Monthly Archives: April 2014

Come il giallo e il blu, che insieme fanno il verde.

[Daniele Silvestri_ Sempre di Domenica]

Vorrei poterti dire tutti i film che vorrei farti vedere, magari sul divano, magari col gelato o i pop corn e la coca cola. Vorrei poterti far vedere lo smalto nero che ho messo alle unghie solo per farmi dire che era più bello se lo mescolavo con un altro colore. Perchè a te piacciono i colori mescolati, come il giallo e il blu, che insieme fanno il verde. E fanno il verde ti devono piacere anche il giallo e il blu. Vorrei chiederti di dirmi di stare tranquilla tutte le volte che vorrei sentirmelo dire, ma probabilmente, a lungo andare mi diresti “Cazzi tuoi”. Vorrei farti vedere, distesi su una panchina, quante cose si vedono chiudendo gli occhi verso la luce del cielo e quanto davvero rispecchino quello che abbiamo dentro. Vorrei farti provare il panino dell’indiano, che tanto è aperto anche per Natale e se gli fai gli auguri ti risponde che è musulmano, giustamente. Vorrei insegnarti a girare le sigarette, anche se so che butteresti a terra un pò di roba, ma non mi arrabbierei, piuttosto riderei e poi te la farei finire di girare. Vorrei davvero poterlo fare adesso anche perchè poi chissà, ma non posso. Lo sai che non posso.

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Nel dubbio, ti amo.

Ci sono cose nella vita che rappresentano dei punti fermi. Il boomerang che torna sempre indietro da qualsiasi angolazione si lanci. Il porto sicuro dove rifugiarsi quando ci si sente tristi, soli, brutti, stupidi, inadeguati, fuori luogo. E che improvvisamente ti fa tornare il sorriso sulle labbra. Ci sono dei punti fermi nella vita che ti faranno sempre tornare il sorriso sulle labbra. Questo è uno dei miei.

In un minuto, in un solo minuto del cazzo.

[F.R. David_Words don’t come easy]

