Monthly Archives: March 2015

Ma tu lo ascolti l’oroscopo alla radio?

Le luci soffuse di questo locale non rendono giustizia alle linee del tuo volto. Alle ombre che formano i tuoi zigomi disegnati, le tue arcate sopraccigliari ponti invisibili tra due mondi di oceani sommersi, di abissi profondi, profondi e neri. Neri come i tuoi occhi, che all’inizio ci metto sempre un pò a guardare dritti, che abbasso lo sguardo e penso alla mia fronte e alle mie cicatrici. Che ti parlo guardandomi intorno, che poi finisce che mi accorgo di tutto e non mi accorgo di niente, come quando mi sono spaventata perché un pitbull mi ha annusato la mano, mentre gesticolavo con le mani tentando di spiegarti perché mi trovavo lì con te. Queste luci non ti rendono giustizia e facciamo finta di niente mentre ordinò due birre e scelgo io per te, che a te i menù ti mandano sempre un pò in bambola. Chissà perché poi, sei così bravo a scegliere per te. Tranne che io, hai scelto me e questa volta non so se hai fatto bene. Ma mi interrompi scuotendo la testa, mi sembra di parlare più di quanto non abbia mai fatto ancora con te. Di solito tu parli e io ascolto, e questo già è un miracolo che neanche Lucio Dalla saprebbe suonare. Ok, forse lo saprebbe fare. Tu scuoti la testa e cerchi di dire qualcosa, ma io ti ripeto ferma e decisa che “no. Ancora non puoi parlare. Devo finire”. Alla fine ho finito davvero e credo di aver detto la stessa cosa in cerchio come gli indiani per un quarto d’ora buono.
“Io voglio stare con te. Ma ti farò male, tu mi urlerai che sono una testa di cazzo, succederà e succederà di nuovo e non so se tu riuscirai ad accettarmi. Funziona così con me, le persone si allontanano. Lo farai anche tu”
“Non prendere decisioni al mio posto. Sono io che decido se sono contenta. Che decido se vale la pena. Adesso devi solo rispondermi, ho bisogno di sentirmelo dire. Capisci? Ne ho bisogno.”
“Si per me ne vali la pena.”
“Non deve essere per forza per sempre adesso. Adesso è solo adesso.”
“Non mi sopporterai”
“Vorrà dire che ti manderò a fanculo.”
“Io non mi sopporterei se stessi con me”
Per un attimo mi fermo a pensare a quello che hai detto, come se stessimo insieme davvero, come se fossimo un verbo al plurale. E mi chiedo se è così davvero, ma a te non lo chiedo perché non voglio saperlo e quindi ti rispondo decisa e spavalda.
“Io mi innamorerei follemente di me”
“Come hai detto?”
“Che mi innamorerei di me.”
“Ah” e forse lo dici con un Po di delusione, che un Po mi fa piacere e un Po mi spaventa.
“Magari non mi sopporterai tu”
“Magari”

Sto tremando come una foglia, come tutte le foglie che possono tremare tutte insieme e che fanno casino. Sto tremando e faccio strani versi con la voce. Un vizio del cazzo che ho da sempre, quando tremo, come se poi cambiasse qualcosa. Divento un soprano e tu ridi. Come se non fossimo mai stati in quel posto, a quel tavolino, accanto a un cesso senza carta e senza maniglia alla porta.
Mi infilo la cintura che ancora sto gorgheggiando e tu mi dici “vieni qua”. C’è un tempo infinito tra un esortazione e l’esplicazione di essa, un tempo che si materializza in uno spazio vuoto, creato dalla cintura di sicurezza. Non la sgancio ma mi aggrappo, come se non aspettassi altro. Faccio partire la macchina e tu parli. Sembri tornato su questo pianeta, ma a me parevi bello anche sull’altro ad essere sincera. Tu parli e io scrivo, che poi si dice che si scrive quando non si sa parlare e i miei quarti d’ora di soliloqui fraintendibili penso che sono la prova. Ecco perché quando mi dici che io dico la verità poi penso che chissà che verità Hai sentito dire tu, non hai mai letto niente di mio. E se scrivo perché non so parlare è per poter dire cose come queste, che guardando i tuoi occhi neri io non saprei dire mai.
“5 minuti dai”
“Ok. 5 minuti”

