Monthly Archives: July 2014

A cosa serve, poi, questo enorme teatrino.

http://m.youtube.com/watch?v=sUmIiWLoEuo

Ma allora, cosa significa tutto questo teatrino. 

Cosa ci stiamo a fare qua, a guardare la pioggia e a battere il tempo con le punte dei piedi. A parlare di Elvis e del boogie, del Glam rock o di Bob Marley e di tutti i concerti a cui siamo stati e a cui vorremmo andare. A cosa serve ridere e pensare che siamo tutti delle gran cazzate con le gambe. Guardiamoci e riconosciamoci,  dietro a due occhi, una bocca e un naso, e due guance rosse e calde, due gambe e due braccia che vedi, siamo uguali. Smettiamola di guardare questi bicchieri vuoti pensando di volerne altri. E a che serve allora abbassare gli occhi e stringere i pugni. Tocchiamoci di più senza parlare. Che tanto con le parole, so rovinare tutto. Anche una cheese cake. O una sigaretta. O degli occhiali da sole. O un gommone a forma di drago. E allora a che serve questo spettacolo che non so neanche assaporare,  che son brava a lamentarmi. Tocchiamoci. Senza dire niente. Che per un paio di mani non servono vocali, consonanti e sintassi perfetta. Tocchiamoci con i capelli e con le gambe, come se fossimo in moto, aggrappati alla vita prendendola per i fianchi. Ubriachiamoci senza toccare quel vino rosso. Ok, il vino lo beviamo ma giusto un pò e solo perché sarebbe un gran peccato lasciarlo dove sta. Poi balli amo come se fosse la prima volta, come se improvvisamente sapessimo coordinare i nostri arti e tutti i muscoli del corpo, in un ritmo sconosciuto e perfetto. Facciamolo abbracciati come se ci conoscessimo, che io non ho mai ballato abbracciata a nessuno e secondo me, sarebbe una gran figata. Inciampiamo nei nostri piedi e ridiamo di questo. Di quello che è.  Di quello che c’è.  Di quello che conta. Che conta davvero. Senza tutto il teatrino. Senza il resto che non vale un cazzo, nemmeno un minuto del mio tempo. Respiriamo sincronizzati quasi a perdersi e a chiedersi se il mio è il mio o il tuo e se il tuo è tuo o è mio oppure chiamiamolo nostro, che tanto non farebbe differenza. Pensiamo in grande, parliamo piuttosto di cose non saranno e che non potrebbero essere, di castelli dorati, di farfalle giganti e di tappeti volanti. Inventiamoci un’isola, deserta magari è coloriamola come ci pare, che poi potrei dirti che voglio fare la pittrice e non sarebbe vero ma sarebbe più vero di quello che c’è.  E allora scolpiamoci,  nella sabbia o nel cemento,  io potrei farmi due gambe da urlo e tu due spalle larghe, tanto che ce frega. A me interessano le storie, quelle vere, quelle degli altri, non la filosofia.  E Antropologia poi, quella si che è una cazzata.  Lo so che c’è gente,  ma vorrei davvero, adesso, per favore, essere abbracciata e ballare.  La musica non importa.  Se non c’è,  la invento io.
Chi visse sperando, morì cacando, cara Veronica.

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Il principe ranocchio.