Quando ero alle scuole medie, avevo una classe affiatata. Erano pochi i soggetti che non riuscivano ad integrarsi nel gruppo, ma più per volere proprio che per volere altrui. In classe c’era un ragazzo autistico che ben conoscevamo tutti nel paese, Lorenzo. Era un ragazzo veramente problematico e stargli vicino non era facile per niente. Nonostante questo eravamo riusciti a renderlo parte integrante del gruppo, era ben inserito e si divertiva con noi. E noi ci divertivamo anche insieme a lui. All’inizio non era così, all’inizio è stato difficile capire i suoi sbalzi d’umore, i suoi momenti d’assenza, i suoi scatti violenti e i suoi atteggiamenti molesti. Ma grazie a Daniele la situazione cambiò. Daniele era il suo insegnante di sostegno, quando venne nella nostra classe aveva poco più di vent’anni e riuscì a fare veramente dei miracoli, con noi e con Lorenzo. Fu bellissimo veder nascere e crescere la vera personalità di Lorenzo, vederlo cambiare e plasmarsi sotto la guida gentile e amorevole di Dani. Dani era uno di noi, era il fratello maggiore che tutti vorrebbero con sè in quegli anni a scuola. Con Dani, Lorenzo si sentiva al sicuro e non aveva più bisogno di difendersi dietro a mille muri di cemento. Dani rideva quando di fronte alla nuova insegnante di Artistica Lorenzo esclamava sorpreso “Ma è una scimmia!”. Dani rideva e faceva finta di sgridarlo, anche se era vero, sembrava proprio una scimmia. Poi magari glielo confermava in un secondo momento. Dani amava la musica e siccome l’amavo anche io mi riempiva di musicassette con tanta bella musica mista. Musica che io non avevo ancora mai sentito ma che mi piaceva da morire. E più mi piaceva, più Dani era entusiasta di farmene altre, di quelle cassette. Quando Dani fu mandato via verso metà dell’ultimo anno scolastico, tutto tornò a essere diverso. Tornò a essere peggio. Soprattutto per Lorenzo, ma anche per noi, che a Dani volevamo un gran bene. Non avevo mai visto piangere tanto una persona, e adesso mi riferisco di nuovo a Lorenzo. Gli insegnanti di sostegno che si susseguirono furono almeno 4, tutti se ne andavano dopo qualche settimana, presi dalla disperazione. Lorenzo aveva eretto di nuovo tutti quei muri di cemento che con tanta fatica erano stati buttati giù. E in minuto. In un solo minuto del cazzo, il tempo di un saluto e di una porta sbattuta piano per non fare troppo rumore, erano tornati più duri e più spessi di prima. Io Dani non l’ho rivisto più, le cassette però ce le ho ancora. Anche se mi manca qualcosa con cui ascoltarle. Dovrei procurarmi uno di quegli stereo che ancora leggono le musicassette perchè mi piacerebbe tanto riascoltarmi quelle canzoni. Dani era una di quelle persone che fanno la differenza nella vita di qualcuno. Che ti prendono per mano e insieme a te impugnano un picchetto che poco alla volta, con sudore, fatica e pazienza usano per scalfire e buttare giù i muri della nostra vita. Io penso spesso a lui e a quello che di bello ha fatto, che a parole non riesco neanche a spiegare. Ma ha cambiato la mia vita perchè ho iniziato a pensare di voler fare anche io la differenza per qualcuno. Di essere una persona che prova almeno, ad abbattere dei muri che sembrano insormontabili ma che si possono ammorbidire. Ed ho scelto di farlo per tutta la vita, con la mia professione. Ma i miei muri? I miei muri sono duri e solidi, se li tocco fanno male, hanno lame affilate e fili spinati, non basta un picchetto per scalfirli, e neanche due bicipiti sviluppati. Non so se incontrerò mai qualcuno come Dani, che mi aiuti a buttare giù questi muri, che sembrano così radicati, che le fondamenta chissà, magari arrivano al centro della terra. Che è vero che non bastano ma potrebbero aiutare, un picchetto e due bicipiti forti, ma io non ho neanche questo. E mettiamo che arriva Dani, che mi prende per mano e butta giù queste muraglie cinesi. Mettiamo che ci riesco. E se poi di là dal muro non c’è niente che mi piace? E se poi di là dal muro non c’è niente?

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Rapporti difficili con i denti e con il bowling.

