Monthly Archives: May 2014

C’è una cosa che ci accomuna tutti.

Era un pò di tempo che ci pensavo, a questo post. Ed ecco l’embrione, che è dovuto uscire dalla mia testa piuttosto in modo prematuro, ma sapete come funziona : quando c’è lo stimolo, bisogna spingere e basta. Ed ecco lo stronzo che ne è venuto fuori. Si, ho studiato a Oxford, se ve lo state chiedendo. Ma che diamine, se c’è una cosa che accomuna tutti, ma proprio tutti, gialli, neri, bianchi, poveri, ricchi, buoni, cattivi, belli, brutti, scemi, geni, puttane e puttanieri,  bè sono proprio gli stronzi.  Comunque questo post nasce con la speranza di ampliare,  grazie all’aiuto di tutti i cretini come me che possono pensare certe cose e farsi certe domande e darsi certe risposte. Mi sono venute in mente le canzoni, certe canzoni in particolari. Magari belle, magari ricche di significato e di pathos. Ma quello a cui ho pensato più che altro sono le frasi più brutte delle canzoni. Così, su due piedi, me ne sono venute in mente alcune, ma spero nel vostro aiuto, ad ampliare DI MOLTO l’elenco.

  • Da Gloria di Umberto Tozzi: “Manchi a questa mano, che lavora piano”. Io spero di non essere l’ unica a pensare quello che penso. Insomma Umberto è stato piuttosto esplicito e direi che possiamo tutti intonare in coro un bel DAGLIELA, POVERINO CHE RISCHIA IL GOMITO DEL TENNISTA.
  • Da Sere Nere di Tiziano Ferro: “E ho levigato la tua assenza solo con le mie braccia”. Vedi sopra. Indi per cui, anche i cantanti, anzi soprattutto i cantanti, sono dei segaioli e non se ne vergognano. Movimento segaioli liberi di esprimersi.
  • Da Donna Felicità di I nuovi angeli: “Donna felicità,  non ha l’ amore, donna felicità si sente sola, la consoleremo noi, col gioco delle noci intorno al fuoco”. Non lo so, apparentemente può sembrare una frase innocua, ma se mi ci soffermo a pensare, mi viene un pò di terrore per la povera Donna Felicità, che me la immagino in preda a una baby-gang che non vede l’ora di proporre giochetti sadici. Boh non lo so, penso che vorrei andare a salvare Donna Felicità dal gioco delle noci intorno al fuoco.
  • Da Non ho idea del titolo e neanche ho voglia di cercarlo di Gigi D’Alessio: “Le domeniche d’ agosto, quanta neve che cadrà”. Bè, caro Gigi, l’anno scorso in effetti non l’hai tirata parecchio di fuori e anche quest’anno dal meteo ci si può aspettare di tutto a quanto sembra. Però ecco, la neve d’agosto mi pare un pò eccessiva non credi? Bè se per caso in un barlume di lucidità ti venisse in mente che faresti meglio a smettere di scartavetrarci i maroni con le tue, ehm, canzoncine, potresti tranquillamente puntare su una carriera da meteorologo su rete 4. Ti pigliano a mani basse proprio.
  • Da Eppur mi son scordato di te dei Formula3: “Non piangere salame dai capelli verde rame”. E niente qui, si rasenta il top. La canzone è fighissima,  io personalmente l’adoro. Ma questa frase, soprattutto negli anni della mia infanzia mi ha creato non pochi turbamenti. Ho sempre cercato di analizzare,  anche perchè, che cazzo,  l’ha pensata uno come Mogol. Ma la conclusione a cui sono arrivata é semplicemente che anche i grandi sbagliano. Perché ho provato a dargli dei significati, delle metafore, delle figure retoriche. Ma niente. Mi viene solo in mente un salamino,  o al massimo una signorotta un pò cicciona strizzata dai leggins e da una canottierina elasticizzata, con i capelli verdi. O rossicci. Perché cavolo, il rame è rosso. C’è qualquadra che non cosa.
  • Da I giardini di Marzo di Battisti: “Il carretto passava e quell’ uomo gridava ‘Gelati’ “. Chiarisco subito. Suggestiva l’immagine e bellissima la canzone. Ma non mi è mai piaciuta questa frase, l’ho sempre trovata un pò distaccata dal resto del contesto. Per non parlare della tristezza che c’è nella parola “carretto”. Io non immagino il furgoncino colorato e simpatico del gelataio del mio paese.  Io immagino un vecchietto piegato su se stesso, con la faccia triste, che porta una carriola arrugginita. Boh. Un patire.
  • Da Pes dei Club Dogo: “Scusa baby adesso no, questa notte faccio sport”. E iaaaaaa. Dovevo inserirla per forza questa. Il tripudio dello svilimento.  Praticamente io immagino una bella figliola che in mise intima si butta addosso a un ciccione puzzolente col cappellino girato all’indietro e i denti d’argento che sta sul divano a giocare a Pes. E questo che fa? Scusa baby adesso no, sto a giocà alla play. Ma ammazzati!!!

