Monthly Archives: August 2014

E siamo tutti un pò malati, ma siamo anche un pò dottori.

Ci vuole un fisico bestiale_Luca Carboni

L’estate mi piace perché è la stagione del tutto è concesso. D’estate la gente si trasforma e non solo fisicamente con abbronzatura, capelli chiari e secchi ed eritemi cutanei. Sembra che l’estate debba essere vissuta al massimo della trasgressione e della spericolatezza, come se poi, l’anno prossimo non tornasse più.  Questa cosa mi affascina. Per me rappresenta solo una buona scusa per fare quello che mi va, come mi va. Senza regole né orari né destinazioni prefissate.

wpid-cymera_20140726_015241.jpg

E così ti svegli una mattina alle 4 con due occhi assonnati che non dicono nulla e non sanno nulla. Che hanno solo voglia di incrociare altre 5 paia di occhi assonnati tanto quanto i tuoi, per parlarci stando zitti. Così succede che si parte, che si infila in macchina quanti più borsoni possibili, che sia un’impresa trovare un distributore di GPL aperto. Non c’è neanche un posto per fare colazione ma chissenefrega se lo stomaco brontola,  io ho fame di altro. Ho fame di vite, di gente, di luoghi, di odori e colori. Si viaggia senza sapere bene che strada fare ed ogni ora ci si ferma ad ammirare questi posti. Si ritarderà sulla tabella di marcia ma ne vale la pena. Ne vale davvero la pena. Se si viaggia senza conoscere si scoprono cose che non avresti mai scoperto con un programma bello preciso e chiaro. Così finisce che in 6, si diventa un paese, una città,  una camera d’albergo per 4 che  i basta, un gommone abusivo e pericolo crollo frane, acque trasparenti e pesci gialli, cadute sugli scogli e ferite aperte, un tavolino con due brocche di vino e pescatori che cucinano per te per poi fermarsi a mangiare insieme, posti colorati di colori mai visti. Ed abbiamo condiviso. Condiviso e insieme vissuto. Così sapremo che nei nostri occhi saranno impresse le stesse immagini. Finché riusciremo a ricordare. E se qualcuno non ricorderà, ci sarà qualcun altro che potrà rimediare.

wpid-img_34451156585695.jpeg

 

wpid-img-20140812-wa0009-1-1.jpg

 

wpid-img_34431153594974.jpeg

 

In realtà non si torna mai indietro, qualcosa di noi rimane anche in quei luoghi e in quelle persone e qualcosa di loro rimane con noi. Non si torna mai ma a guardarsi intorno potrebbe sembrare di si e la voglia di ripartire è selvaggia e prepotente,  che alla fine è Estate, tutto è concesso e qualche altra zingarata non può che rendere l’ Estate ancora più vera. Così si fa una valigia improvvisata, un biglietto del treno e si parte ancora. Con orari inesistenti,  poca roba sullo stomaco, tante luci e poco giorno, tanto mare e poca ombra, tanto vento e poche vele. È così bello che sembra stancante, e lo è per davvero, bello e stancante. Che alle volte ti svegli e ti chiedi se ce la fai a metterti in piedi e magari a parlare. Ma va bene così,  perché d’Estate non è necessario neanche quello. È necessaria invece una chitarra, una bottiglia di vino bianco, una spiaggia e un cielo forato di stelle, che piano piano si fanno più rade quando cominciava sorgere il sole e tu hai ancora addosso le scarpe della sera prima. 

wpid-img_34542823638919.jpeg

 

wpid-img_34511450347902-1.jpg

Scopri in certe sere che le parole non valgono un cazzo, che il corpo fa tutto da solo ma che a volte non lo fa proprio bene, e scopri che non ti piace la maggior parte delle persone, che chiamerai gente e che tu probabilmente non piaci a loro,  ma tanto meglio. C’è roba più interessante la fuori. 

Così decidi che tra restare e partire, è sempre meglio partire. Almeno per ora, almeno per me. Quindi riparti. E stavolta per quel posto là,  che ti piace tanto e che ti sembra di stare esattamente dove vorresti essere. Un po più in là. 

wpid-cymera_20140721_144612.jpg

 

wpid-cymera_20140721_220142.jpg

 

Tutto torna. Ma non indietro.

