veloce di me. Ma questo ancora non ho avuto il tempo di scoprirlo. T’ho guardato il viso e ci ho visto la notte, il giorno, la sera e la mattina. Ma non solo, le ho viste in tutte le stagioni, la mattina presto, la mattina è buio, il tramonto alle 9 e alle 5 i lampioni accesi, le stelle di San Lorenzo e il violaceo della notte coperta, il piumino e il cappello di lana, le camicie di jeans e i costumi colorati. T’ho guardato ieri sera che erano più o meno le 1 di notte e credo di averti sorriso, non lo so davvero, non presto mai abbastanza attenzione, sono lì che ti guardo e se tu quando mi vedi girare l’angolo sorridi allora io chiudo gli occhi, mi aggrappo al tuo collo e ti bacio.

“Cosa vuoi fare?” E mi baci. E mi abbracci. Mi stringi. Mi ribaci. Non riesco a pensare, non riesco a parlare. Con te perdo completamente il controllo.
“Non lo so” E mi baci. E mi tiri a te. Mi abbracci. Mi baci. Mi baci. Mi baci. E io sento la tensione dei miei muscoli, di tutti i miei muscoli, sparire d’un colpo. Ho quasi paura di svenire o che non mi reggano le gambe. Puoi fare tutto quello che vuoi. E io voglio che tu faccia tutto quello che vuoi.
Devi ammetterlo, siamo inusuali. Due persone inusuali insieme sono capaci di molto e di niente. Sono capaci di stare in silenzio, un’ora intera, guardandosi intorno. Sono capaci di prendersi per mano e far come se non ci fosse nessuno intorno. Sono capaci di ballare uno sopra all’altra delle sentimentali canzoni anni 80, sono capaci di baciarsi tenendo le mani sopra agli occhi, di rimanere chiusi in una stanza al buio toccandosi i muscoli delle spalle, della faccia e del collo per capire quali sono. Di uscire solo quando fuori già è giorno e dirsi “A domani” senza sapere se sarà vero ma credendoci.
“si sta comodi qui”
“qui dove?”
“qui. tra la tua spalla e il tuo collo”
“mi fido, non potrò scoprirlo mai”
“in ogni caso è un posto prenotato, ci ho scritto sopra il mio nome.”
“va bene, è il tuo posto. possiamo dormire così? io ci riuscirei”
“anche io ci riuscirei”
Il fatto è che due persone inusuali insieme non dormono mai, ci provano, fanno finta, chiudono gli occhi un minuto e poi li riaprono affamati.

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Le nostre vite.

“Quindi ti piaccio”

“Mi piaci, mi piaci tanto. E poi stasera sei particolarmente bella”

“Devo scordarmi di pettinarmi più spesso allora”

“Devi stare tranquilla”

“Ma sono così lontana dal tuo mondo. Ho una vita così diversa dalla tua.”

“È quello che voglio. Credimi è meglio. Io la vedo la gente che fa parte del mio mondo e non voglio accanto nessuno così.”

“Ma sarebbe molto più facile. Sai, fare le stesse cose, portarti dietro qualcuno che parla la lingua dei tuoi collaboratori,  magari lavorare a qualcosa insieme”

“Non ho bisogno di qualcuno che lavori con me. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga distante dal mio lavoro, che mi faccia stare bene, che mi mostri la vita che c’è oltre”

mi zittisco finalmente e ti abbraccio forte. “Abbracciami”. Mi abbracci forte.

“Promettimi che stai tranquilla”

“Si”

“Dio, quanto vorrei baciarti”

“Ti bacio io.”

E ti avvicini alla mia bocca senza sfiorarmi.

“Ti bacio io quando lo decido io” e ti guardo severa.

Tu ridi. “Con cosa la cambio io una sera calda d’aprile, un tavolino all’aperto, una schiacciata salsiccia e stracchino, un bicchiere di coca cola, la tua mano nella mia e tu che ti arrabbi se non dormiamo insieme?”

Ridiamo insieme adesso, ti stringo forte come a dirti Sto tranquilla.

Coglione. Coglione. Coglione. Coglione. Coglione. Coglione.