Tra i pochi uomini che nella mia vita ho amato e che automaticamente mi hanno fatto male, al primo posto metto ancora Mattia.
Non saprei in realtà dire se l’ho amato davvero, ma questo non lo saprò mai. Perchè si sa, non c’è nessuno che scende dal cielo o che spunta da dietro l’angolo e ti viene a dire “Ehi, questo è amore”. Semplicemente decidi da solo, se è amore o non è amore. E io ho deciso che quello per Mattia, era amore. D’altra parte però, senza ombra di dubbio puoi affermare se qualcuno ti fa male oppure no. E senza dubbio Mattia mi ha fatto male. Mia madre dice che sono solo sfortunata, quando cerca di consolarmi sugli insuccessi della mia vita sentimentale. Io credo solo di essere in qualche modo una persona Difficile. Difficile da amare, Difficile da lasciare, Difficile da dimenticare, Difficile da accontentare, Difficile da capire, Difficile da gestire, Difficile da sopportare, Difficile.
Comunque, conobbi Mattia una sera di fine estate di qualche anno fa. Prendemmo un aperitivo improvvisato e lui non era bello quella sera. Aveva un paio di occhiali da vista enormi e spessi che lo facevano sembrare un ranocchio ma mi innamorai appena lo vidi. E pensai che era il mio ranocchio, quello delle favole, quello che in realtà è un principe, un principe del cazzo. Qualcosa in questa favola, nella mia favola, non andava. Come è ovvio che fosse. Non andava perchè Mattia era fidanzato. Era già il ranocchio di qualcuno e io non avrei mai creduto di volerlo per me, quel ranocchio. Lo guardavo parlarmi della sua vita, delle sue passioni e dei suoi studi, lo guardavo ridere e sorridere e toccarmi per sbaglio le mani. Aveva il brutto vizio di parlarmi nell’orecchio, sussurrando parole semplici e dolci e mi faceva impazzire. Io e Mattia ci vedevamo spesso e ogni volta era meglio della precedente. Ricordo le feste, in cui ci cercavamo, facendo finta di non conoscerci, le tue mani che si appoggiavano alla mia vita per trascinarmi via e correre a prendere una sfoglia alla crema nel laboratorio di una pasticceria in cima al mondo, che poi era un parcheggio, con un carrello della spesa come navicella spaziale. E lui mi faceva volare, su questo carrello, mi faceva ballare, e io non avevo paura di niente, avevo solo voglia di continuare a volare. Volavo con Mattia, quando cucinavamo insieme, e facevamo a gara, ritrovandoci poi a mangiare due porzioni a testa, solo per il piacere di tagliare ancora le cipolle insieme, di sporcarci di farina o di sugo, di stendere la pasta col mattarello usando 4 mani. Volavo quando passeggiavamo tenendoci per mano, pur sapendo che quelle mani non sarebbero mai rimaste così, intrecciate, lui guardava la nostra ombra unita e incastrata nel cemento e mi diceva che eravamo belli, lì sul cemento, insieme per sempre in quel momento, io gli stringevo ancora più forte la mano e lui mi prendeva in braccio e correva lungo l’Arno, sul Ponte Vecchio e su Ponte Santa Trinità. Continuava a farmi volare, ho volato e visto tutto dall’alto fino a che ero con lui. E volavo con la testa quando mi chiedeva con gli occhi bassi di rimanere da lui, di rimanere con lui, di dormire con lui. A me che il “dormire insieme” l’ho sempre ritenuto un atto d’amore tenerissimo e intimo, più del sesso e di tutto il resto, più intimo di tutto. Successe e successe e non facemmo l’amore finchè alla fine facemmo l’amore davvero. Non riuscivo a chiudere occhio quando sentivo le sue braccia attorno a me, quando lo sentivo tirarmi a me e annusarmi i capelli e la pelle. Non riuscivo a chiudere occhio e mi batteva così forte il cuore che avevo paura mi uscisse dal petto ma più di tutto, avevo paura che lui lo sentisse, il mio cuore. Mi batteva il cuore in testa, nel petto, nello stomaco, nei piedi, nelle braccia, nelle mani e negli occhi. Non ho mai sentito il mio cuore battere tanto. Non l’ho più sentito battere così. Forse in quel modo mi s’è mosso solo quando Mattia, mentre stavamo facendo l’amore si fermò, guardò dritto davanti a sè e giurerei di aver visto un paio di occhi lucidi sopra di me. Uscì dalla stanza e quando rientrò mi disse che non poteva. Mi disse che non poteva più. Che era tutta colpa mia. Che non avrei dovuto avvicinarmi a lui perchè poi era ovvio e palese che non sarebbe riuscito a dirmi No. Che sarei dovuta sparire dalla sua vita. Che me ne sarei dovuta andare e non tornare più. Quello che mi fece più male fu che era proprio quello che non c’entrava nulla con la fisicità, col sesso, che era magico. Quello che c’era e che andava al di là. Mattia fu in grado di farmi anche più male di così, nei giorni che passarono. Fu in grado di farmi sentire inadeguata, tentatrice, puttana, bambina, stupida, ingenua.
Mattia si è sposato, si è sposato con la stessa ragazza con cui stava allora. Con una bella camicia e un bel papillon. Me lo immagino tra trent’anni, e me lo voglio immaginare impersonificare tutti i modi in cui mi ha fatto sentire.
Sarà pure sfiga, mamma. Ma sarà anche che io ranocchi così, non li voglio più.

