Monthly Archives: June 2014

Scrivo seduta al tavolino di un bar che non conosco. In un paese che non conosco. Ci sono finita scaraventata in macchina da mia sorella che aveva certe cose da fare. Cose importanti, serie. Penso che anche il mio vagare da sola e il mio stare seduta sia importante. Non so se è quello che propriamente mi serve, probabilmente tornerò a casa e piangerò in modo incontrollato, ma sono qui. Sola. Ed è a questo che mi devo abituare. Quando si materializza una cosa diventa dolorosa e reale. Ti si schianta in faccia come un tir sull’autostrada a 200 all’ora. E fa un male del cazzo. Un male che non so se il mio corpicino consumato reggerà. Questa faccia quanto reggerà prima di sciogliersi e perdere completamente l’uso dei muscoli mimici. La prima cosa che ho pensato era sbagliata. La seconda anche. Sto provando a non pensare perché a quanto pare è meno rischioso. In un attimo ho perso l’uso della parola e non so veramente come comunicare. Finirà, passerà, migliorerà, metabolizzerai. Ora come ora mi paiono tutte delle grosse cazzate.

Perchè mi tiene a galla.

Bè si, scrivo molto poco ultimamente. Diciamo che nell’ultimo periodo ho organizzato la mia vita un pò in base alla quantità di alcol che avrei potuto ingerire in quello o in quell’altro posto, con quella o con quell’altra persona. E’ disperatamente triste come cosa. Ma si fa quel che si può per rimanere a galla. E se devo essere triste, perchè tanto lo sarei anche senza ingerire alcolici di qualsivoglia specie, allora voglio esserlo col sorriso sulle labbra e la mente sgombra.

Come per esempio Mercoledì. Mercoledì, che giorno del cazzo per una sbronza. E davvero, l’intenzione non era quella di una sbronza colossale. Oppure si, ormai non riesco più a distinguere. Avevamo deciso di andare in quel locale tanto carino, all’aperto, vicino a casa. Facile. Economico. Popolare. Ok, l’ultima volta che c’ero stata avevo dato non poco spettacolo, grazie alle mie imprese alcoliche e il proprietario probabilmente quando mi avrebbe visto, si sarebbe messo le mani nei capelli, ma chissenefrega alla fine. Sono tutti dettagli. Piccoli dettagli insignificanti di cui poco mi interessava e di cui poco mi interessa perennemente in questo periodo. Ho smesso di chiedermi cosa vedono gli altri quando guardano me. Ho smesso di preoccuparmi di me e delle mie azioni. E soprattutto ho smesso di rendere conto agli altri. Fatto sta che eravamo io, la L., la M. e sua sorella F. Ci siamo scelte un tavolo carino, rotondo, e ci siamo messe a leggere il menù. Volevamo la pizza, ma non sapevamo scegliere quale, eravamo solo sicure di un Fiano d’Avellino bello fresco. Il proprietario, V., mi riconosce e mi saluta con la solarità che è solita fare parte di lui, ma più che altro, del suo lavoro. Per fortuna non ha accennato all’ultima volta che aveva avuto a che fare con me, anzi, sembrava contento di vedermi. Soprattutto perchè c’era M. con me. E non ha perso tempo a fare apprezzamenti su “le amiche belle che mi porti” e a offrirci un primo aperitivo, “Così, per aspettare meglio la pizza e anticipare il vino”. Ok, ero contenta. Era quello che alla fine volevo. Bere. Subito dopo l’aperitivo è arrivato il nostro Fiano. Bello come il sole. Inutile dire che era quasi finito prima che arrivassero le pizze. Eravamo solo in 4, ma avevamo tante cose a cui brindare. Più che altro di buon auspicio. Insomma, cazzate e scuse per bere. E’ bastato poco per convincerci a richiamare V. e farci portare un altra bottiglia. Gli ho proposto di fare un brindisi con noi, è sempre così gentile e simpatico. O forse è solo una mia impressione, non ragionata. Finito tutto quello che c’era da finire sul tavolo, V. arriva col suo classico Giro di shot offerto dalla casa. Era arrivato il momento di scendere nei bassifondi, al piano inferiore, dove tutto può accadere e dove rischi di perderti e di perdere te stesso. Più di tutto rischi di perdere i sensi. La prima cosa che ho notato quando siamo scese è stato N. Un ragazzo biondo, stile modello di Abercrombie, che sapevo benissimo conosceva Lui. Anzi, diciamo che sapevo essere uno dei Suoi migliori amici. La casualità vuole che N. conoscesse anche F., la sorella di M. che era venuta con noi. Quindi si avvicina, parla, ride, io rido, tu ridi, egli ride, noi ridiamo, voi ridete, essi ridono. E’ diventato in circa 5 minuti un grande amico, con cui parlare senza freni inibitori, a cui dare consigli di abbordaggio di F., dal quale farsi offrire innumerevoli shot. Era il delirio. Decidemmo che era giunta l’ora di ritirarsi verso casa quando sul bancone squilla il cellulare di V. Involontariamente leggo il Suo nome sul display e mi si annebbia la vista per qualche secondo. Poi V. che allunga il telefono a N. “N. rispondi te è Lui”. N. completamente in preda al delirio riesce solo a urlare aggrappato al telefono “Oh ti muovi a venire?!”. La cosa più irragionevole da fare era rimanere. La cosa più ragionevole era andare via. Ovviamente siamo rimaste. Non so precisamente cosa ci siamo detti, ma ricordo bene, mi prendeva la mano. E io lo abbracciavo come se fosse stato la boa della salvezza. E in effetti un pò lo è. Perchè mi tiene a galla. Anche se non vorrei. Anche se non vorrebbe. Mi tiene a galla.

