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Serial killer.

Dopo varie digressioni sul tema del “Gli uomini mi scopano e poi scappano” da parte della mia amica, davanti a una birra chiara freschissima in una tiepida sera d’autunno:
“Vero ma invece te?”
“Invece io..cosa?” Non so mai cosa aspettarmi quando le domande me le fa questa mia amica in particolare, perchè le voglio bene, siamo cresciute insieme, ma dire che siamo due “tipi diversi” è un eufemismo. E non mi addentro sulla questione, anche perchè la parte di me che meno è sviluppata è la parte di lei che prevalica sul resto. E no, non sto parlando delle tette, anche se potrebbe benissimo sembrare.
“Come mai di te so sempre così poco, eppure siamo amiche. Dovresti raccontarmi tutto, anche..certe cose.”
“Certe cose cosa?”
“Voglio dire, hai qualcuno con cui fai ginnastica?! Odio questo tuo modo di dire le cose. Fai sembrare imbarazzanti cose semplicissime e banalissime cose imbarazzanti”
“Oh grazie, non sembrava un complimento”
“Invece voleva esserlo. Lo sai che io e te siamo come il bianco e il nero. Io se parlo di sesso dico sesso, non ginnastica, tu non sai dire semplicemente sesso?”
“Sesso.”
“Non adesso, intendevo in generale, scema.”
“Sesso in generale.” Eh si, siamo proprio diverse io e lei. Ma le voglio bene. Io sono quella che si siede nel posto meno in esposizione, lei gira il tavolo se non ha tutto sotto controllo. Io ho ordinato due birre e lei non riesce a finirne una. Io ho un paio di jeans e una maglietta e lei una camicia legata in vita con una gonna nera.
“Sai cosa dovresti fare?” Mi dice. “Dovresti fare come me.”
“Io non sono come te, eppure lo sai e questo discorso l’abbiamo fatto un sacco di volte. Io vado a letto solo con persone che mi piacciono più che a prima vista ma non perchè io sia Santa Maria Goretti e tu Satana, semplicemente perchè NON MI RIESCE.”
“Appunto, dovresti crearti una maschera. Come faccio io. La vedi? Questa è la mia maschera”
“Io vedo solo la tua faccia”
“Perchè tu mi conosci e con te non porto nessuna maschera. Ma in generale, quando voglio, io tiro fuori a mia maschera, che mi sono creata da sola e mi sento una bomba. Spacco il mondo con la mia maschera. Sembro quella che voglio far credere che io sia e ci credono. Infatti riesco sempre ad avere quello che voglio.”
“Si ma poi vieni a bere una birra con me perchè sei depressa, perchè tu non sei così, perchè poi scappano sempre anche quando tu ci tieni davvero, perchè a loro interessava la maschera e non tu”
“Lo so…ma tu dovresti..non lo so, dovresti provarci a crearti una maschera, a volte fa bene”
“Eh. Il problema mio è che proprio non mi riesce uscire fuori da me. Non riesco a soffocarmi. Non riesco a essere diversa per piacere alla gente. Io sono così. Così, capisci? E non riesco a fare ginnastica con qualcuno che non mi piace al di là dell’aspetto fisico. Ok certo mi è capitato..ma mi è piaciuto? Non proprio.”
Lei mi guarda sorridendo e mi dice “Lo hai detto di nuovo. Ginnastica. Hai ragione, dovrebbero apprezzarti per quello che sei senza maschere. Ma mi sarebbe piaciuto esserci quando ti sei vista con…coso là. Avrei voluto spiarti e guardare tutte le tue espressioni e tutte le tue e sentire tutte le tue risate forzate e le tue frasi sconnesse.”
“Bè si. Non è stata una bella uscita. Cioè, entrata. Cioè, non siamo neanche usciti! Eravamo a casa sua!”
L’ “uscita” con “coso”:
Era un afoso primo pomeriggio d’Agosto e il caldo si sentiva potente, nonostante all’orizzonte il cielo minacciasse tempesta improvvisa. Stavo mangiando un piatto di trofie al pesto quando mi arriva un messaggio da “coso”. Coso mi piaceva, insomma, mi ingrifava un sacco e mi faceva venir voglia di fare ginnastica. Non era bello, neanche simpatico, anzi era essenzialmente la classica sabbia nelle mutande a dirla tutta ma per qualche inspiegabile motivo volevo fare ginnastica con lui. C’erano stati qualche bacio alcolico e qualche frase ambigua qua e là e qualche carezza a caso sulle cosce da seduti, ma niente più. Niente discorsi di qualità, niente parole superflue o scambio di messaggi o chiamate o robe così. Comunque mi arriva questo messaggio di Coso con scritto tipo “Ehi, è il mio giorno libero, vuoi passare a casa mia per un caffè alle 2 e mezzo? Sono solo”. A me sembrava piuttosto esplicito come messaggio, no? In preda ad un attacco di fibrillazione atriale guardo l’orologio e mi rendo conto che alle 2 e mezzo mancava solo mezz’ora e io dovevo rendermi presentabile e prepararmi per la ginnastica, quindi depilarmi, farmi una doccia, cambiarmie magari truccarmi un pò ma non troppo, come mi aveva consigliato la mia migliore amica: “Deve sembrare che sei uscita di casa così per andare a fare la spesa”. Ok, opto per i jeans, visto il cielo tenebroso e una camicina a fiori, come piacciono tanto a me. Esco e vado. Parcheggio col telefono in mano e stavo già sudando perchè nel frattempo il sole aveva avuto la meglio sui nuvoloni neri e faceva caldo. Molto caldo. E io avevo i jeans. La prima cosa che mi ha fatto imbestialire fu che mi arrivò un messaggio da Coso subito dopo aver parcheggiato con scritto “Facciamo alle 3”. E io avevo parcheggiato proprio davanti a casa sua, quindi per non farmi notare e non fare la figura dell’impaziente deficiente che era arrivata puntuale mi sono nascosta. Sono rimasta nascosta per mezz’ora, col sudore che si faceva largo sulla mia fronte. Alla fine alle 3 e 05 (perchè a quel punto ho finto di essere arrivata in ritardo) mi apre la porta di casa sua. Casa sua è molto bella ma riesco a vederla per poco perchè subito dopo essere entrata mi butta quasi a terra il suo Dobermann bellissimo che comincia ad abbaiarmi contro. A quel punto il mio nervosismo era già a livelli altissimi. Dopo i vari saluti e il caffè ricordo poche cose essenziali: lui che mi chiede se pensassi di andare a scalare una montagna con i jeans e la camicina a fiori, subito dopo lui che mi chiede se allora la camicina l’avevo rubata strappando le tende di mia nonna, il suo tentativo di omicidio soffocandomi con un cuscino di piume d’oca, il suo tentativo di suicidio facendomi il solletico pensando così di potermi toccare tette e culo, la sua esclamazione “Oddio, mi hanno messo già un like, l’ho appena postato questo video, vuoi vederlo?”, il suo accusarmi di essere una brutta persona per averlo baciato mentre ero ubriaca (e a questo ho ribattuto con un “E tu allora cosa sei, che mi hai baciata mentre ero ubriaca?”), il suo “Ehi, però alle 4 e mezza devi andare perchè tornano i miei” alle 4 e il mio “Oh bene, tanto me ne vado subito, grazie per il caffè, era buono”. Prima di uscire sono stata assalita di nuovo dal suo bellissimo cane. E quindi niente ginnastica. Mi rimaneva proprio difficile. Proprio no, ciao grazie, torna pure, anzi meglio di no.]