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Con la faccia spiaccicata sul cuscino e gli occhi spalancati, la mandibola mi fa male, maledetto vizio di serrare, dovrei mettere uno di quegli aggeggi che mi farebbe sembrare un pugile. E tanto male non sarebbe, avrei qualcosa con cui pararmi la faccia, o almeno, i denti. Invece me ne sto a pancia in giù con la faccia spiaccicata sul cuscino e gli occhi spalancati. Io ieri non ho giocato a bowling perchè a me il bowling mi ha sempre annoiata profondamente. E infatti in mia difesa con mille sguardi accusatori puntati addosso ho semplicemente detto quello che mi passava per la testa: “Io mi diverto molto di più a non giocare, sto seduta e vi guardo”. Qualcuno ha risposto: “Così ci sfotti eh?!”, io ho riso, tutti hanno riso e per fortuna è finita lì. In effetti non ho giocato a bowling, ma se avessi saputo che non importava indossare quelle scarpe oscene forse avrei anche fatto un’eccezione. O forse no. Comunque ho optato prima per una birra media, che prima di entrare in pista era già finita e poi per una piccola perchè anche se non giocavo, almeno avrei bevuto. Era pieno di gente e c’era della musica dozzinale veramente a volume altissimo. Non sembrava una pista da bowling, sembrava una pista da ballo e non c’erano neanche dei bravi ballerini in giro. Oddio, gente che ballava ce n’era eh. Ma uno in particolare mi ha colpita: aveva un maglioncino blu che si abbottonava davanti, tutto abbottonato, con una camicia bianca tutta abbottonata sotto, al collo un crocifisso grande quanto il suo sterno, d’oro, una capigliatura da Amish old-style e un paio di scarpette da tip tap. Era bello vederlo fare le vasche alla pista sgambettando allegramente come se non ci fosse nessuno. Faceva una pausa, camminava normalmente, e poi ripartiva con quelle gambe ballerine. Sembravano avere vita propria, mi sarei aspettata che da un momento all’altro si girasse verso di me e mi dicesse una cosa tipo “Non sono io, sono loro!” indicando le sue ginocchia. Mentre gli altri giocavano mi guardavo intorno e vedevo questo e altro. Persone esagitate che si impegnavano tantissimo nel giocare a biliardo, slot machine, calcio balilla e ovviamente bowling. Quando lo speaker intonava il suo “Pronti?! tutti alle posizioni di partenza! Via!” 12 persone si applicavano tantissimo nel cercare di fare strike. E quando ci riuscivano che festa! Un gruppo di ragazzini ha fatto volare in aria il loro compagno vincitore e si sono fermati solo quando dal microfono non si è sentito un “Se rompete i televisori li ripagate”. FIne della festa. A un certo punto hanno intonato un “Tanti auguri a questa coppia che sta per sposarsi! Auguri Marco e Bianca!”. Oh cazzo, erano con noi Marco e Bianca e ho dovuto fare saltelli, gridolini spastici, applausi convulsi e intonare cori d’ovazione. Intendiamoci, sono contenta per Marco e Bianca, ma è anche vero che stanno insieme neanche da un anno. E allora ero anche in pensiero per loro. Mi chiedevo, chissà cosa stanno pensando nelle loro testoline. Chissà se lo sanno che l’amore è strafottente. Bisogna essere preparati e anche armati fino ai denti. Gli stessi denti che vorrei difendere con un byte. Non so, ma pensavo che avrei voluto vederli sempre così Marco e Rosa, ma nel mio piccolo, nel mio piccolissimo cuore c’era una zecca che mi ripeteva “Non funzionerà, non funziona mai davvero”. Presa da tutti questi pensieri che mi facevano distrarre dalla gara, non ho festeggiato lo strike di Giulia in effetti e neanche quello di Armando, ho deciso di uscire da sola, per fumare una sigaretta e per finire la mia birra all’aria aperta. Incredibile, ma la musica si sentiva forte anche da fuori, fumavo bevevo e pensavo senza fermarmi mai. Quando è partita questa però ho resettato tutto, ho bevuto d’un sorso, ho fatto l’ultimo tiro tutto d’un fiato e mi sono lanciata sotto la pioggia a ballare. Non mi vedeva nessuno, era una porta laterale che dava su un parcheggio ed ero contenta di questo. Ballavo e mi bagnavo e ballavo e mi bagnavo e tra un “domani è raffreddore sicuro!” e un “Umbertone spacca!” pensavo “E’ vero che ci si bagna, ci inzuppiamo d’acqua, ma quanto avremo ballato nel frattempo?”.

Ah, mi manchi. Come Gloria. E’ sempre questa storia.

L’amore assomiglia sempre di più a un ciclo mestruale.