Il sesso debole.

Sospesa sul filo di un equilibrista ubriaco. S’attende. S’attende. Mentre le gambe tremano e ogni volta il cuore batte sempre più forte. Sembra sempre di cadere sotto, e attenzione, non vorrei sbagliarmi, perché ho le vertigini e mi sporgo poco, ma la rete non c’è. Là sotto la rete non c’è. Nell’aria c’è puzza di cadavere. Se non fosse perchè ancora non mi hanno messo un telo nero addosso, penserei fosse il mio. Anzi, quando tutto sembra puzzare di morte ed effettivamente lo fa, arriva tua mamma. Che non sente niente nell’aria ma ci vede un sacco bene. Ci vede attraverso. E ti porta un vestito col colletto. Penserai, giusto giusto per un funerale all’inglese, inoltre, c’è puzza di cadavere. E invece no. Perchè lei lo sa, che lo sta facendo bene il suo mestiere. Te lo infila addosso quasi come se tu avessi ancora 6 anni e tu fossi tornata dal carnevale di San Mauro, coi coriandoli nelle mutande. Ti tira su dal divano come se tu pesassi ancora 12 kg. E ti dice “Stasera vai a sentire la musica in quel parco”. Allora come ti fa a non spuntare un sorriso. Come ti fa a non spuntare un sorriso quando poco prima di passare oltre la porta ti urla “aspetta!”. E tu ti guardi intorno, ti chiedi che sia successo, cosa hai combinato, hai rotti qualcosa, hai un pene disegnato sulla guancia, hai un calzino diverso dall’ altro. E lei, quasi arrabbiata, invece ti ferma per porgerti il rossetto rosso porpora.

[C’è ancora gente che parla di sesso debole, ma non ha conosciuto te. Mamma.]

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Gesù Cristo e gli altri santi.