“Spero di non farti incazzare troppo” e parli come se ci fosse un futuro per noi. C’è? Perché mi parli così? Perché alimenti in me speranze che forse, puntualmente, verranno distrutte?
“Spero di non farti incazzare troppo” Ti dico anche io in un orecchio, come se fossimo uguali, come se pensassimo insieme.
Ma forse non è così davvero. Perché tu lo ascolti l’oroscopo delle 7 e mezzo di mattina alla radio mentre vai a lavoro? Lo ascolti stando attento al tuo segno e al mio e modellando le parole di un ciarlatano a tua immagine e somiglianza come se ci credessi davvero? Lo aspetti il cancro come io aspetto l’acquario? E a chi te lo chiede, lo dici che è un segno bellissimo, che forse qualcosa ci azzeccano davvero perché tu sei un creativo e un sognatore?
Mi sto lanciando dentro un fosse e mi ci infilo con tutte le gambe. Lo sento il fondo del fosso, lo sento quando alzo il volume mentre passa l’oroscopo alla radio alle 7 e mezzo di mattina.

Bisogna attrezzarsi per momenti così.

Siamo fermi in macchina con l’aria calda accesa e sono le 6 di mattina.
“Metti un cd buono che non sia uno dei miei”
“Proviamo questo” e infili un dischetto nello stereo.
Rimaniamo in religioso silenzio, senza respirare quasi, in attesa di quello che non sappiamo ancora aspettarci. Un pò come me e te, siamo noi davanti a questo stereo.
Ad un certo punto parte un pianoforte familiare e caldo come l’abitacolo della tua macchina. E come le mie guance e le mie labbra.
Mi giro verso di te con l’espressione contenta di chi ha indovinato la combinazione giusta per aprire una cassaforte. Come me e te, siamo noi che indoviniamo la combinazione di una cassaforte.
Forse ho la bocca leggermente aperto mentre sorrido, con l’espressione buffa che mi viene naturale e gli occhi grandi spalancati. Mi guardi e ridi anche tu, ti infili un paio di occhiali da sole e me ne passi un paio anche a me. “Quanti ne hai?”, rido mentre li indosso. “Bisogna attrezzarsi per certi momenti, sono necessari”. Non rispondo perché penso che hai ragione, che hai indovinato la combinazione, che devo star tranquilla perché lo stereo passa musica buona. Non rispondo e in silenzio, con gli occhiali da sole addosso, stiamo ballando scatenati, vicini, senza toccarci, sotto al cielo delle 6 del mattino.

Si è scaricata la batteria della macchina.

Mi è parso così naturale. Tu mi parlavi ormai da dieci minuti di problemi seri, di rompimenti di palle che la vita purtroppo ci propone quotidianamente e che a me adesso mi sembra di poter combattere. Tu parlavi da dieci minuti, io avevo la testa appoggiata allo schienale della tua macchina e ti guardavo, poi ho iniziato a ridere. Tu ti sei fatto serio serio e mi hai chiesto che cosa ci trovassi mai da ridere. E a me è sembrato naturale risponderti “Rido perché non ti sto più ascoltando da almeno 5 minuti”

“Ah, ottimo. E cosa stai facendo?” “Aspetto che mi prendi in braccio”

Tu tiri indietro il tuo sedile e mi fai posto, a me è parso così naturale aggrapparmi al tuo collo e salire sulle tue gambe, così magre che avevo paura di spezzarle. “Adesso ci sei”

“Tu profumi di buono” “L’ho rubato a mia mamma, io profumi non ne ho” “No, intendo tu. Sei tu che profumi di buono”. Poi mi scosti appena la sciarpa e mi dai un bacio sul collo. E a me è parso naturale chiudere gli occhi, incastrare la testa tra la tua spalla e il tuo collo e starmene lì in silenzio.

“Cosa stai facendo?” Mi chiedi, ma non perplesso. Me lo chiedi con curiosità mentre ti accarezzo e disegno i contorni della tua faccia. “Ti sto imparando a memoria”. Sorridi, anzi ridi e mi baci.