“Certo che Vero, quello era proprio un cretino, in questi casi ti do ragione”
“Sappiamo tutte e due che tu ci avresti fatto ginnastica comunque”
“Bè può darsi. Ma tu sei diversa. Tu se piaci, piaci davvero”
“mmmmmmm. Raramente.”
“Già, è vero. Tu non piaci, a te o ti si ama o ti si odia. E tu devi lasciarti amare. Ecco cosa devi fare!! Devi lasciarti amare. L’importante è che non fai lo sguardo da serial killer, come sei solita avere.”
Le voglio bene.
Ma serial killer no dai. Tze, io? Posso schiantarli tutti a terra, col mio sguardo sexy.
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Saudade.

Spesso ripenso con nostalgia a loro. Cioè a noi. Se c’è qualcosa che somiglia alla Saudade brasiliana probabilmente quella cosa si avvicina molto a quello che provo quando penso a loro. Cioè a noi. Mi mancano un sacco, quei cazzutissimi personaggi. È buffo e tragico che le stesse persone che sono state la tua famiglia per diversi anni adesso siano disperse in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Senza sapere quasi niente gli uni degli altri. A dividere la propria vita con altre persone. A diventare qualcun altro. A diventare la famiglia di qualcun altro. Mi mancano quei dementi patentati.
Eravamo una bella e colorata famiglia. Al numero 12 di via S. Pietro, primo piano. Ricordo di aver girato in lungo e in largo persa nella disperazione di una che si era appena resa conto di essersi buttata fuori di casa da sola. E poi mi hanno aperto la porta loro, quelle simpatiche e inquietanti canaglie ed è stato amore a prima vista. Al primo caffè offerto spontaneamente senza neanche sapere come mi chiamavo. Al primo bicchiere di mirto subito dopo aver ascoltato la mia storia. Al secondo bicchiere di mirto. E al terzo. E poi bum, due giorni dopo spostavo le mie valigie in quella casa fantastica, mi sistemavo in camera mia e mi infilavo un pigiama rosa con gli ippopotami perché era diventata casa.
Mi manca Ian, il sardo. Con lui ci capimmo subito, dall’istante in cui lo chiamai in preda al panico perché non avevo ancora le mie chiavi e non sapevo come entrare in casa e lui abbandonò il suo aperitivo per attraversare la città e venirmi ad aprire la porta. Più avanti scoprii che quella fu proprio una botta di culo perché 9 volte su 10 il telefono di Ian era irraggiungibile oppure non rispondeva. Ciò non toglie che ci capimmo subito. Lui era quello che mi piombava in camera per chiedermi come si chiamava la canzone che stavo ascoltando a tutto volume e che poi sentivo partire dalla sua stanza, quello che c’era sempre per portarti fuori a bere una birra se ne avevi bisogno anche ad ore in cui non esce nessuno a bere una birra, quello che ciò che è mio è tuo, quello col materasso per terra, che organizzava partite di calcetto in corridoio, che ogni pasto era una festa, quello che “fa freddo quindi fumiamo dentro, ma tranquilli lasciamo la porta aperta”, quello del trench nero da gran stiloso ma che io vedevo troppo spesso col pigiama a quadrettoni. E mi manca Silvia, la nordica. Di Silvia è impossibile non innamorarsi. Di fatti andò proprio così, me ne innamorai subito, dal momento in cui mi disse che “sai, anche a me dà fastidio il contatto se non c’è quella certa confidenza che ne giustifica l’improvviso e apparentemente ingiustificato esplicamento fisico”. Lei era quella che parlava quando nessuno aveva voglia di parlare, poteva parlare per ore senza dire mai qualcosa di banale o noioso. O scorretto grammaticalmente. Era quella che ti citava l’Alfieri come se fosse Fedez o Ligabue, era quella che ti chiedeva come va tutti i giorni, che ti lasciava post it attaccati allo specchio prima di un esame o semplicemente per dirti che ti vuole bene, che non sa truccarsi e ti chiedeva di farlo al posto suo, che sa bene quale sia la via di mezzo e anche quali sono quelle estremamente ai margini. E mi manca Melly, la sicula. È stata lei ad aprirmi la porta ed anche ad insegnarmi tutto quello che avrei dovuto sapere sulla sopravvivenza. Non avrei mai creduto di dirlo ma mi manca la sua vocina da pupazzo quando voleva dirci qualcosa di estremamente importante o di estremamente imbarazzante. Mi mancano i suoi piedi nudi fuori dalla coperta, la sua faccia inquisitoria sul divano del salone quando mi faceva il terzo grado sulla sera precedente, i suoi abbracci tanto inopportuni quanto rassicuranti. Lei era quella che c’era sempre, qualsiasi cosa accada, quella su cui puoi contare, quella un po’ rompicoglioni ma quanto basta, mai troppo, quella che russava quando mangiava in abbondanza, quella che quando si ubriacava diventava una furia, quella con la vestaglia fucsia e gli occhiali. Che muffin che faceva Melly, ragazzi non vi potete immaginare, che cuoca. E mi manca Antonio, il ligure. Quel ragazzino ti faceva sorridere solo a guardarlo. Appariva in salone e ti chiedeva” che c’è in tv?” con aria disinteressata e poi pure se c’era “Chi vuol esser milionario?”, si sovragitava, si impersonificava, sbraitava contro la tv, ti chiedeva di alzarti in piedi con lui per ribellarsi al sistema e poi ti fotteva uno yogurt dal frigo. Mi manca entrare in camera sua e trovarlo intento a cercare di capire come funziona Chatroulette per poi ritrovarsi in due a prendere per il culo tutti i disgraziati che capitavano sulla nostra linea. E le feste e i compleanni e le Pasquette e il caldo, e gridare dalla finestra “Via dalla mia via”, e ballare “Andavo a 100 all’ora” in pigiama, la mia riserva di vodka e quella di caffè di Ian, i poster e il nostro piccolo orto, l’albero di Natale e il pianerottolo e spingere il portone e dare un nome a una casa, e i film commentati e doppiati quando non funzionava il telecomando e c’era il fisso su Muto.
Mi mancate stronzetti, ovunque voi siate.

Per esempio a me piace parlare.