Quando è entrato nella stanza con i caffè in mano mi è sembrato Gesù Cristo. Avevo proprio bisogno di un caffè e vedermelo arrivare così, in mano a quel rappresentante di lista, ho pensato fosse un miracolo. Ho preso il caffè e credo di aver ripetuto 3 o 4 volte grazie, ma non so se mi rivolgessi a lui o al cielo. Ero confusa. Ho alzato gli occhi e per qualche minuto ci siamo guardati. Non ho detto secondi, ho detto minuti e non è stato imbarazzante.
C’è stata una sera, poi, era passato ormai diverso tempo, che dentro di me avrei voluto vivere davvero. Lo sentivo e quasi me lo sono ripetuto ad alta voce. Era una cena organizzata, su due piedi, in quella casa che conosco così bene che potrei quasi dire che per un metro quadro forse è anche la mia. Non conoscevo tutti, anche se eravamo in pochi. Persone che non vedevo da anni, ma che stranamente mi sembravano sempre uguali. Solo io mi vedevo diversa, seduta a quel tavolo. Ho aperto forse due bottiglie di vino rosso, del padre di A. Era buono davvero e in una sconosciuta ho trovato un’alleata. Girava per il tavolo anche un joint, non ne avevo voglia, non volevo rischiare di finire seduta su un divano con gli occhi rossi. Mi attaccai con più forza a quel vino e per fortuna non ero tanto sola da sentirmi inappropriata. Le conversazioni saltavano da un argomento all altro e io cominciavo a sorridere un pò troppo. Pensavo alla sera precedente, quando mi avevano regalato un biberon con la birra, quando mi avevano chiesto di tornare la sera successiva. Non mangiai neanche il gelato, avevo paura per le calze nere che la gatta aveva preso di mira. Poi V. Mi avrebbe detto “eri bellissima ieri” ma io ancora non lo sapevo. Mi alzai ridendo e sapendo che avrei dovuto guidare io, molto probabilmente, ero già preoccupata ma per fortuna non avrei dovuto fare molta strada.Lasciammo V. e A. ai loro baci. In macchina accanto a me L., una di quelle persone che conoscevo ma che non vedevo da anni. E dietro di me F., una di quelle persone che non conoscevo ma che era diventata un’alleata. Poteva andar bene per quella sera. Finimmo sui divanetti con più di un drink davanti e io pensavo che c’era proprio un tempo di merda per una sera così. Conobbi G., ragazza simpatica, ma con troppi tacchi per quanto mi riguarda. Non ricordo neanche di cosa parlammo, ero distratta ma cercavo di fingere di essere presente. Intanto cercavo con gli occhi e avevo sentito il suo nome da qualche parte. C’era D. che lavorava e ci speravo in effetti. L’ultima volta mi aveva offerto una caraffa di sangria e un paio di shot. Lo conoscevo e sapevo che era per via del suo carattere, non ci stava provando. Lo salutai calorosamente, per assicurarmi che mi vedesse. Non si sa mai, pensai. Poi arrivò lui e mi parve ancora di vedere Gesù Cristo.  Lo vidi subito, nella sua camicia sgualcita a righe e nei suoi occhi lucidi di chi si vuole godere la vita. Feci finta di non vederlo e per questo mi servii di G., quella dai tacchi alti. Però la conosceva e io non lo avevo calcolato, quindi si avvicinò lo stesso. Dopo averle dato un bacio sulla guancia, salutò anche me e io risposi con Ciao che avrebbe dovuto assomigliare a una sorpresa ma tradiva qualcosa. Non avevamo raggiunto quella confidenza che gli permetteva di dare un bacio anche a me, per noi era concesso solo un sorriso. Ma credo lo fece apposta a sedermi di fronte, con le gambe distese, era a suo agio in mezzo a tutta quella gente. Gente che in effetti non mi apparteneva per niente. C’era anche Lu., la ragazza dai capelli blu. E mio zio, più in là, insieme ai frequentatori del circolo. Anche mio zio era più avvezzo di me, in quel posto. Ci