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Il mio corpo mi ha sempre assecondata per quanto riguarda gli stati d’animo, a volte è un bene, più spesso un male perchè me li sbatte direttamente davanti agli occhi anche quando vorrei ignorarli. Oggi sono divorata dal mal di pancia. Posso far finta che è il ciclo, un’indigestione, la sbronza di ieri, ma so che non è solo quello. È questione di sensibilità. Sono sempre stata una cima quando si tratta degli altri. So ascoltare, dispensare consigli, consolare, rassicurare, dimostrare, far sentire importanti, amare, guardare, toccare, sono empatica, solidale, comprensiva, accomodante. Ecco, come disse qualcuno: se dovevo essere accomodante nascevo divano. Sinceramente, non ho mai guardato a quei film americani romanticissimi come a un’aspirazione, anzi. Non ho mai creduto all’amore che tanti, troppi poeti ci raccontano. Non ho mai preteso di essere la così detta principessa di nessuno, anzi. Non ho mai neanche minimamente cercato negli uomini quel principe azzurro del cazzo, o quel generale gentiluomo, o quel miliardario che si innamora di quella prostituta. Piuttosto ho sempre cercato Biagio di Lilli e il Vagabondo, James Dean in Gioventù Bruciata, Ryan Gosling in Come un tuono e non il Ryan Gosling ne Le pagine della nostra vita per capirsi. Solo che arrivi a un certo punto e ti rendi conto di quanto l’amore assomigli sempre di più a un ciclo mestruale, per quanto squallido possa sembrare. Insomma chi di noi donne non si ricorda la prima volta? C’è la paura dell’ignoto e l’emozione nell’avere la prova inconfutabile che ci siamo, siamo donne. Poi passano i mesi, gli anni e la cosa diventa familiare, diventa normale, diventa una cornice all’interno di ogni mese. Sbuffi a volte, noiosa a volte, preoccupante a volte, dolorosa a volte, sollevante a volte. Ma pur sempre normale. Poi come dice mia mamma arriverai un giorno, a rimpangere. Un giorno ti mancheranno, mi dice. Perchè smetteranno di esserci, non ci sarà più tempo. Per quanto squallido possa essere, l’amore assomiglia proprio a un ciclo mestruale.

Comunque arrivi a un certo punto e ti accorgi di esserti dimenticata di te. Vorrei avere per me le mie carezze. Vorrei avere per me la mia sensibilità. Vorrei sentirmi come quelle là, ogni tanto. Provare almeno a essere messa al primo posto. Provare a vedere cosa vuol dire sentirsi una di quelle principesse che mi stanno tanto sul cazzo. Qualcuna per cui vale la pena piangere, sorridere, sognare, desiderare. Volare. Vorrei sentirmi una volta leggera, perchè qualcuno mi tiene in alto con le mani e non perchè salto per raggiungerlo.

 

 

 

 

 

Di quando vivevi con me in una stanza, non c’erano soldi ma tanta speranza.

[E a mano a mano, mi perdi e ti perdo, e quello che è stato mi sembra più assurdo]

Cose che ho imparato nell’ultima settimana:

  • Ti accorgi di aver mangiato troppi dolci quando, nel momento in cui tua sorella ti chiede come sta con i capelli appena fatti dalla parrucchiera, tu le rispondi che sembra un Tiramisù.
  • Non dire mai a qualcuno appena uscito dal parrucchiere che sembra un Tiramisù. Soprattutto se tu assomigli neanche poco vagamente a una tossica. Ti si potrebbe ritorcere facilmente contro.
  • Secondo me dire a qualcuno che sembra un Tramisù è un bel complimento. Chi è che non vorrebbe assomigliare a un Tiramisù? E’ buono, è bello, è morbido, si mantiene bene in frigo e piace a tutti.
  • Se ascolto musica in macchina con mia sorella, devo assicurarmi di tenere sempre il volume altissimo. In modo che ci possiamo scatenare a cantare senza che le nostre voci stonate si percepiscano.
  • Cantare e ballare in modo sguaiato in macchina, attira, irreversibilmente, gli sguardi scandalizzati dei vecchietti sulle panda e gli sguardi pervertiti di tamarri in cappellino con visiera, occhiali da sole, canottiera e minigonna all’auto. E cerchioni colorati.
  • La bilancia è una bugiarda e non va presa in considerazione. E se ci fosse un inferno dantesco io finirei SICURAMENTE nel girone dei golosi.
  • La primavera è bella ma ha degli effetti collaterali. Pruriti e arrossamenti. Ma soprattutto INSETTI OVUNQUE.
  • Capisci che un ginecologo è bravo quando prima di farti un’ecografia tu gli dici che sei emozionata e lui ti risponde che dovresti emozionarti a fare un’ecografia solo se tu fossi gravida.
  • Andare a pranzo dai goliardi con tua sorella gemella può regalare molte gioie e anche molte scenette imbarazzanti in cui, inevitabilmente, ti troverai protagonista. Oppure può voler dire dover dividere il tavolo con una coppia di anziani inglesi che si sono scolati una bottiglia di limoncello intera, credendo fosse vino. O ancora può voler dire vedere il cameriere avvicinarsi al tuo tavolo, vederlo riempire il proprio e il vostro bicchiere di vino per brindare e nel momento in cui tu gli ribadisci che dovresti guidare può voler dire sentirsi rispondere che lui non fa mica il vigile quindi puoi bere alla sua salute.
  • Ci sono ancora belle persone in giro. Basta guardarsi intorno.
  • Una conversazione con uno sconosciuto può farti molto meglio di una conversazione con un conoscente. E’ può scatenare l’uragano Katrina dall’altra parte del mondo.
  • Non c’è niente di più difficile da sopportare, che una serie di giorni felici.