Dai ragazzini. Il mondo delle frasi brutte o a tratti bruttissime della canzone italiana è ampissimo e del tutto inesplorato. Datevi da fare e aiutatemi.

Occhi verdi, caffè, Rino Gaetano e vino rosso.

C’è così tanta bellezza nel mondo che spesso mi fa paura. Non mi sento all’altezza. Non so se guardarmi intorno e rendermi conto dell’armonia che mi circonda faccia bene al mio stomaco.  C’è armonia negli sguardi e nei lineamenti della gente, c’è armonia in quelle due bocche che si baciano e che tu non hai visto neanche. C’è perfetta armonia in un caffè offerto all’improvviso, nelle bustine di zucchero bianco e di zucchero di canna che non sai quale scegliere. C’è una armonia assurda tra le pieghe del viso, quando si aprono e diventano sorriso, e ancor di più nel sorriso all’improvviso, o nei riccioli neri, negli occhi verdi. Che mai, mai avresti pensato di vedere davvero, alle 11 di una sera, spenta e stanca ma pur sempre armonica. La riconosci nei colori l’armonia. E certe cose sono state create per farti credere che esiste davvero. Certe cose così improvvise che ti paiono un lampo, ma non sei sicura che lo sia e allora continui a fissare il cielo all’orizzonte pensando senza neanche accorgertene:”fammelo rivedere, so che l’ho visto, allora l’aspetto qua, fammelo rivedere se era davvero lì”. E i colori ti fregano un sacco, sempre. Ti fregano più dei joint, del chianti toscano, del greco campano, dello zucchero filato, del cheese cake,  del cocomero rosso al piazzale Michelangelo o di Rino Gaetano alle sagre d’estate. Molta gente non sa accarezzare i colori ma se guardi davvero, no, non è possibile non riconoscere quella perfezione, propria solo dei colori del mondo, che non suonano mai ma stordiscono un sacco. E quest’armonia mi spezza. Soprattutto oggi. Soprattutto adesso. Soprattutto quando non puoi farne parte. E soprattutto quando capisci che non ti sfiora. Ti passa accanto e non ti sfiora. Neanche quando sembra di si. Neanche quando ti sorride o ti guarda mentre abbassi la testa e l’avvicini senza rendertene conto. Neanche quando ti ringrazia. Neanche per sbaglio ti sfiorerà. Anche se vorresti,  davvero vorresti. E non sai perch, o forse lo sai ma sembra così assurdo che anche tu, a confronto, sembreresti banale. Allora la guardo, quest’armonia, senza aspettarmi niente. Neanche che domani suonino Rino Gaetano.  Perché se davvero lo faranno, col vino rosso in una mano e gli occhi persi in quei colori nell’altra, rischierei di guardare quest’armonia e affogarci dentro.

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Si comincia dalla varicella.

[Anima fragile_Vasco Rossi]

L’unica cosa brutta o, per esser più precisi, meno bella, ma anche più bella, dell’avere una gemella è che ci si attacca tutto.

Si comincia dalla varicella e dagli orecchioni. Poi ci si attacca la febbre, il raffreddore, la tosse, i batteri, il mal di gola e chi più ne ha, più ne metta. Ci si attacca tutto. Anche la felicità. Anche l’amore. Anche il dolore. Anche la tristezza.

Ecco ci si attacca più di tutto il dolore e la tristezza. Che ci passano attraverso, senza nessun filtro. Più veloci del morbillo o della varicella. Più infettivi dell’herpes e della rosolia. Ed è forse, uno dei pochi casi in cui, dopo la trasmissione, il fenomeno si presenta più aggressivo.