Se potessi per esempio, risentire tra le labbra quel sapore fresco di cocomero vero, rosso, come c’era una volta, che facevo a gara a chi ne mangiava di più, attorno a quel tavolino tondo, con il succo zuccherino che mi colava lungo i bordi della bocca, proseguiva sotto al mento e alla mandibola, seguiva le linee del collo e si infrangeva sull’orlo della maglietta.
Se lo potessi risentire, ti direi con certezza che era il cocomero più buono del mondo, ma tu non lo sapresti mai e dovresti darmi fiducia, credermi sulla parola. Io che con le parole non ci ho mai saputo fare davvero, in realtà per me è tutta questione di tempi e di ritmo. Chi sa ballare sa anche farci per finta con le parole. Ma almeno non mentirei mai, nemmeno se tu fossi un agente dell’Interpol e io un narcotrafficante portoghese in fuga.
Quindi, ecco cosaprobabilmentedovreicambiaredellamiavitaecheprobabilmentenoncambieròmasperodisi:
– Dovrei smettere di affezionarmi velocemente alle persone. Ma che dico alle persone, sarebbe già qualcosa se riuscissi a smettere di affezionarmi alle cose. Tipo le penne o i quaderni o le pantofole o i tappetini della macchina o i tergicristalli (ehi ehi ehi è ora di cambiarli Veronica!).
– Dovrei smettere di avere questa paura fottuta della vita. E delle malattie. E del mio futuro. E degli altri.
– Dovrei dare fiducia alle persone, sorridere e smettere di sentirmi un pesce fuor d’acqua, dovrei sentirmi un pesce nell’acqua.
– Dovrei lasciare andare un pò il mio nido. E con nido comprendo tutti quelli che ne fanno parte, anche le mie gatte.
– Dovrei credere in me stessa e tirare fuori un po di palle.
– Dovrei mangiare più verdura e fare più attività fisica.
– Dovrei ricominciare con la pallavolo, ogni tanto, per darci dentro e sfogarmi. Fosse una squadra mista potrei approfittarne per toccare culi maschili senza sentirmi in imbarazzo.
– Dovrei smettere di amare il prossimo più di me stessa.
– Dovrei imparare davvero a cucinare, ma per bene intendo, non quelle cose da una o al massimo due stelline di difficoltà sulla ricetta.
– Dovrei trovare qualsiasi lavoro retribuito che mi permetta di avere una casa in cui vivere da sola. O al massimo con altri tre coinquilini. Sia maschi che femmine. E ci dovrà essere un divano di pelle nera.
– Dovrei rifarmi meglio il letto la mattina, tirare le lenzuola alla perfezione.
– Dovrei imparare a cucire.
-Dovrei dire alla mia amica che non mi interessa quanti uomini si farà tanto poi si accorgono tutti che ha un neurone solo.
– Dovrei imparare a suonare la chitarra: avvicina, unisce, affascina, diverte.
– Dovrei abbracciare più spesso mia nonna, perché è la persona più dolce che conosco. E anche mia zia, perché fa il caffè e il tiramisù più buoni del mondo, come lei.
– Dovrei smettere di mettermi in punta di piedi quando bacio qualcuno, è infantile.
– Dovrei fare un vero corso di fotografia. E anche un corso per barman. Si dice barwoman?
– Dovrei fregarmene dei giudizi o delle parole degli altri e invece mi fanno sempre male.

Per adesso direi che può bastare, anche io dovrei cambiare molte cose, non credi?
E se c’è qualcuno che non ne ha nessuna bè, sti gran cazzi.

Ricordati di non dimenticare.

Niente di sincero tranne che lo sclop sclop sclop.
Quel rumore familiare.
Ecco cosa c’è di vero in mezzo a questa merda e in mezzo a questo fango. Lo sclop sclop sclop.
Quando si perde la via di mezzo e si sbanda a destra e a sinistra. Riprendi il ritmo con lo sclop sclop sclop.
E ti pare di sentirlo, anche in posti assurdi come il cesso di una focacceria. Così alzi la testa e pensi: “oddio. Era proprio lui, lo sclop sclop sclop. Me lo ricordavo esattamente così.”
Provi ad inventartelo in testa e negli orecchi anche quando sei distesa su un fianco con una canottiera bianca troppo grande e un fiore viola in testa.
Vorresti il tuo sclop sclop sclop sincero.
Ché quello che di più sincero possa esistere in mezzo al nulla della nostra esistenza, in mezzo al putrido perbenismo, in mezzo alla falsa e eretica superficialità dell’amore.
Ci rimane solo quel rumore. Sclop sclop sclop.

Conversazioni ordinarie.

” Perché alla fine non sei uscito ieri?”
“Perché volevo andare a letto presto. Cosa che non è comunque successa”
“Per colpa nostra?”
“No No, ero già sveglio quando siete tornate..”
“E perché eri sveglio?”
“Perché ho conosciuto una donna. Una donna che mi ha fatto perdere la testa. E non va bene.”

Ecco cosa fa l’amore , le farfalle nello stomaco e cazzate annesse. Ti rincitrullolisce.