Ricky e Martin.

Mi sono sempre chiesta perché non riuscissi mai ad avere un ritorno equivalente e proporzionato per le mie azioni. Così pensate, così sentite, così volute. Ho sempre desiderato ricevere per me le mie attenzioni. Quel piccolo particolare, che fa la differenza. Che può determinare un valore o meno ad un oggetto, un significato o meno a una parola. Quella minuscola crepa che ti fa capire che non è casuale se è dove è. Il problema fondamentalmente è che ho sempre dato, prima di ricevere. È che non mi sono mai messa al primo posto. E così va a finire che mi rendo felice delle cose con cui penso di fare felici gli altri. Come Ricky e Martin. I due pesciolini rossi. Il regalo di compleanno, che avevo pensato per una persona che poco se lo meritava. Insieme alla mia poesia, Il Pesce. Una delle prime poesie, scritta quando avevo 6 anni. E come può non assumere il valore che merita? Soprattutto se poi Ricky muore e Martin a quel punto non ha più motivo di esistere e decide che è meglio morire anche per lui. Ha tutto un suo fottutissimo significato, primo su tutti che ecco, quello che ami muore e che quando succede, un poco muori anche te. Che non sarai mai in grado di prenderti davvero cura di qualcosa che ami, c’è troppo in ballo, troppe cose in gioco per farlo incondizionatamente bene. Molto spesso le persone non si meritano il tuo amore. Neanche un pezzettino e neanche per mezz’ora. Si rischia di perdere di vista l’obiettivo. Come Ricky e Martin. Forse loro sarebbero morti lo stesso. Ma la poesia. Avrei dovuto tenerla io. Che per quanto ne so potrebbe averla usata per pulirsi la bocca dal sugo di pomodoro. Perché sono le prospettive che cambiano e saranno sempre su due binari differenti, anche quando si pensa di no. Anche quando si crede di aver raggiunto il Nirvana. Per lui sarà sempre una poesia scritta da una bambina di 6 anni che fa piuttosto ridere. Per me sarà sempre la poesia che ho scritto per il mio pesce rosso, di cui ero innamorata, che guardavo estasiata a pomeriggi interi e con cui cercavo di comunicare, e ci credevo davvero di poterci comunicare e mi attaccavo a quella speranza, che mi sembrava evidente ma che così evidente non era, a nessuno, tranne che a me. E mi bastava.

Quelli che bruciano.