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Sembro qua da un secolo.

[Kaiser Chiefs_Angry Mob]

Siamo fatti di ruggine e ossa. Di speranze, sogni, aspettative, delusioni, neuroni e ugole d’oro. Siamo in viaggio, e siamo insieme. Finestrini abbassati e vento tra i capelli, disegni sul vetro con un indice magro. Guarda al di là e fissa un punto preciso. Gli alberi camminano e si corrono incontro. I tralicci dell’elettricità si muovono e si mescolano bene col resto, strano eh. Alla radio suona una musica che si sente da fuori, e insieme alla musica 3 voci diverse, stonate e scoordinate che arrivano più in là. Più in là di quegli alberi e di quei tralicci. Le braccia si muovono in aria e gli occhi si chiudono. L’odore che si sente è quello dei pensieri spensierati. Siamo in moto e siamo fermi. Siamo vivi oggi. La luce si abbassa e siamo in un garage, con su un disco dei Justice e un bicchiere di plastica macchiato di viola col bordo distrutto dai miei denti. Che giorno è oggi? Sembro qua da un secolo. E non mi ero accorta neanche che nel bicchiere non c’è più niente.

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Che tu sia per me un pesce gatto.

[Lucio Battisti_ La collina dei ciliegi]

E’ successo che ho sentito questa storia assurda e bellissima oggi mentre mangiavo un gelato buonissimo e minuscolo anche se l’avevo pagato 2 euro. Allora ho pensato ai merluzzi e ai pesci gatto. All’Alaska e agli Stati Uniti. Un tempo i merluzzi venivano trasportati dall’Alaska agli Stati Uniti in delle casse piene d’acqua molto piccole. Dopo il lungo viaggio, una volta arrivati a destinazione questi poveri merluzzi venivano tirati fuori moribondi, sofferenti. Si inventarono un modo per mantenerli belli freschi e vivaci. Nelle casse insieme ai merluzzi infilarono anche un pesce gatto per ognuno di loro. La presenza dei pesci gatto manteneva viva la vivacità dei merluzzi, si muovevano continuamente, si spostavano insieme ai pesci gatto e arrivavano negli Stati Uniti molto più freschi. Ecco, quanta bellezza c’è in questa storia. Ho pensato che siamo tutti un pò merluzzi. E che per andare avanti, per vivere felici, per arrivare alla fine della nostra corsa vivaci e sempre freschi, abbiamo bisogno di un pesce gatto. Del nostro pesce gatto. Anche solo per il viaggio. Anche se non è vero. Anche se poi alla fine rimaniamo sempre soli. Tutti abbiamo bisogno di un pesce gatto. Tutti i giorni. Se non abbiamo un pesce gatto non è la stessa giornata, cambia sapore, noi merluzzi cambiamo, peggioriamo. E non parlo di amore e annessi vari, parlo di tutto quello che può spingerti ad arrivare a fine giornata in un modo o in un altro. Ho pensato a questo e al fatto di quanto io assomigli a un merluzzo e tu a un pesce gatto.