“Dovresti morire per imparare la lezione. Tanto poi rinasci gatto.” “Anche tu rinascerai gatto. Ma saremo dei gatti…” “…fighi”, ti suggerisco. Tu ridi “No, intendevo due gatti di casa” “Ma no, saremo randagi, ci arrangeremo” “Promettimi che non mangerai lucertole. Quelle fanno dimagrire” “te lo prometto. ”

“Scrivilo qua, sul finestrino. Cose da fare prima di morire: chiedere una sigaretta a Radio Montecarlo” E io scrivo. Scrivo anche una cosa mia: piantare un arancio. “Io vorrei piantare un ciliegio giapponese” e lo aggiungo sul vetro. “Io vorrei costruire un muretto” Mi guardi: “iintendi con mattoni e cascina? ” “si, un muretto” “Anche io vorrei costruirne uno” E io ti bacio.

“Vero, si è scaricata la batteria della macchina. Torniamo a piedi” Tornerai domani a prenderla. Oppure oggi. Che sono già le 5 e mezza del mattino. Ti saluto e tu mi dici “Ci vediamo stasera?” “Certo.”

Splendido.

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Hai ragione, è colpa mia.

“Hai ragione, è colpa mia”

E allora com’è che non mi sento meglio? È strano è miracoloso: mentre si dorme passa tutto. E passa così bene che a volte quando ti svegli, ti sembra di rinascere. Passa così bene che a volte quando ti svegli non ricordi quasi più cosa hai pensato prima di addormentarti. Una gomma da cancellare ti passa insistente sul cervello e tu non te ne accorgi neanche.

“Anche se riuscissi a far andare bene le cose, alla fine lascerei indietro cose molto più importanti”

Tipo me, per esempio, stai dicendo. Non sai come aggiustare tutto. Non lo sai davvero. E non lo so neanche io, più di prestarti me stessa non posso fare. Riesco a fare solo questo.

Penso alle mie mani, a come erano belle qualche mese fa. Così curate, così egocentriche,  mani da mostrare, da non nascondere, da non vergognarsene. Sono cambiate anche loro, sono tornate brutte, distrutte, graffiate, ruvide. Sono mani da nascondere. È strano come si rifletta nel nostro aspetto quello che non riusciamo a dire a parole. Sono più bella, più curata, vestita meglio e più truccata di qualche mese fa: guardatemi,  sto dicendo,  io sono bellissima. Ma se ti fermi più vicino, se mi guardi davvero, allora le vedrai. Vedrai quelle mani che tradiscono. Tradiscono me ma non gli altri. Penso al mio lavoro e so che delle mie mani mi posso fidare. Vorrei che le persone si fidassero delle mie mani. Vorrei tu ti fidassi comunque delle mie mani e che ti ci lasciassi andare.

Continuo a tirare le lenzuola fin sopra la testa e a respirare il profumo dell’ammorbidente con la faccia spiaccicata su quella stoffa. Poi mi giro verso sinistra e spero di trovarci ancora qualcuno. Con le lenzuola tirate fin sopra la testa, a respirare il profumo dell’ammorbidente, con la faccia spiaccicata su questa stoffa, girato verso destra.

Un bacio per due euro.