So che non sarà per tutta la vita come adesso. Ti chiederò di abbassare il volume dello stereo perché sto lavorando e tu lo alzerai di una tacca a ogni mio “per favore”. Mi piacerà quando ti preoccupi e mi piacerà farti preoccupare per avere conferme. Userai una mia confidenza per ferirmi, mi pentirò di avertela fatta e ti odierò perché mi conosci. Quando mi accorgerò di aver sbagliato ti sarò più vicino: sarà il mio modo di chiedere scusa.
Se mai avremo una figlia che ci sveglierà in piena notte convinta che “ci sono i mostri”, io continuerò a dormire, tu chiederai “dove?”. Di una tragedia farai una sciocchezza, di una sciocchezza una tragedia, faremo il gioco dell’abbandono senza saperlo fare, con valigie semivuote, tre mutande una maglietta e la minaccia di non tornare più indietro: più faremo i forti più saremo deboli. So che non rilaverai l’insalata che al supermercato ti vendono come lavata, e che resterai nella vasca da bagno finché i polpastrelli non ti si arricciano. So che non sarà per tutta la vita come adesso. Ma so che se adesso non ti chiedo di sposarmi passerò tutta la vita a immaginare come sarebbe stato. Indietro non è più possibile.
Tutto torna.

Comunque ho 26 anni e credo di avere un problema con i rapporti interpersonali.

Something_The Beatles

Questa canzone per esempio mi fa sempre quella cosa dentro. Quel movimento di stomaco che, mamma mia, vorrei fosse così per tutto. E’ una di quelle canzoni che vorrei sentire un ragazzo dire “Ehi, ascolta. E’ per te. E’ per noi. E vorrei che la ballassimo, adesso, insieme”. Io mi innamorerei all’istante.

Ok, ultimamente sono un pò fissata con questa storia del ballare, ma è perchè tutti i nodi prima o poi vengono al pettine. E io col romanticismo ci ho sempre fatto a botte. Ma come per ogni buon amante che si rispetti ci sono legata in maniera indissolubile. Solo che, quale è il problema. Gli uomini che cerco e che mi cercano di romantico hanno ben poco. E ecco, è una parte dei rapporti che un pò mi è mancata e mi manca. Sentirmi al massimo. Sentirmi stretta. Sentirmi bella. Sentirmi boh. Non so neanche come ci si sente.

Comunque ho 26 anni e credo di avere un problema con i rapporti interpersonali. Credo di non rientrare propriamente nei canoni di “normalità” e neanche nei canoni del “me la faccio andare bene”. Credo di essere una persona strana. Ho sempre avuto una bassa autostima e grossi picchi di insicurezza, soprattutto in presenza di persone che non mi conoscono o che potenzialmente potrebbero avere più cose da dire di me. Sono convinta di rimanere sul cazzo alle persone. Sono convinta che mi guardino con la testa leggermente piegata verso destra socchiudendo gli occhi come a dire “Cosa-esser-tu?” per poi spostare la loro attenzione su elementi circostanti meno impegnativi e più gestibili. Più familiari. Ultimamente ho avuto l’occasione di scambiare più di due chiacchiere con degli sconosciuti e non è andata bene. E’ diverso tempo che non interagisco con degli sconosciuti in modo ravvicinato e senza stare attenta a cosa posso o non posso dire o a cosa posso o non posso fare.

Nel primo caso (che ricordo), il setting era un localino all’aperto alle porte di Firenze, dove rifilavano cocktail poco alcolici e dove passavano musica di merda, con un vocalist che urlava “yeah, oh yeah, dai noi, su le mani” e cagate del genere. Io stavo isolata da una parte, vicino alla ringhiera della terrazza per prendere aria, che la gente sudava e puzzava come se non ci fosse un domani, e mi giravo una sigaretta. Ad un certo punto si avvicina questo tale, che vi dirò, non era neanche brutto, e comincia a tentare un approccio. Dopo circa 10 minuti che stavamo chiacchierando e che a dir la verità io mi stavo pure divertendo, già gli rimanevo sulle palle. E lui rimaneva un pò sulle palle a me. Il problema mio è che non so mentire. Quindi quando mi ha chiesto “Verresti qua dietro a sedere con me invece che stare qua in piedi in mezzo alla folla?” io gli ho risposto “No”. Quando mi ha detto “A me i gay mi stanno sul cazzo, ma li rispetto” io gli ho detto “A me stanno sul cazzo gli omofobi e non credo neanche di riuscire a rispettarli”. E via dicendo. Credo inoltre che un altro mio problema sia parlare di cose che per la maggior parte delle persone non sono utili “ai fini della conversazione e della conoscenza” e che per la maggior parte delle persone mi fanno apparire come una “fuori di testa”. Ma cosa c’è di più bello del parlare di cose poco abitudinarie? Di cose poco pensabili? Di cose che nessuno direbbe mai ma che a te invece piace parlarne? Boh, non capisco.