Perchè se tu, amore mio, anima fragile, stai male. Io sto più male di te. Se tu, amore mio, anima fragile, piangi. Io piango più di te. E sento un CRACK dentro, che lo riconosco subito. Il mio cuore che si sgretola, come cristallo stretto troppo forte. Che lascia ferite e lascia dolore e lascia colore, colore che fa male a guardare. Io lo so, che io e te, non saremo sempre insieme. Ma mi piace pensare di si. E mi piace pensare anche, che quel dolore, io, te lo farò sparire di dosso, ingoiandolo tutto. Senza neanche farmi vedere, perchè sono sicura, non me lo lasceresti fare. Forse vivrei anche, per toglierti di dosso tutto il male e il dolore che, amore mio, nella vita ci travolgerà. Perchè travolge tutti, e la vita, quella, ti regala tante cose. Ma purtroppo o per fortuna, ti regala anche dolore. Io però, quando succederà, sarò dietro a una colonna a fargli le linguacce per prenderlo in giro, perchè non potrà toccarti, finchè ci sarò io vicino a te. E forse è per questo che mi manchi da morire. Perchè non so se riuscirò per bene a ripulirti la camicia da questo fottuto dolore, non so se riuscirò a spazzare via per bene tutto fuori dalla porta, non so se mi vedrai dietro quella colonna. Ma io ci sarò. E sempre mi parerò davanti ai fari di una macchina, o sotto a un calcinaccio di un burrone, o di là da un cerchio di fuoco, e farò in modo che tu, non veda niente, perchè ti meriteresti di vivere con un paio di occhiali dalle lenti rosa sul viso.

Ed è vero forse, che la vita continua anche senza di noi. Ed è vero forse che col tempo cambia tutto e cambiamo anche noi. Ma dietro a quella colonna, tu saprai che ci sarò sempre e per sempre, anche se sarò cambiata e tu sarai cambiata. Anche se sarò più vecchia e tu sarai più vecchia. Anche se sarò lontana e tu sarai lontana. Tu saprai che ci sarò.

E perchè questa canzone è tutta per te. Ma soprattutto, amore mio, è anche tutta per me.

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Un po’ come Baglioni.

Se non lo scrivo subito, finisce che mi scordo. E anche quel ragazzo, del corso di un anno fa, non sarebbe contento, se ricordo bene. T’ho sognato proprio a te. A te, che non stimo per niente, a te, a cui non ho detto mai nulla di me. T’ho sognato con le mani sul viso, e mi è sembrato tutto naturale. Anche il fatto che fossi felice di essere dove ero e anche il fatto di parlarci come se l’avessimo sempre fatto in quel modo: con affetto e comprensione. Io ti ho detto tante cose a tranello, e in questo non ci ho trovato proprio niente di anormale. Perché sono molto brava a dire certe cose. E tu che mi hai risposto, che mi hai lasciata ammutolita, che poi andare avanti dopo nella conversazione è stato un problema. Anche per me. Che evidentemente tendo alla logorrea. Mi hai detto una frase che più o meno suonava così: “Ma si. Alla fine ci circondiamo di belle persone, di gran belle persone, ma nessuna di queste, nessuna è veramente indispensabile. Anzi. Sono facilmente sostituibili”. Me l’hai detto guardandomi dritta negli occhi, tant’è che ho sentito vibrare la spina dorsale e la prima cosa che ho pensato è stata che si, era proprio una frase che avrei potuto sentir dire dalla tua bocca. La seconda cosa che ho pensato, ho pensato a Lei. Lei, tanto cara quanto ingenua. Ho pensato a quanto fosse bella, e anche a quanto non fosse indispensabile, ma più di tutto ho pensato a quanto fosse sostituibile. E mi è venuto un sorriso amaro del cazzo, sulla bocca, mentre ci pensavo. Siamo pezzi di ricambio, che ci scegliamo e che scegliamo di cambiare quando ci pare. Non importa se ci sarà sofferenza. Non importa se ci sarà rabbia. Non importa se ci saranno morti e feriti. Ci si prende la briga di scegliere una gran bella persona, che può darci qualcosa, aggiungere qualcosa al nostro spropositato ego, e dopo averla spremuta come un’arancia matura, la si prende con indice e pollice, come se ci facesse ormai schifo e la si lancia nel secchio dell’umido. Poi ho pensato che a un dare corrisponde anche un avere, nel mondo delle apparenze e della superficialità. Sembra quasi un’unica parola DareAvere. Se mi dai a me, io ti do a te. Se per te sono bene, tu per me sei bene. Se per te sono bella, tu per me sei bello. Se per te sono brava, anche tu sei bravo. Così la prossima volta mi torni a dire che sono bene, bella e brava. E anche la volta dopo ancora. Perché non lo dico io, ce lo insegna la psicologia. E sinceramente, vedo che siamo tutti un po troppo impegnati a fare gli psicologi, i filosofi e gli arrangiati, invece che impegnarci a fare un po più come Baglioni. E quando è l’ora, levarsi dai coglioni.