La scena era più o meno questa: eravamo entrambi ubriachissimi, io e il mio ex intendo. Quando ancora non eravamo altro che due studenti universitari che cominciavano a conoscersi la notte, principalmente bevendo insieme. Strano come io, le cose più intense, le riesca a vivere solo la notte. Come se anche il resto del giorno non fosse importante.
Comunque, dicevo, eravamo io e lui ubriachi nel salotto di casa mia al buio. Avevamo passato le ultime 3-4 ore a parlare della vita, dell’amore, dell’arte e del cinema. Forse avevo parlato solo io e lui si era limitato ad ascoltarmi. Dopo 3-4 ore di conversazione su i massimi sistemi lui se ne esce con una frase tipo: “Fammi toccare le tette”.
Io ovviamente feci per scansarmi e rimasi di stucco per la facilità con cui era riuscito a rovinare e cancellare 4 ore di bellissima conversazione. Non potevo credere che l’avesse detto davvero eppure me lo ripeté con più veemenza: “Dai, fammi toccare le tette!”.
A quel punto me ne andai dal salotto di casa mia ma non prima di avergli detto: “Sei proprio un coglione”.
Ecco, sono arrivata al nocciolo della questione, che non è come si potrebbe erroneamente pensare che mi si può chiedere di toccarmi le tette ed uscirne comunque vincitori dato che poi è diventato il mio ragazzo (ma anche ex-ragazzo, ergo..). Il nocciolo della questione è la mia capacità di dire a qualcuno con assoluta sincerità e noncuranza che è un coglione.
Ricordo la sensazione che provai: tranquillità. Zero preoccupazioni, Zero paranoie, Zero domande. Solo un autentico senso di libertà nel poter dire cosa volevo e come lo pensavo. Gli avevo dato del coglione e non me ne fregava un cazzo di cosa ne pensasse lui. Della sua opinione a riguardo.
Adesso non ci riesco più. È come se mi si parasse davanti la faccia di Padre Maronno che mi dice “E se poi te ne penti?!”. Così finisco col dire cose come: “Certo che sei proprio poco furbo eh” quando invece vorrei dire:”Certo che sei proprio un coglione del cazzo eh”.
Sono cresciuta forse, sono anche piena di cicatrici che all’epoca ancora non avevo. Forse si è sviluppata in me una forma di salvaguardia involontaria che mi ha reso diversa per certi versi. Debole, per altri.

“Insomma a che ore parti?”
“Ma quando?”
“Dai, domani. A che ore vai?”
“No, non ci vado”
“Ma che dici dai, a che ore parti?”
“No, guarda che non ci vado davvero. Troppo complicato, troppi impegni, troppo poco tempo. Meglio di no, non ci vado, aspetterò qui.”
“Stai attenta”
“Perché? ”
“Perché io ti vedo, ti ascolto, ti guardo da fuori”
“E?”
“E stai attenta. Sei andata, hai spiccato il volo, ti si vede negli occhi e si sente quando parli”
“Ed è necessariamente un male?”
“No, certo che no. Ma io sono più vecchio di te, ti conosco e ti consiglio di tornare con i piedi sulla terra”
“E come si fa?”
“Si fa”
“Ma come? A me non riesce, non sono capace”
“Se si vuole, si fa. Respira, mettiti dritta con la schiena, rilassa i muscoli, pensa. Razionalizza. Guarda le cose esattamente per quelle che sono. Tornerai fra di noi.”

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Mi manca mia sorella. Lei saprebbe cosa fare. Lei saprebbe come aggiustare. Con il mio cuore in mano e un cacciavite fa miracoli.

Alle 10 sotto da me.

“Sono qua sotto”
“Scendo”

Mi guardo allo specchio, non ho messo il rossetto e ho gli occhi rossi di chi ha già vissuto un po’ troppo per essere solo le 10 di sera. Prima di uscire sorrido alle ragazze che sono piantate sul divano, non riesco a trattenere questo sorriso. Sarà il fumo, il vino, sarà che tu sei sotto che mi aspetti. D’improvviso l’ora e mezzo che ho impiegato a mettermi e togliermi di dosso vestiti diversi non conta proprio più un cazzo. D’improvviso potrei avere addosso uno di quei pigiami a sacco senza preoccuparmi di essere bella e attraente.
A passo svelto entro in macchina. Ancora non riesco a trattenere il sorriso. Mentre sorrido penso che probabilmente sto sembrando un’ebete ma continuo a non riuscire a smettere di ridere e sorridere. Per colpa di questo sorriso del cazzo ho perso il momento giusto. Vorrei riaprire la portiera, mettermi vicino a te e baciarsi sulla bocca senza paura di sembrare una scema.
“Hai già deciso che non vuoi più baciarmi?” Allora ti ringrazio, non davvero, ma lo faccio.

“Devo andare via” e lo dici con la voce di uno che sta per essere preso a fucilate nello stomaco. O forse è quello che ci voglio vedere io.
“Sì, mi sposto dai”
“No. Rimani. Rimani.”
“Ma tu devi andare”
“Ma non ci riesco. Perché sei così?”
Non so dire niente adesso, non so mai dire qualcosa di giusto allora finalmente me ne sto zitta.
“Vieni con me domani”
“Non sarebbe carino”
“No, è vero. Vieni con me a casa.”
“Non posso”

Dici di dover andar via altre 5, 6, 7 o anche più volte. E tutte le volte mi hai chiesto di rimanere. E io sono rimasta. Fino alla mattina. Fino a che ha fatto giorno.
“Sai cosa pensavo?” Ti dico poi.
“Cosa?”
“Che io e te non ci siamo mai visti alla luce del giorno. Dove finisce la notte, finiamo anche noi. E un giorno non comincia mai davvero, è solo la continuazione di una notte lunghissima che si esaurisce.”

E così s’innamorò come s’innamorano tutte le donne intelligenti: come un’idiota.