L’altra sera mi è capitato di uscire con un musicista abbastanza famoso. Il chitarrista di una band che gira un pò per tutta Italia. L’avevo conosciuto a un loro concerto e sono sincera, quel suo modo di suonare alla grande mi ingrifava non poco. Quindi quando senza tanti giri di parole mi ha invitata a uscire ho accettato senza altrettanti giri di parole. Mi aveva vista a prendere la birra al bancone, avevo una giacca color corallo quindi era difficile non notarmi in mezzo alle persone. In ogni caso, è andata male. Credevo che sarei andata incontro a problemi di comunicazione, dovuti al mio non poco evidente imbarazzo che mi caratterizza. Invece ho dovuto reggere una conversazione che altrimenti sarebbe affogata in fondo ai nostri boccali di birra chiara. Credo fermamente nei difetti delle persone. Credo nella loro ricchezza, nel fatto che siano proprio le crepe, dentro a una persona a renderla speciale. E’ per questo che i “maestrini” non mi sono mai piaciuti. Credo anche fermamente nelle mie passioni, la musica, il cinema e l’arte in generale. Che ripeto, sono passioni, passioni non lavoro. Passioni non istruzione. Passione e ignoranza. Mi piace condividere, mi piace scambiare opinioni, mi piace imparare e spiegare, mi piacciono le espressioni di due che parlano della stessa cosa in termini diversi. Quindi avere davanti una persona che mi fa sentire una stupida se non so il titolo di un album, o che mi chiede in continuazione di spiegare più nello specifico cosa intendo con questo o quell’altro tipo di musica col sorriso di uno che mi sta prendendo per il culo, è una cosa che in generale mi irrita non poco. Divento stronza. Stronza e cattiva. E per quanto bello e dannato tu possa essere, e per quanto tu sappia muovere bene quelle dita sulla chitarra, non mi ingriferai più. Non riuscirai più a portarmi a letto, carissimo il mio saputello. Soprattutto se quando tento di spostare la conversazione sul cinema, credendo in qualche modo di farti abbassare quella cresta da galletto che c’hai sulla testa, tu mi rispondi “anche io sono fissato col cinema, soprattutto con i Fantasy”. Mi passa la poesia. Mi passa proprio la poesia. Allora quando il discorso devia sugli Horror, tu con aria impertinente mi chiede “Visto che ti piacciono gli Horror, dimmi quali sono i due horror per eccellenza”. E io gli rispondo “Non so se posso sceglierne due..”. “Eh no, sono due. Due e basta. Se non li sai vuol dire che non li hai visti!”

“Scusa e questi DUE horror per eccellenza chi li ha scelti? Cioè, su quale legge scritta che io non ho letto sono indicati? Così per capire eh..”

“Lo dico io.”

“ah, ecco. Allora ti dirò a quali sono più affezionata. Sicuramente IT.”

“E uno l’hai preso..”

“Mmm. E poi…ce ne sono talmente tanti..Psyco?” “No.” “La Cosa?” “No.” “Profondo Rosso?” “NO. NON L’HAI VISTO ALLORA!” “Ma boh, dirne uno solo così è difficile..SHINING?” “Brava! Quello è un capolavoro!”

Si sono d’accordo. E’ un capolavoro. Ma brutta testa di cazzo, secondo te non l’ho visto Shining?! In quel momento avrei tanto voluto che si strozzasse con la piadina, che IO ho pagato. Perchè sono una signora. E anche se ho lo smalto arancione, una minigonna e rido spesso, non vuol dire che io debba essere trattata da demente. Non vuol dire che io non possa aver visto per almeno 5 volte Shining, e tutta la filmografia di Kubrick. Non vuol dire che io non possa ascoltare gli AC/DC o i Doors. Non vuol dire che tu sei più ganzo e io sono una stronza. Non vuol dire che puoi portarmi a letto solo perchè sei un figo a suonare la chitarra.