Rewind.

[Rewind_Paolo Nutini]

Prendi un giorno di quelli incazzati, un giorno di quelli da parolacce, un giorno di quelli da solitudine. Poi prendi due frasi buttate lì, due idee non organizzate, due persone di quelle non convenzionali, un treno che passa di là, e quel giorno lì diventa un altro giorno. Diventa un giubbino rosso che non c’è un arabo che in realtà viene dal Bangladesh e parla solo inglese, diventa una tartaruga, un fazzoletto ai cessi della stazione, un pacchetto rotto di fazzoletti, tanti sguardi bassi e tante guance rosse. Poi diventa una passeggiata, verso l’ignoto, verso un chissà dove stiamo andando ma chissenefrega, diventa parlo io o parli tu, scelgo quello col cappello e la divisa strana, ma quello è un carabiniere, e i carabinieri non sanno dare informazioni, ma almeno mi ascoltano. Mica come il filippino, che ti chiede dove sta l’arrivo. Diventa tanti cappellini rosa, tante biciclette, tanti bambini esaltate e tanti sbatti-manine che non ti piacciono per niente, e invece secondo me son carine. Poi diventa Andrea, la sua faccia da culo, col sorriso che prende in giro e una salita in ascensore, insieme a te e a una bionda allegre, troppo allegra, e gentile, troppo gentile. Una finestra che si apre poco perchè forse lo sanno, che l’indomani mi sarei voluta buttare di sotto, 4 letti, 6 cuscini e l’elettricità con la carta. Le parole e le orecchie, le ginocchia e le mani, gli occhi e le risate. Due menù e tanta frutta, cazzo ce ne frega della frutta poi, un’oretta per due caffè normali, ok c’era anche l’acqua, però erano sempre due caffè. Le sigarette, ma guarda che non sei così male, avrei dovuto allenarti di più ma ho fumato poco. Il vento, la pioggia, una rotonda sul mare e una strada a metà. Le parole e le orecchie, le ginocchia e le mani, gli occhi e le risate. Un bel posto, con delle belle sedie, dei bei tavolini, una culla all’entrata e Battisti. Grazie tante e usciamo, due birre e un pacchetto di patatine. Non ti saluto perchè non so salutare. Devo ricordarmi di aggiungerlo alla lista perchè è una delle cose che so fare proprio peggio. Scappo e corro, sotto alle scale, penso all’uomo col sacco di grano addosso e i piedi scalzi. Penso che ero molto felice. Penso al giorno, a quel giorno incazzato, nervoso, scoglionato. E penso che tu l’hai reso un giorno da dieci. Tanto adesso lo sai che significa, quindi lo posso dire.

Grazie.

 

Ma so che la città, vuota mi sembrerà.

[Le strade piene. La folla intorno a me. Mi parla e ride. E nulla sa di te. Io vedo intorno a me, chi passa e va, ma so che la città vuota mi sembrerà.]

Ieri sera mi sono bruciata gli occhi con la stufa del bagno. La stufetta in bagno è un orgasmo epico nelle notti invernali, quando per spogliarti bestemmi tutti i santi. In questi giorni non avevo più acceso la stufetta per infilarmi il pigiama perchè le temperature primaverili erano piacevoli anche a corpo nudo. Invece ieri sera ho voluto accendere la stufa, e ho voluto piazzarmici davanti, fino a che, probabilmente esausta, si è spenta da sola. La pelle sulle spalle e sulle braccia si è arrossata. E lo stesso ha fatto la pelle sulle guance. Ho avvicinato la faccia a quel getto di calore e ho sentito gli occhi bruciare, allora li ho chiusi ma sono rimasta lì. Avevo freddo e quella leggera sensazione di scottatura sulla pelle mi pareva piuttosto piacevole. Tutti dovrebbero avere una stufetta in bagno. Ma anche in camera da letto. Ma anche in cucina. Anche in giardino o nello sgabuzzino. Tutti dovrebbero avere una stufetta che scaldi la pelle quando si sente freddo. Che bruci un pò e che ti tenga comunque attaccato a lei. Che ti faccia chiudere gli occhi perchè quel calore, quel calore è troppo da sopportare, e noi siamo così fragili.

Ho sempre cercato quell’angolo caldo, sulla sinistra del bagno, accanto allo specchio e di fronte alla doccia, quando avevo freddo.