Stesa su un divano che non è il mio ma che è diventato il mio letto e il mio rifugio ormai da qualche giorno, guardo il soffitto, questo soffitto da mansarda e d’un tratto scatto su e voglio scrivere. Mi guardo intorno e mi sento ormai da un pò come in un film americano, ambientato negli anni 50-60. Penso che vorrei vivere così per sempre, in mezzo a qualche poltrona logora, un tavolino con su una piantina grassa, tazzine di caffè svuotate, mozziconi di sigaretta e il vino aperto sul tavolo da pranzo. I poster sparsi su tutte le pareti, la musica che arriva forte da un’altra stanza, senza rifare mai il letto, pranzare alle 5 del pomeriggio quel che si trova e avere fame alle 5 di mattina. In questi giorni ho visto la luce del giorno, senza sprecare neanche un’ora della notte ed è sembrato tutto così bello e naturale. Non era mai un nuovo giorno, era solo il proseguimento delle ore precedenti. Quando finisce un giorno, e quando ne inizia davvero un altro? Quando lo decidi tu. I miei occhi ieri verso le 7 di sera erano stanchi e indolenziti e non ho pensato subito che fosse per questi giorni qua. Perchè è tutto estremamente normale. Tutto è come dovrebbe essere. E’ tutto fottutamente incontrollato. Ed è bello. Sono tornata io, sono tornata. Dove ero? non lo so. Da dove sono passata? Ho fatto un giro immenso ma è proprio qua, lontano da casa, con poche cose sullo stomaco, con degli orari che ormai neanche guardo più l’orologio, con delle persone che ti arricchiscono senza rubarti davvero niente, con questa musica che arriva da una band acustica, o dalle casse di un pc, o da un gruppo di chitarre su un prato prima della tempesta, con delle scarpe logore e le vesciche sui piedi, con pochi vestiti, pochi soldi e poco trucco, che mi sono ritrovata. Ho visto me stessa, quella che mi è sempre piaciuta. Come quando poi ti guardi allo specchio, ti vedi sorridere, ti senti ridere e parlare di tutto quello di cui ti piace parlare, ti vedi ascoltare quelle voci così sconosciute e così interessanti che capisci che da qui ne uscirai sicuramente più pesante perchè ti porterai addosso tante cose diverse da te, e per questo bellissime. Ho sentito storie, vissuto storie, ballato sguaiatamente insieme a degli sconosciuti sopra le note di She Loves You o di quel pazzo italiano di Jimmy Fontana, ho cantato fregandomene degli altri, ho sorriso insieme ai pazzi suonatori, ho bevuto con chi non sa cosa fare della sua vita, asciugato la fronte di chi si è addormentato sotto le stelle, i kilometri a piedi non mi hanno fatto paura, soprattutto se hai in mano un cornetto con la marmellata. Ho avuto voglia di vivere ed è stata la frase che ho ripetuto di più “Voglio vivere”. Mi sono guardata intorno continuamente, avevo voglia di tenere gli occhi aperti, di non perdermi neanche un minuto, neanche un viso, neanche un colore, neanche uno scorcio o una luce, avevo voglia di chiamarla Vita, la mia vita, così imprevedibile, cominciando con una cena di pesce e un bel vestito per finire con un bicchiere di vino, seduta in cerchio, chiedendo a qualche sconosciuto di suonare Candy per me. A volte è così vicina che neanche te ne accorgi, che non ti rendi conto che potrebbe essere come vuoi tu. Che potresti vivere, saltando dentro alle pozzanghere, anche solo se ne hai voglia. Ed è bello condividere. E’ bello pensare: “Eravamo insieme. L’abbiamo vissuto insieme”. Che sia un ubriaco, una ragazza triste perchè è stata mollata, un ballerino improvvisato, un paninaro che puzza di fritto, un tabaccaio col riportino, un commesso che ti offre il caffè o un ragazzo dai capelli biondi che ti piace ascoltare.

“Le sole persone che mi interessano sono i pazzi. I pazzi della vita, i pazzi delle parole. Vogliose di ogni cosa allo stesso tempo. Quelle che non sbadigliano mai, o dicono un luogo comune, ma bruciano. Bruciano. Bruciano come fuochi d’artificio nella notte”

L’estinzione del cremastere.