Non è una doccia senza Bob Marley.

[Bob Marley_Jammin’]

La mia vita è scandita dalla musica. La musica l’accompagna da sempre ma certa musica ne fa parte. Per esempio per i pasti ho i Beatles. Quando sono triste tengo Tenco e Battisti. In macchina mi carico con David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Janis Joplin e i Doors. Per il sesso, che ve lo dico a fare, c’è Santana o al massimo Jamiroquai. Ma non è una doccia senza Bob Marley. Finalmente sola, non vola una mosca, fuori c’è il sole ed entra prepotente dalle finestre di casa. Mi spoglio e mi decido a fare una doccia lunga una vita, quindi accendo a tutto volume la musica e seleziono accuratamente tutti i miei brani preferiti del mio compagno di sciacquate. E subito sono in quella spiaggetta bianca, col chioschetto di Mojito dietro di me. I bonghetti che ritmano i momenti, danno il tempo alla felicità. Tengo il tempo mentre bevo una birra e guardo il sole tramontare. In un attimo sono sulla spieggia nascosta nel golfetto, raggiungibile solo in barca, ci ha portati uno sconosciuto con la canottiera che ha remato per 3 euro. Siamo quasi quindici, balliamo e fumiamo l’erba degli altri, mentre ci raccontiamo come vorremmo che fosse il pianeta delle scimmie. Arriva un barbuto con la barchetta che si arena per fare soldi. Vende gioie e bellezza, a me una granita con la frutta basta. Il sole tramonta presto ma avrò fatto almeno dieci bagni in 3 ore, la potenza del sole mi asciuga senza darmi il tempo di riprendere fiato. All’improvviso sono su quel gommone, che corre veloce e mi fa cadere. Rido e bevo acqua salata. E più rido più bevo. E più bevo più rido. Risalgo al volo, continua la corsa sull’acqua, ricado e ricado ancora. Mi faccio male ma non m’importa, è bellissimo. Ecco perchè non è una doccia senza Bob Marley. Certa musica racconta storie. Certa musica te le regala. Certa musica è un viaggio.

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Fatemi dormire tra le farfalle almeno per un pò.

CYMERA_20140414_222147Vorrei addormentarmi e svegliarmi tra qualche giorno per vedere se tutto questo sarà passato. Voglio stare a letto, dove mi sento al sicuro. Nei miei sogni e nei miei incubi, nel mio inconscio e nelle mie fasi rem. Viaggia cervello, fai pure ma lasciami dormire. Lasciami stare distesa con gli occhi chiusi e il polso al minimo. Con la frequenza respiratoria rallentata. Con i muscoli rilassati e non tesi. Non farmi sentire più questo dolore. Perchè non mi hai fatta forte forte fortissima come te, mamma? Perchè sono qui a chiedermi perchè? Era da molto che non lo facevo, eppure stasera ci ho voluto credere. E spero di non rimanere delusa. Oggi ho pianto 3 volte in tutto. E sto per aggiungere una tacchetta a questo record, anche se, per la precisione, mezzanotte è passata. Sono debole, ok. Sono fragile, ok. Tendo ad esagerare, ok. Ho dei limiti, ok. Sono pessimista, ok. Sono drammatica, ok. Ma così no. Così no, per favore. Per favore basta. Fermate tutto per un pò. Potete fermare il mondo e il tempo per un pò? Fatemi respirare. Fatemi tornare al posto mio un attimo solo. Fatemi rilassare. Solo per un pò fermate questa baracca. Questo posto così snervante. Questo tempo così snervante. Questo corpo così snervante. Voglio dormire tra le farfalle. Come quando c’era il sole e sorridevo. Pensavo alle solite cazzate e mi sedevo sulla panchina verde. Fatemi dormire tra le farfalle solo per un pò.