E non aveva tutti i torti quel tale, che disse ad un altro tale: “Se hai bisogno di calore, allora datti fuoco”. Ecco. Si. La penso allo stesso modo.

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Ecco due esemplari di specie rarissima, evoluzione del più comune squalo bianco.

 

 

100 giorni di felicità un ce la fo proprio.

Ho notato che ultimamente nel mondo virtuale, sui social network in particolar modo, ma anche qua in effetti, sta spopolando un mood generale. C’è un virus che sta prendendo piede velocemente e brutalmente. Non sono molto informata ma vi dirò cosa ho capito. Il virus si chiama “100 giorni di felicità”. In pratica sarebbe una iniziativa che ci propone di trovare per 100 giorni di seguito (e dico 100 giorni di seguito!) un motivo diverso per essere felici. E, volendo, immortalare tale motivo con una fotografia, un’immagine, qualcosa così. Ma scusate, esiste davvero qualcuno che ha voglia di trovare un motivo per essere felice per 100 giorni di seguito? (e ridico 100 giorni di seguito!!). Cioè, che palle. Ma come si fa a voler essere felici per 100 giorni di seguito e trovare tipo ogni giorno una cosa a caso e banalissima come per esempio (cose che ho visto veramente): la tazza di thè; il giornale la mattina; la cura del corpo; il caffè; la pioggia dal vetro; guidare; le colline in fiore. E via dicendo. Dai, che palle. Come si fa ad apprezzare la felicità senza essere spesso tristi? La tristezza fa bene! Ok, non scendiamo a livelli di tristezza patologica e permanente perchè neanche quella fa bene. Ma ogni tanto si eh. Io voglio essere più spesso triste che felice, così la felicità avrà tutto un sapore particolare. E poi scusate, cosa succede dopo il centesimo giorno? E’ di nuovo permesso sentirsi giù? Si scoppia in un pianto disperato e liberatorio? Possiamo vestirci di nero e camminare a testa bassa con un cero in mano?

Io 100 giorni di felicità un ce la fo. Scusate. Ma lo faccio più per voi che per me, perchè alla fine i miei “motivi” quotidiani assomiglierebbero tutti a cose tipo questa:

o cose tipo questa:

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E alla fine ecco, vi annoierei.

 

La vaga idea di me.

“C’è una vaga idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione. In realtà non sono io, ma una pura entità, qualcosa di illusorio. Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo, e tu puoi anche stringermi la mano e sentire la mia pelle a contatto con la tua, e persino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono perfettamente comparabili, la verità è che io non sono lì.”

Chi ha visto e amato American Psycho, conoscerà sicuramente sia l’estratto, che il monologo qua sopra.

 C’è una vaga idea di me. E’ questa la verità. E vi dirò, mi va benissimo così. Camaleontica al massimo livello, mi trasformo proprio bene. Un pò secondo l’occorrenza. Un pò proprio involontariamente.

Una chimera, ecco. Sono una chimera.

Lo sono quando qualche amico mi guarda e mi dice: “Se mai avrò una ragazza un giorno, vorrei averla come te.” “Cioè come sono?” “Sei perfetta, sai perchè, perchè non rompi mai i coglioni. Non urli quando parli. Parli il necessario, non straparli. Non ti intrometti nelle discussioni. Ti va bene qualsiasi cosa senza fare i capricci. Dove stai, stai bene, in armonia con lo sfondo. Insomma, saresti la mia fidanzata perfetta!”.

Io sorrido e penso che quello che mi sta facendo non è proprio un complimento. Ma va bene così perchè è vero che sono anche questo. La perfetta statuina che qualche maschio vorrebbe, il soprammobile che non rompe i coglioni ma va bene per essere esibito, l’invidiabile femmina, per chi ha a che fare con femmine capricciose e chiaccherone. E’ bello pensare che non sanno, chi sono. Non sanno che sono tante altre nature. Che posso essere anche la femmina rompicoglioni che non hanno mai visto. Che posso chiedere senza dare mai. Che posso prendere senza restituire. Posso essere quello che voglio o quello di cui ho bisogno.

Sono una chimera, quando divento una persona cattiva o irresponsabile. Sono anche questo. So come colpire, dove colpire, come incassare i colpi e contrattaccare. So dire le cose giuste, nel posto giusto, al momento giusto, solo perchè divento cattiva.

Le nature di una persona sono tante, soprattutto le mie. Che convivono in un metro e settanta centimetri per 53 kg. Le sto conoscendo ma in 25 anni ancora, non credo di averle conosciute tutte. E questo mi rende vulnerabile.

O forse mi sbaglio.