Non voglio litigare o fare polemica. In realtà potrete farne quanta vi pare, non cambierebbe comunque un cazzo, quindi boh,  fate vobis.  Allora questa sera, signori e signore, parliamo dell’uomo. Oh no amici, mi spiace deludervi,  non sto parlando di quella figura mitologica, quasi mistica,  evanescente, misteriosa, piena di virilità e steroidi che, ovviamente, sappiamo tutti non esistere. Sto parlando dell’uomo nel senso genetico del termine, ossia essere umano di sesso maschile. Quel genere di essere umano a cui hanno messo due palle tra le gambe solo per ricordargli di averle, solo per poter dire ed effettivamente dimostrare senza alcun tipo di prova a sfavore, di avere i coglioni. Bè se poi parliamo di controcoglioni allora torniamo al discorso del mitologico e fantascientifico. Senza possibilità di smentita alcuna, è ormai provato e controprovato che gli uomini saranno anche meno paranoici, rompipalle, complicati, permalosi, ansiosi, materialisti,  acidi,  frigidi,  mongoloidi ecc ma sono anche e soprattutto dei vigliacchi senza rivali. Si perché, quando c’è da tirar fuori le palle, quelle vere, quelle che non si vedono, sono sempre le donne a prendersi questa responsabilità. Sono sempre le donne che devono avere le spalle larghe e le ginocchia forti. Gli uomini fosse per loro, vivrebbero beati nella loro omertà e nelle loro abitudini che tanto è meno rischioso e meno faticoso che prendere il toro per le corna. Preferiscono cadere in piedi se devono cadere e per non rischiare di rovinare quel loro grosso culo, non rischiano. Non si mettono mai veramente in gioco. Si fanno andar bene la loro vita, si fanno andar bene le strade facili, che non sono mai le meno battute. Comodo vero? Comodo il loro metodo di “approccio” alle situazioni scomode. Come quando flirtano. Anche lì,  mai che si tirasse fuori le palle per davvero. I casi di solito sono due. Se l’interesse è minimo, e con minimo intendo anche giusto una scopata., allora cercano un contatto fisico blando che può andare dal solletico al fammi vedere che belle mani alle cuscinate nel viso alla palpata di culo maldestra, così lanciano l’esca e in base al feedback che arriva agiscono.  Si aspettano che una gli faccia capire che ci sta, allora possono anche fare il primo passo poiché sanno, appunto, di cadere in piedi. Se dall’altra parte però una non reagisce al solletico come se fosse la cosa più afrodisiaca del mondo allora meglio lasciar perdere, non si tenta nemmeno di baciarla per non rischiare di fare un buco nell’acqua. E magari poi è la donna che è fredda. Nel secondo caso, se l’interesse é tanto, o comunque abbastanza dal non pretendere una scopata e basta ma quantomeno una frequentazione allora si può star certe che la “frequentazione” potrebbe durare settimane, mesi, prima di vedere un uomo prendere le proprie palle in mano e rischiare, mettendosi in gioco. Oppure la donna si lancia, e gli si butta al collo dopo un paio di settimane, altrimenti campa cavallo che l’erba cresce. Ovviamente mi direte, no io sono così,  io sono cosà,  il mio uomo invece non è così,  il mio invece è cosà. Ma sapete che vi dico, alla fine sono tutti uguali. Tutti un po vigliacchi. È nella loro natura, a partire da quel coglione di Adamo. E magari tutti i più grandi geni saranno stati anche uomini, ma le più grandi amatrici, le più coraggiose,  le amatrici d’amore, sono state delle donne. Saranno sempre delle donne, quelle che hanno le palle ma non hanno bisogno di avercele tra le gambe per poterlo affermare.

http://m.youtube.com/watch?v=Og9SgJJ29JY

La verità sta nel mezzo. in mezzo al petto.

Son due giorni che vado a correre per sentirmi meglio. Ma forse sbaglio qualcosa perché quando corro, lo faccio come se tu mi guardassi.  Penso sempre che sei lì,  nascosto da qualche parte, che mi osservi sollevare le gambe, contrarre i muscoli, sudare, spostarmi i capelli dagli occhi. E alla fine non mi sento meglio, perché la verità è che non ci sei, e peggio, è che non so dove sei. La cosa che mi fa stare più male è che non lo saprò più,  neanche per caso, neanche per qualche vicolo in festa, neanche dietro a un bancone, neanche davanti a un paesaggio. È in quei momenti che ripenso a certe cose. Certe cose solo nostre e di nessuno. Che non sono state fatte mai e che non saranno fatte mai da nessun altro, se non tu ed io.  Non ho detto volutamente Noi. Quella sedia di paglia maledetta, su cui mi ero seduta tante volte e che proprio quel giorno lì mi ha voluto conficcare tutte quelle spine nelle cosce e sul sedere. Mi piace ricordare la dolcezza, la precisione e la decisione con cui prima di andare a dormire, prendevi le pinzette, mi facevi stendere a pancia sotto e alleviavi i miei mali. Senza pensare al tempo o agli occhi stanchi. Certi posti che abbiamo raggiunto a piedi, senza sapere dove stavamo andando,  che sono diventati subito e solo nostri ed erano speciali proprio perché erano valsi un paio di converse rotte. E gli autobus presi, senza guardare, solo per il gusto di viaggiare senza programmare, tra un chissà dove finiremo e un facciamo il giro completo e poi dove scendiamo scendiamo, volavamo abbracciati.  Guardavamo gli altri e cercavamo nei loro occhi il riconoscimento di tutto quello che eravamo noi. Diversi da tutti e da tutto, così tanto da essere estremamente fragili. Ti chiamai nella notte, perché volevo che tu tornassi indietro e tu contasti i passi, all’ andata e al ritorno, erano gli stessi, ma tornando indietro ci mettesti meno tempo. Un dolore può essere grande e direttamente proporzionato alla felicità che hai provato. Dicono che la verità sta nel mezzo.  Ed è proprio così perché sta in mezzo al petto. Nel tuo cuore. E il tuo cuore non si muove mai da dove è,  non si muove mai dal tuo petto. Può cambiare ritmo si, ma il cuore sta nel mezzo. Se mi guardo intorno, facendolo davvero, mi accorgo che di te manca tutto qui. Con me. Forse mancherà per tutta la vita. Sono tornata la stessa identica ragazzina disillusa che si innamorò di te. E che ti fece innamorare. E che se ti ritrovasse ora, proprio ora, davanti a quel vodka Lemon,  con quella maglia colorata e quella terrazza su Piazza Del Campo, si innamorerebbe ancora pazzamente di te.