alzammo tutte, non prima di aver bevuto uno shot, offerto da D. Si era ricordato di me, finalmente. Lu. e L. volevano trovare un posto tranquillo per fumare ma io no. E neanche F. Che continuava a risultare la mia alleata in quella sera. Mi alzai solo per avvicinarmi al bancone e la lasciai sul divanetto. Volevo bere, avevo la gola secca. Solo quando arrivai davanti a D. che era impegnato a riempire bicchieri mi accorsi che accanto a me c’era anche lui. “D. Facci uno shot!” disse. Io esitavo, improvvisamente mi ero ricordata che avrei dovuto guidare e cominciava già a girarmi la testa. Ma D. fu felice di obbedire e decisi che almeno dovevo pagare io. L’errore fu questo,il primo, perché i due shot successivi mi furono offerti a me. Uno da lui e uno da D. Continuavo a ripetere che dovevo guidare e questo fu il secondo errore. La confidenza che avevo con D. gli permise di proporre a lui di farmi da autista ma ero tranquilla. L’avevo sempre visto guidare, aveva sempre la macchina sotto al culo quindi non avrebbe potuto guidare la mia. Ma quella sera era solo e gli serviva un passaggio quindi mi disse che sì, avrebbe guidato lui. E per suggellare il nostro accordo mi offrì un altro shot. Non lo vidi più per tutta la sera, che passai a parlare con persone che non avrei più rivisto. Con la coda dell’occhio lo vedevo, gli saltavano letteralmente al collo. Era sempre circondato da qualche ragazza che elemosinava un po di attenzione. Mi ricordava un attore, un attore in particolare, forse per il colore degli occhi chiari, forse per i capelli neri, forse per quello stuolo di ragazze che gli giravano intorno. Lo rividi quando tirai fuori le chiavi della macchina, per accompagnare L. e F. a casa, nonostante non sapessi dove abitassero, dovevo riportarle a casa, e anche io. Si avvicinò e me le prese di mano, dirigendosi tranquillo verso la mia macchina. Si era ricordato, a differenza mia, che avevamo un patto. E non mi avrebbe lasciato a piedi. Mi girava la testa ma di quei giramenti che ti rendono felice, allegra e menefreghista. Quindi bella. Pensai subito che nessuno mai aveva guidato quella macchina tranne me, ansiosa come sono, e glielo dissi senza pensare. Ero tranquilla però, stranamente tranquilla. Forse perché lo vedevo guidare sicuro, senza neanche un’esitazione o un’incertezza, quindi alzai il volume della radio. Pareva che me lo facessero apposta, alla radio passavano Redefinition e io, conoscevo il balletto. Così iniziai a ballare, mentre mi accorgevo che dietro L. e F. stavano facendo lo stesso. Quando rimanemmo soli mi propose di fumare una sigaretta insieme e io accettai. C’era buio e silenzio e io cominciavo davvero a perdere il controllo dei miei muscoli e delle mie parole. Probabilmente ho detto qualcosa di molto stupido, qualcosa di inopportuno o di infantile, conoscendomi. Lui pareva divertito. Scoprimmo così di essere vicini di casa, senza esserci visti mai. Eravamo cresciuti insieme a pochi metri di distanza. Prima di salutarmi mi agganciò anche la sua cintura intorno alla vita e mi chiese di baciarlo sulle guance 4 volte. “Potrebbe essere l’ultima volta che ti vedo e non voglio rischiare che lo sia.” mi disse. Poi partii veloce, dovevo fare al massimo 100 metri in fondo. Avevo paura perché stavo sperando che non lo fosse, l’ultima volta. Ma ero anche ubriaca. Subito dopo mi chiese se fossi arrivata, saranno passati forse 5 minuti. E la cosa mi fece tenerezza. Mi sentivo come avrei voluto sentirmi fin dall’inizio di quella confusa serata, viva. Non l’ho visto più. Continueremo a crescere, vicini, senza conoscerci mai.

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