Chissà se per esempio hai deciso quest’anno di fare uno strappo alla regola. Chissà se hai regalato a qualcuno un rametto di mimosa. A me la mimosa non me l’ha mai regalata nessuno, se non contiamo la volta in cui Andrea me ne regalò un ramoscello. La comprò quando eravamo fermi al semaforo e vide tutti i lavavetri che al posto dello spazzolone e del secchio si erano attrezzati con tanti piccoli mazzettini preconfezionati di mimosa. Si rese improvvisamente conto di che giorno era, abbassò il finestrino, diede due euro al lavavetri improvvisato venditore di fiori e mi porse la mimosa. “Auguri”, e mi stampò un bacio sulla bocca. Direi che la mimosa di Andrea non la facciamo contare. Ma chi cazzo la voleva quella mimosa, non mi conosceva abbastanza da sapere che a me i fiori piacciono ma poi non saprei che farmene. “Non saprei che farmene” perché in realtà a me i fiori non li ha mai regalati nessuno. E non lo dico con malinconia, lo dico con la consapevolezza che probabilmente, io non sono una ragazza per la quale di solito viene in mente di regalarle fiori. E a me va bene così. In effetti dei fiori ho sempre avuto un po paura. I fiori non sono mai solo fiori, sono messaggi. Eccezion fatta per la mimosa. Quello è solo un fiore e anche piuttosto bruttino. Una volta lo dissi ad alta voce nell’orto del pugliese, che aveva il pollice verde ed aveva piantato anche una mimosa. Mi sbucò da dietro sgridandomi “Non dirlo troppo forte che se la mimosa ti sente si offende”. Poi ultimamente ho visto troppe rose gialle per le strade. Le raffiche di vento a 200 km/h devono averle strappate dai giardini e portate proprio su i miei sentieri. Devo ammetterlo, sul momento mi sono un po inquietata: le rose gialle si sa, non sono simbolo di gelosia come la maggior parte della gente crede, sono simbolo di infedeltà. E allora mentre le fotografavo e cercavo di non credere ai fiori, mi sono domandata se ci fosse qualcosa in me che valesse la pena tenere e qualcosa invece che valesse la pena tradire già adesso. Subito. E quelle rose gialle mi dicevano Si, qualcosa in me vale la pena tradire. E anche i morsi allo stomaco alle 7 e mezzo di sera, che non distingui se sia fame o vuoto, che poi le due cose si mescolano sempre in effetti, non fanno bene se non vuoi soffrire. Non voglio soffrire e non so neanche che faccia farei se ricevessi dei fiori a casa o magari in macchina o al tavolo del ristorante. Insomma, chi dei fiori li ha ricevuti lo sa che faccia farà. Io so perfettamente che faccia farei se ricevessi un pacco di caramelle, una macchina fotografica, il biglietto di un concerto, ma non so che faccia farei se ricevessi dei fiori. Anche se, se ricevessi dei girasoli smatterei. Mi farebbero incazzare. Le rose le vorrei bianche e rosa mai. Rosse neanche, che l’amore rosso è il più effimero che c’è e invece bisogna trovare un posto comodo per i sentimenti. Forse pensandoci, non biasimo nessuno che non mi ha regalato, non mi regala o non mi regalerà dei fiori. Non so neanche che faccia farei se mi togliessi i vestiti davanti a lui e lui si togliesse i vestiti con me. Che faccia farei se mi guardasse negli occhi mentre ci perdiamo incastrandoci in modo perfetto. Non so che faccia ho mentre faccio l’amore. Ma con lui vorrei saperlo, vorrei vedermi. Vorrei fare l’amore con lui, non importa se non mi ha regalato dei fiori. Mi sono svegliata con questo pensiero e con la certezza che non farò l’amore oggi.  “Come sono belle le donne quando decidono di fare all’amore”. E come sono stupidi gli uomini che non se ne accorgono.

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Abbiamo scelto l’inverno sbagliato per conoscerci.

Sbagliato perché non ci siamo preparati e chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così duro. Non ci siamo vaccinati e per certe cose forse un vaccino non basta neanche ma almeno attutisce. E per qualcosa aiuta. È l’inverno che non fa freddo eppure punge e ti entra nelle ossa e tra i tessuti dei maglioni. Un inverno sbagliato che non ci rende sicuri di volersi togliere questi vestiti, che ti fa chiedere se sia pericoloso. Abbiamo scelto l’inverno sbagliato per conoscersi nudi. Sbagliato perché non sarebbe il tempo dell’inverno eppure è prepotente, ci fa sballare il ritmo, che il ritmo andrebbe sempre ballato e non sballato. Come quella volta in macchina che facevamo finta di suonare la chitarra, non lo sapevamo fare eppure muovevamo le dita allo stesso modo. È l’inverno sbagliato per decidere di fare tardi la notte e di svegliarsi la mattina presto. Di quegli inverni che ti fanno sperare nella primavera, che Marzo se lo pronunci sembra quasi una preghiera. Anzi sembra di più, sembra una speranza. Marzo. M’arzo e cammino. Cammino dalla tua parte, la parte di strada illuminata dal sole di Marzo. È questa che è la primavera e tu sei come lei: la parte di strada che vai a cercare perché è illuminata dal sole e il sole sulla pelle a primavera è piacevole. È il sole da cui non ti nascondi. Non come il sole d’estate, che io a quello preferisco sempre l’ombra e il venticello fresco. E di questo inverno sbagliato tu riesci ad essere l’aria calda di un abitacolo, un bicchiere di rosso e una coperta di pile con dei disegni buffi sopra. E va bene perché so che quando arriverà la primavera io ti cercherò e tu sarai lì, dalla parte della strada che è illuminata dal sole e sulla quale, naturalmente, si vuole andare a camminare.