Animali da sbronze.

Otis Redding_Sitting on the dock of the bay

Dietro ispirazione del mio caro amico Gintoki, ho pensato sì ai soggetti categorizzabili in cui più spesso mi imbatto in ufficio. Subito dopo ho pensato che non ho un ufficio con dei colleghi in cui potermi imbattere.  Bè,  un bel problema. Ok, mi sono chiesta, dove è che ultimamente passo la maggior parte del tempo senza ovviamente contare l’automobile per correre da quella o da quell’altra parte? Il chioschino-localino-baretto.  E mi sono venuti in mente diversi personaggi categorizzabili.

  • Il boss-viscidone: eh si, è il proprietario del locale, ma ci lavora pure e in effetti fa dei drink e degli spot niente male. Però.  Però.  È assatanato. La tecnica migliore per farsi offrire delle bevute e allo stesso tempo non indurlo in tentazione è fare la compare. Portargli una tua amica abbastanza figa e magari che sembri anche più grande o possibilmente realmente più grande, senza ovviamente avvertirla del pericolo a cui sta andando incontro, e presentargliela con no-chalance. Aggiungendo magari commenti di assenso quando le dirà che è bellissima e stronzate varie. A quel punto diventerai la sua migliore socia, ti vorrà bene, ti inviterà agli eventi e soprattutto ti offrirà da bere ma ci proverà con lei. Ah, ovviamente c’è il rischio di doversene procurare più di una, dato che con molta probabilità dopo la prima volta, al massimo la seconda, l’amica grande e figa non vorrà più tornare e ti eviterà come la peste bubbonica.
  • Il cameriere piacione: (che tra parentesi si tratta nel caso specifico di Lui) Non si capisce se lavora davvero lì o ci va solo a bere e a rimorchiare. Ogni tanto porta i vassoi, ogni tanto si siede su una poltrona con un drink in mano. Ha quell ‘ atteggiamento da lavoratore impegnato e menefreghista che dice la battuta giusta al momento giusto ma ne lesina la quantità effettiva. Il resto del tempo ruba sigarette al boss non curandosi di non farsi notare e parla a voce alta per farsi sentire. È accerchiato da femmine e guarda negli occhi ognuna di loro, non mi stupirei se esistesse un vero e proprio fan club. Non è bello ma ci sa fare e non ha bisogno di sottolinearlo. Magari a fine serata lo vedrai andare via con una delle fan che nel frattempo ha passato il tempo a seguirlo anche dentro ai cessi a svuotare i cestini dagli assorbenti usati. In poche parole, il coglione che ti farà sempre smuovere gli ormoni,  un po per istinto omicida un po per quello animale.
  • La sbronzona socievole: ovvio. C’è sempre una sbronzona socievole che vuole diventare tua amica. Ti offre vari shot,  ti tira il braccio con veemenza, ti pungolo il costato per confidarti cose che sentiranno tutti perché gli è impossibile parlare a bassa voce. Contribuirà di gran lunga ad aumentare la tua autostima con frasi tipo: “no vabbe te sei una grande!” “Mitica te lo giuro sei la meglio!” “A te ti devo offrire da bere per forza! Grande! Mi fai buttare via dalle risate!”. Poi ti chiederà di brindare a suon di “che cazzo me ne frega a me, m’ha lasciato i mi omo mi voglio ubriacarsi,  stavamo insieme da 6 mesi!” E tu, stronzissima,  rincarerai la dose “eh che cazzo, dopo 6 mesi ti lascia così? ! Che merda gigante! Dai ubriachiamoci,  vaffanculo,  uomini di merda! ” in modo da entrare di prepotenza nelle sue grazie e gli shot che seguiranno saranno sicuramente gratuiti.
  • Il dj con lo scollo: barcolla con la testa e non alza gli occhi dalla consolle. Così a occhio avrà circa 18 anni, ma fa il tipo d’esperienza.  Tu sei li che lo guardi e vorresti tanto avvicinarti per dirgli che mette proprio musica di merda e per sapere se viene pure pagato o è stato lui a pagare per trovarsi li a rovinare la nostra serata. Ovviamente non lo fai, perché anche se tu ci provassi sarebbe un tentativo inutile cercare un contatto umano con lui, che sembra limonare con i piatti e i pulsantini che ha davanti. Allora decidi di dirlo al boss, che ormai, essendo un amico,  per farsi perdonare ti offrirà da bere.
  • Lo zio e gli associati: che in effetti è in tutto e per tutto mio zio. Si trova al circolo dei sindacati di fianco al chioschino, lui e gli altri anzianotti che giocano a briscola mentre noi alter ci ubriachiamo allegramente. Compresa io, sua nipote. Ho saputo che si è raccomandato al boss per me. Male, male. Grave errore zietto.