Quindi, ciao e grazie, rimango volentieri la sociopatica-antipatica-stronza che sono. E poi non chiedetemi perchè rimango sulle palle alle persone. Sono le persone che rimangono sulle palle a me e non riesco a fare finta di nulla.

“Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba stupenda e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io penso a quella vecchia barzelletta, sapete, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina. E il dottore gli dice: Perché non lo interna? E quello risponde: E poi a me le uova chi me le fa?. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo /donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.”

[Io e Annie_Woody Allen]

pizap.com14073283240741

Bisognerebbe cominciare ad amarsi, prima di consumarsi.

L’altro giorno pensavo al mare. Al mare della Calabria in particolare. Dio, come è bello il mare della Calabria. Ho pensato a quello che non dovevo pensare, ho pensato a te. Al monolocale soppalcato. 20 metri quadri di sudore, sapore di sale e vino. E musica. Quanta musica in quei vicoli di ciottoli,  musica che rimbalzava tra i muri delle chiese e delle case e rimbombava dentro al cortile interno senza neanche una luce, se non quella di casa nostra. Cercare un posto allo stendino,  costruirne uno con due tavole di legno e attaccarlo al soffitto. “Così il telo viola sembrerà una tenda da lassù” ti dissi io, con le braccia stanche. Un baule per terra con su la nostra piccola Tv. Non avevo dubbi, che tu l’avresti fatta funzionare. Anche se sembrava impossibile. E mi guardasti con quel sorriso soddisfatto di un soldato che torna vivo e vincitore dalla guerra e dicendomi “Adesso facciamo partire un pò di musica” mi baciasti esaltato. Quella doccia strana e i nostri asciugamani, che poi era sempre uno solo, perché non avevamo più niente da nascondere e tutto da dividere. Come uscisti dalla doccia col tuo accappatoio blu scuro leggero, bagnato e tremante come una foglia e mi dicesti “Ho fatto la doccia gelata, non abbiamo l’acqua calda”. E tutte le volte che mi abbattevo,  tu trovavi una soluzione. A costo di farmi fare la doccia quando le tubature erano ancora calde e tu sempre per secondo. I km per la spesa più economica, la “spesa grossa”, come si dice. E io quella volta con 4 buste pensati in mano e 2 bottiglie di vino nello zaino pensavo davvero di non farcela. Ero arrabbiata. Ma poi ti guardavo davanti a me, portare la cassa dell’acqua sulle spalle, altre buste pesanti e altro vino nello zaino e sorridevo ammirando cosa eravamo capaci di fare. E mi facevi ridere quando mi incitavi come il capitano di un duro campo di addestramento “Su quelle chiappe,  su quelle ginocchia, non siamo mica qui a pettinar le bambole! Culo stretto e via, via via! Forza soldato, devo dire a tua mamma della figuraccia che stai facendo?”. E io ridevo, ridevo, ridevo e mi sentivo invincibile. Quando comprasti tutto quel pesce alla pescheria solo per farmi avere una cena romantica e io ti guardavo ai fornelli, appoggiata col gomito sul tavolo e gli occhi di chi ha bevuto e fumato già troppo per l’ora che era. Ma per noi era così che funzionava. Era la nostra vita. E mi piaceva. Mi piaceva uscire dal bagno,  salire le scale di legno, inciampare categoricamente sempre sullo stesso scalino, sentirti ridere disteso sul bordo del letto e vederti allargare le braccia per farmici cadere dentro. E mi piaceva guardare la tv,  messa per terra, accanto alle scarpe, con la testa dalla parte dei piedi e i piedi sul cuscino, prepararti l’aperitivo con la birra e le patatine,  il nostro, il classico, una garanzia mentre si fumava abbracciati e tu stavi attento a me. E quando tiravamo le tende bianche, che facevamo finta che non ci vedevano e i turisti che passavano là sotto ci guardavano con gli occhi grandi e spalancati, quando passavamo nudi per casa. Eravamo noi. Io e te. Tu ed io. Che facevamo 111 scalini di cemento, solo per vedere quel mare, il mare della Calabria. Ci fermavamo là sotto e non c’era bisogno di dirsi niente, perché avevamo già tutto. E allora l’altro giorno ho pensato che è stata l’ultima volta che abbiamo visto il mare insieme.  Che abbiamo guardato il sole tramontare nel mare insieme. E ho pensato che non succederà più.  Ma che comunque sia, se guarderò il mare, sarà lo stesso mare che guarderai anche tu.