E poi ci sono io. Che a seconda del mood della serata posso essere La depressa. L’incazzosa.  Quella che se la tira tantissimo.  Ma anche La sbronzona 2. Però in questo caso, non faccio l’amica di nessuno. Prendo solo grosse, grossissime sbronze.

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Cose che ho imparato nell’ultima settimana.

– Se decidi di intraprendere una dieta ferrea, non è la scelta più giusta fare colazione con un cornetto vuoto. Ancora meno giusto se, sgomenta, te lo fai riempire di nutella.
– Se in fase di dieta, deciderai di fare colazione con un cornetto alla nutella, poi ti sentirai così in colpa da decidere di tornare a casa a piedi, per smaltirlo. Come se servisse a qualcosa poi.
– Non dire mai frasi che possono essere anche vagamente fraintese tipo “Allora me lo prendo tutto”, “A me piacciono un sacco le banane” ecc, se ti trovi in presenza di un maiale con gli occhiali. Potrebbe essere pericoloso. Al meglio, potrebbe essere imbarazzante.
– Se un drink è molto dolce e ti piace, ne chiederai subito uno uguale. E non ti piacerà più.
– Se un drink non ti piacerà più finirai per farti offrire shot casuali dal barista.
– Quando la merda arriva, arriva tutta insieme. Puzza da morire e t’affoga.
– E’ ormai certo che finirò all’inferno. Ma penso anche che me lo stiano facendo annusare un pò troppo. Ogni cosa a suo tempo, eccheccazzo.
– Se tamponi un automobilista alle 4 di un pomeriggio afoso di Luglio, un vestitino leggero e un pò di rossetto ti renderanno le cose più facili, ma non ti eviteranno di piangere poi in macchina da sola come una stronza.
– Per certi versi sono peggio di una tredicenne, faccio finta di non vedere le persone per non salutarle. Neanche quando ti si siedono accanto, neanche quando parlano ad alta voce per farsi sentire. Neanche se so che poi mi lamenterò del fatto che non ho salutato certe persone e mi sentirò una sfigata.
– Se scontri qualcuno, devi salutarlo per forza. Oddio, diciamo che puoi anche solo alzare la mano e accennare un sorriso come la parte migliore dell’autistica che c’è in te saprebbe fare.
– Se ti cade il telefono da un altezza copiosa e apparentemente sembra essersi salvato, non gioire. Il demonio di impossesserà di lui quando crederai di averla scampata. E si scatenerà in tutta la sua ira.
– Ogni mattina, indipendentemente dal mio stato psicofisico, alle 7 e mezza, mi scappa la pipì e devo alzarmi dal letto. Questa cosa deve finire.
– Quando mi alzo e mi guardo allo specchio controllo il gonfiore della mia pancia e in base a quello faccio un breve calcolo sul resoconto della serata precedente.
– Faccio tanto la menefreghista e in realtà sono menefreghista davvero.